Alagna, la strage del 14 luglio 1944 e l'eroismo dei carabinieri dimenticato
- Enrico Pagano
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Aggiornamento: 2 ore fa
di Enrico Pagano*

Ci sono pagine della storia italiana che restano ai margini della memoria collettiva, pur racchiudendo vicende di straordinario coraggio e dignità. Una di queste si consumò ad Alagna Valsesia il 14 luglio 1944, quando otto carabinieri e sette partigiani furono fucilati dalle forze nazifasciste, dopo essere stati catturati durante il rastrellamento che pose fine all'esperienza della "Valsesia libera".
Tra il 10 giugno e i primi giorni di luglio del 1944 la valle visse una delle esperienze più significative della guerra di Liberazione. Per circa tre settimane il territorio fu sottratto al controllo nazifascista e amministrato dai partigiani guidati da Cino Moscatelli, affiancati dai locali Comitati di Liberazione Nazionale. In quella fase anche i carabinieri che prestavano servizio in varie caserme del territorio continuarono a svolgere il proprio servizio di tutela dell'ordine pubblico, riconoscendo di fatto l'autorità del comando partigiano.
L'esperienza ebbe però vita breve. Il 2 luglio prese avvio una massiccia offensiva tedesca e fascista per riconquistare il territorio. Migliaia di giovani che avevano raggiunto la Valsesia per unirsi alla Resistenza dovettero ripiegare verso l'alta valle, concentrandosi ad Alagna, ai piedi del Monte Rosa. Il comando partigiano decise di rallentare l'avanzata nemica facendo saltare i ponti lungo la strada principale, ma mancavano gli esplosivi necessari.
Fu così che una squadra composta da una decina di carabinieri ricevette l'incarico di raggiungere Macugnaga per recuperare la dinamite proveniente dalle miniere di Pestarena. Era una missione rischiosa, ma decisiva per consentire la ritirata delle formazioni partigiane. Durante il rientro il gruppo venne sorpreso da un reparto della Brigata Nera "Pontida", avvisato da spie locali. I militari tentarono di nascondersi in una grotta, ma furono scoperti dopo che i lamenti di un carabiniere ferito rivelarono la loro presenza.
Seguì una lunga notte di interrogatori, pestaggi e torture. Le testimonianze raccolte in sede di giustizia nel dopoguerra descrivono la brutalità delle violenze inflitte ai prigionieri dal tenente Guido Pisoni e dai suoi uomini. Nessuno parlò.[1]

Nel pomeriggio del 14 luglio fu data pubblicamente lettura dei nomi dei condannati. Dopo un ultimo momento di raccoglimento nella chiesa del paese, assistiti dal parroco di Alagna, i prigionieri furono condotti dietro il cimitero. In pochi minuti il plotone di esecuzione portò a termine la strage. I corpi rimasero esposti per ventiquattr'ore, poi furono inumati in una fossa comune e solo settimane dopo fu consentita la sepoltura individuale, senza funerali né cerimonie religiose.
Tra i carabinieri caduti figuravano uomini provenienti da Veneto, Piemonte, Sicilia, Toscana. Erano uniti dalla stessa uniforme e dalla decisione di restare fedeli alla storia dell’Arma, avendo scelto di collaborare con la Resistenza invece che con l’esercito occupante e i suoi alleati fascisti.Nel dopoguerra i responsabili della strage furono processati dalle Corti d'Assise straordinarie per collaborazionismo. Guido Pisoni venne condannato a morte in contumacia, ma riuscì a sottrarsi alla giustizia rifugiandosi all'estero. Altri imputati beneficiarono di successive revisioni delle sentenze o non scontarono interamente le pene.
Come ogni anno, domenica 12 luglio ad Alagna ricorderemo quei quindici martiri in una cerimonia commemorativa alla quale abitualmente partecipano i rappresentanti delle istituzioni, dell'Arma dei Carabinieri, delle associazioni dei militari in congedo e delle associazioni partigiane. A rendere ancora più significativo il momento sono i numerosi familiari e discendenti dei caduti che si ritrovano da ogni parte d’Italia per onorare quei giovani che, con la loro morte, contribuirono alla nascita della democrazia e della Repubblica italiana.

Tra di loro il nipote dell’appuntato Ugo Longato, il carabiniere più alto in carica nello sfortunato gruppo, che si batte da tempo perché alla memoria dello zio la Repubblica italiana attribuisca un riconoscimento ufficiale. Lo fa per mantenere una promessa fatta alla madre, sorella del caduto, che glielo chiese sul letto di morte. L’ho conosciuto anni fa, quando per la prima volta ebbi l’onore di tenere l’orazione ufficiale alla cerimonia di Alagna. Da allora ho condiviso la sua battaglia civile: ad ogni occasione ricorda che lo zio e gli altri carabinieri avrebbero potuto cercare di salvarsi individualmente, rivelando ai fascisti informazioni che invece tennero nascoste.
Il loro silenzio durante le torture contribuì a salvare molte vite umane. Si chiede perché la Repubblica italiana abbia giustamente concesso ad altri rappresentanti dell’Arma riconoscimenti ufficiali al valor militare e civile, come ad esempio i Carabinieri assassinati alle Fosse Ardeatine, o ancora quelli uccisi dai partigiani jugoslavi nell'eccidio della Malga Bala, che operavano nella Zona d'operazioni del Litorale adriatico, sotto l’amministrazione diretta del Reich, mentre ogni tentativo di concessione di riconoscimento ufficiale alla memoria dei carabinieri caduti ad Alagna intrapreso sinora ha incrociato dinieghi o indifferenza da parte delle istituzioni civili e militari italiane.
Mi tormenta dare una risposta a questo interrogativo. Questa disparità pesa come una grave ingiustizia storica e morale: quegli otto carabinieri morirono dalla parte del futuro democratico dell'Italia.
Se la Repubblica non riconosce ufficialmente il valore del loro sacrificio, compie un torto non soltanto nei confronti della loro memoria, ma anche verso la propria storia e i principi sui quali essa stessa è fondata.
*Direttore Istituto per la storia della Resistenza e della Società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (IstorBiVe)
Le foto sono state gentilmente concesse dall'IstorBiVe
Note
[1]Il ten. Guido Pisoni comandava il presidio fascista di Borgosesia.











































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