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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Festa della Mamma e il perdurante "equilibrismo" in cui vivono le donne

Illuminante l'ultimo Report di Save The Children sulla maternità


di Emmanuela Banfo


Nella domenica dedicata alla Festa della mamma, al netto dei suoi afflati puramente consumistici, ciò che emerge dalla recentissima XI edizione del Rapporto di Save The Children “Le Equilibriste, la maternità in Italia”, sottrae molto al diffuso clima gioioso. Infatti, dal rapporto risalta evidente una maternità impedita, ostacolata, repressa e le equilibriste sono le donne, che portano, da sempre e ancora oggi, il carico pesante di conciliare casa e lavoro, cura dei familiari, non soltanto dei figli, ma anche dei genitori e/o suoceri anziani, e - perché no? – interessi, impegni personali.

Perché le donne, single o mogli, senza o con figli/e, oltre ad essere equilibriste sono persone resilienti, capaci di ottimizzare i tempi in modi creativi e in rete, spesso, con altre donne. Lo dimostra il loro impegno nel mondo del volontariato che sfiora il 50%. Perciò quando si tratta di maternità, di occupazione, di quell’intreccio esistenziale che il femminile porta con sé, occorrono sempre di più analisi differenziate e intersecate in grado di restituirci anche le sfumature di quel mondo variegato in modo da non cedere a facili stereotipi e fotografie parziali.  I dati riferiti dal Report di Save The Children sono certamente la base di una riflessione che riguarda la società intera, le politiche sociali, ma anche la dimensione culturale e il climax, un indicatore che sfugge, eppure gioca un ruolo nient’affatto secondario.


Le difficoltà a conciliare famiglia e lavoro

Partiamo dai dati oggettivi del Rapporto: costante diminuzione delle nascite (nel 2025 circa 355 mila, pari a -3,9% in un anno); difficoltà a conciliare maternità e lavoro (tra le donne 25-54enni con almeno un figlio minore, l’occupazione nel 2025 rispetto al 2024 è aumentata dello 0,1% e nel settore privato il 25% delle madri under35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio); marcate differenze territoriali (tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%). Aggiunge il Rapporto che la maternità prima dei 30 anni è sempre più rara, un’eccezione: in Italia, nel 2025, le mamme tra i 20 e i 29 anni sono circa 300 mila, pari al 2,9% del totale. Non da sottovalutare il fatto che tra le under35 aumentano sia le migrazioni all’estero sia quelle interne: in 10 anni, dal 2014 al 2024 le expat sono aumentate del 125%, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci. Sempre tra il 2014 e il 2024 – ci racconta il Rapporto - oltre 200mila under35 del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro‑Nord, aggravando il declino demografico del Sud, dove nel 2025 le nascite calano del 5%, più che ne resto del Paese.

Bene dice Antonella Inverno, responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia che “la maternità resta ancora uno dei principali fattori di disuguaglianza. Viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della genitorialità in modo sproporzionato sulle donne”. I numeri raccontano – aggiunge Antonella Inverno- che la situazione è “addirittura peggiorata rispetto agli scorsi anni. Nonostante gli impegni annunciati, aumentano le dimissioni delle neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora e non è inserita in percorsi di formazione”. Eppure, il desiderio di maternità c’è, soprattutto con il crescere dell’età. Ma occorrono “politiche strutturali, fondate su interventi integrati: occupazione stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, adeguati strumenti di sostegno economico e percorsi di autonomia abitativa per le giovani generazioni – afferma  Giorgia D’Errico, Direttrice Affari pubblici e Relazioni istituzionali di Save the Children - Serve rafforzare un welfare coerente e coordinato lungo tutto l’arco della vita, insieme a un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari”.


Una realtà in continuo peggioramento

Per capire meglio la mappa delle diseguagliane corre in aiuta il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, che misura le condizioni delle madri attraverso sette ambiti (Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza). In questa edizione la regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna, seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta, che torna sul podio dopo il forte arretramento registrato nell’edizione precedente. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12/o all’8/o posto e per la Calabria, che guadagna due posizioni, passando dal 18/o al 16/o posto. Il peggioramento netto in tutte le regioni si registra nel lavoro. A pesare l’aumento della precarietà, con la quota di donne occupate in lavori a termine da almeno 5 anni salita dal 17,4% al 19,1% e la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1000 donne occupate. L’arretramento è diffuso a partire dalla Valle d’ Aosta, che ha perso 10 posizioni rispetto all’anno precedente (dal 9/o al 19/o posto), al Sud.

Dati oggettivi che misurano una realtà della quale, tuttavia, non si coglie la complessità se non ci si pone di fronte ad alcuni interrogativi, per quanto scomodi, che Domenico Cravero, per esempio, solleva puntualmente su questo sito nella sua rubrica Osservando i nostri tempi ogni mercoledì. Per esempio, il modo oggi di vivere la genitorialità. Da più parti si sente parlare di inadeguatezza genitoriale a cui contribuiscono soltanto in parte le carenze strutturali di una società in termini di welfare, di sistema educativo, di aiuto alle famiglie. L’inadeguatezza genitoriale ha a che fare con un malessere più profondo che riguarda la sfera esistenziale-emotiva dello stare al mondo. Genitori insoddisfatti, genitori disattenti, genitori che mettono in competizione i figli fin da piccolissimi. Ansia di prestazione diffusa accompagnata ad altrettanta diffusa frustrazione. Da qui l’atteggiamento iperprotettivo di gran parte dei genitori contemporanei che cerca nel/nella figlio/a il prolungamento di sé. E questa non è una novità se non per un particolare.


Una cultura appiattita sull'egotismo

Che nelle nostre società consumistiche dove prevale l’idea che tutto si compra e tutto si vende, persone comprese, accade spesso che non si mettano al mondo bambini/e  perché “non ci sono soldi” che non è affatto sempre vero. A meno che non si prendano per buoni i target del mercato dove abbonda il superfluo, il griffato, la moda del “così fan tutti” o “tutti lo hanno perché io no”. La gara è tra chi ha di più non tra chi è di più: prevale l’avere e non l’essere. È questo un punto di vista, uno dei molti, che non esclude gli altri, ma che aggiunge un tassello alla comprensione della realtà, troppo vasta e troppo articolata per racchiuderla in una statistica o di un algoritmo. Una cultura declinante verso l’egotismo sarà sempre meno propensa a generare altro da sé lasciando spazio a nuove creature che inevitabilmente chiedono di ridefinire il proprio. Alternativa sarebbe la cultura del dono, della gratuità che chiede un decentramento dall’io, ma anche dell’essenzialità contro il sovrabbondante, l’inutile. Lo dimostra anche un dato del Rapporto sulle Equilibriste, ovvero la tendenza di posticipare la nascita di un/una figlio/a pubblicamente motivata per assestarsi economicamente, magari con delle esperienze all’estero, ma implicitamente, perché si vede nella figliolanza un impegno ostacolante.

La dicotomia o i/le figli/e o i miei sogni non ci parla solo di difficoltà economiche, sociali, logistiche, ma anche di un pensiero dell’essere genitore e della relazione genitori-figli/e. Resta un fatto positivo: la maternità e la paternità vuol essere vissuta consapevolmente non come mero dato biologico. Ne consegue che le nuove generazioni intendono essere più responsabili nel mettere al mondo nuove creature. E che lo Stato e il suo sistema pensionistico ci soffra francamente non è una priorità. I sistemi si devono adattare alle persone, ai nuovi bisogni, alle nuove esigenze della società e non viceversa. Le donne non devono più essere considerate macchine da gravidanza e colpevolizzate perché non feconde. Anche la scelta di non avere figli/e deve essere rispettata. Una società giusta deve soltanto preoccuparsi che sia una scelta libera e non costretta.

Infine un’ultima considerazione sul climax: la narrativa dominante è decisamente di timbro apocalittico. L’informazione dà quotidianamente il suo contributo contrassegnando come eccezionale ogni evento, privilegiando toni da fine del mondo, raffigurazioni da Harmagedon. Oltre agli effetti deleteri sul piano della dialettica civile, trattasi di impostazione ansiogena che provoca stress, generalizzata incertezza sul domani, nessuna prospettiva di futuro che non sia da post-guerra atomica e paura, tanta paura. E la paura è solo feconda di spettri, di declino morale e non di bambini/e che in quanto tali sono portatori/trici di futuro. Ma dove non si coltiva la speranza, al futuro non si pensa se non con raccapriccio e tutto si riduce all’oggi, l’appiattimento diventa innanzitutto povertà di senso, chiusura ad ogni prospettiva. I/le bambini/e ne stanno fuori. Oltre la porta chiusa, sprangata dallo stato di panico, di perenne preoccupazione che, pensandoci bene, ci rende inermi, incapaci di progettare, di gettare il cuore oltre l’ostacolo come solo una nuova nascita, anche nostra, è capace di fare.

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