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Poste Italiane e Tim, un benefico "ritorno al passato"

di Giancarlo Rapetti


Oggi, 7 maggio, l'incipit del Sole-24 Ore sulle performance di Poste Italiane è di quelli che non lasciano spazio al dubbio: Il gruppo Poste Italiane vuole stupire ancora. "Anche - si aggiunge nel sommario - per convincere il mercato che le prospettive di crescita con l’Opas su Tim sono solide".

La cosa mi ha riportato indietro a riflettere su ciò che abbiamo appreso dai manuali di storia e di economia: il 24 ottobre 1929, iniziò una settimana di perdite al New York Stock Exchange di Wall Street, che portò a cadute verticali dei prezzi di borsa. La crisi finanziaria divenne presto economica e travolse il capitalismo mondiale. Franklin D. Roosevelt, eletto Presidente degli Stati Uniti il 8 novembre 1932, entrato in carica il 4 marzo 1933, affrontò la situazione con il new deal, un insieme di misure in campo sociale, amministrativo ed economico. Tra l’altro, seguendo le teorie del grande economista inglese John Maynard Keynes (“scavare buche per riempirle di nuovo”, frase forse apocrifa, ma che rende l’idea), Roosevelt investì una immensa spesa pubblica, gettando alle ortiche secoli di dottrine liberiste. In tutto il mondo si fece la stessa cosa, indipendentemente dai regimi politici. In Italia l’artefice del nostrano new deal fu Alberto Beneduce. A dispetto del cognome, non era un fascista della prima ora, ma un politico di simpatie socialiste (vicino al riformista Leonida Bissolati), manager di imprese nel periodo liberale pre-fascista. Mussolini lo stimava e le sue credenziali imprenditoriali erano indiscutibili. Ideò e presiedette l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), fondato nel 1933.

Beneduce non rinnegava la propria esperienza di manager liberale, e sosteneva che l’intervento pubblico consisteva nel mettere i soldi, ma la gestione restava imprenditoriale, inaugurando così il sistema misto che tanta fortuna ha avuto in Italia.

E’ interessante notare come gli stessi concetti siano espressi oggi dall’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante, quando presenta l’OPAS di Poste Italiane su TIM.

In un certo senso si chiude un ciclo, fattuale e concettuale.

L’IRI, creatura fascista, fu rivitalizzato in epoca repubblicana, e costituì l’ossatura della ricostruzione industriale del paese, estendendosi in tutti i campi, fino al famoso “panettone di Stato”. Negli anni ’90 nel mondo cresceva la globalizzazione, la più grande vicenda espansiva nella storia dell’economia mondiale, che ha liberato dalla povertà due miliardi di persone. In Italia fu la stagione delle privatizzazioni, promossa da Romano Prodi. Non andò benissimo. L’OPA di Olivetti su Telecom, condotta da Roberto Colaninno interamente a debito, gravò sui conti della società telefonica che non se ne è ancora ripresa. E oggi, lo Stato, attraverso una catena societaria, interviene di nuovo. E interviene non sulla sola proprietà delle reti, come sempre negli anni ’90 si teorizzava, ma sulla gestione: non abbiamo più il panettone di Stato, ma abbiamo di nuovo la telefonata di Stato.

Naturalmente ci sono aspetti tecnici interessanti nella operazione di acquisizione di Telecom Italia da parte di Poste Italiane. Molti esperti ne hanno parlato con favore, e anche il mercato azionario ha manifestato moderato apprezzamento. Resta la considerazione che, per risolvere una crisi, o prevenire un problema, si ritorna allo scudo del “prevalente capitale pubblico”, come negli anni Trenta del secolo scorso.

Che male c’è, si dirà. Basta che funzioni. Appunto. Lo Stato imprenditore spesso non è bravissimo, anche se non pochi manager di aziende a prevalente capitale pubblico si sono rivelati eccellenti. Il vero problema è che, esercitando una attività imprenditoriale, la Pubblica Amministrazione è in conflitto con se stessa.

E’ al tempo stesso controllore e controllato, fornitore e utente di servizi. Per esplicitare il concetto, ci si può riferire ad un esempio evidente per tutti. Quello delle ex-municipalizzate, diventate società per azioni partecipate dagli enti locali. Gestiscono con affidamento diretto (in house) i servizi a rete (gas, acqua, rifiuti). I Comuni, in quanto soci, hanno interesse alla massimizzazione dei profitti, in quanto enti territoriali generali hanno interesse all’erogazione di servizi di qualità al minor costo possibile per l’utenza. “La contraddizion che nol consente”, avrebbe detto Dante Alighieri (Inferno, XXVII).


 
 
 

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