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Violenza sulle donne: non facciamo precipitare l'altra metà del cielo in un inferno

di Maria Grazia Cavallo*

Diciamola così: brutalmente come va detta. Ancora non si ferma la mattanza delle donne. In modi diversi e per i più orrendi, pretestuosi, inaccettabili motivi, la metà delle persone che abitano questo pianeta continua a soffrire – anche in questo momento – per opera dell’altra metà.

Donne emarginate, umiliate, sottomesse, ridotte al silenzio, squalificate, oggettivizzate, oscurate – anche in senso fisico – maltrattate, violentate, uccise dai maschi. Questo accade sotto tutti i cieli, anche vicino a noi, che pure “ci comportiamo bene”, che sinceramente soffriamo per il dolore inflitto alle creature più fragili; che deprechiamo la violenza “commessa dagli altri”. Eppure, al contempo, non andiamo oltre la solidarietà emotiva: allarghiamo le braccia, ammettendo la nostra imbarazzata impotenza.

Ma davvero non potremmo trovare – cercandolo in ciascuno di noi, a proprio modo per quanto possa fare – un varco d’uscita dall’impotenza? Questa è un sentimento pericoloso, poiché potrebbe ripiegare in rassegnazione paralizzante, trasformarsi in giustificazione ipocrita di disimpegno, scivolare verso l’indifferenza.

Il nuovo orizzonte del progresso, il nostro impegno per l’avvenire, dovrebbe essere l’universale democrazia di genere, da raggiungere quanto prima possibile e una volta per tutte. Un passo alla volta, a partire dall’attenzione a quanto avviene proprio vicino a noi, e poi allargando via via lo sguardo intorno, a raggi sempre più ampi. Fino ad arrivare all’altra parte del mondo, dove ragazze e ragazzi stanno buttando le loro vite oltre le barriere delle dittature teocratiche. Ma dobbiamo tenere alta l’attenzione e la sensibilità.

Stiamo forse correndo il rischio di assuefarci alla sofferenza altrui, rappresentata e moltiplicata esponenzialmente davanti ai nostri occhi dalla pervasività del sistema mediatico. Sia ben chiaro: è un bene imprescindibile il poter vedere e sapere, spesso in tempo reale. Eppure, quando l’informazione diventa bombardamento continuo e ansiogeno di immagini raccapriccianti senza tregua, quando involontariamente spettacolarizza sé stessa, allora potrebbe impedirci di trattenere lo stupore, la rabbia e il dolore e di condensarli in pacati e lucidi momenti di riflessione. Dovrebbe scorticarci l’anima e invece, al contrario, potrebbe involontariamente immunizzarci con progressive gocce di cinismo, di rassegnazione, di egoismo, di autocentratura.

Si potrebbe parlare del rischio di “ eterogenesi dei fini”, ma è meglio raccomandarci a vicenda di tenere alta l’attenzione per saper leggere attentamente la realtà delle cose, evitando rischi di distorsioni interpretative. Rischi di questo tipo, ad esempio. Potremmo cominciare a dare per scontato che l’ennesimo femminicidio commesso sia soltanto, provvisoriamente, il penultimo. E potremmo aspettarci che ci verrà ancora raccontato, per l’ennesima volta, come l’inevitabile risultato di una sofferenza reciproca.

E’ l’inaccettabile etichetta dell’amore malato: dell’uomo che, alla fine, reagisce perché la “sua” donna lo fa soffrire, gli si ribella, lo vuole abbandonare. E allora la uccide, affinché lei “non ci sia più” : né per sé, né per un altro. Per questa interpretazione però, il gesto evoca un proprio – intollerabile, ma in qualche modo prevedibile e sfumatamente commiserabile – “perché”.

Questa narrazione, ideale per le cronache giornalistiche - quelle più disinvolte e superficiali, ovviamente - è pericolosissima per tre ragioni. Prima di tutto perché falsifica la realtà, ancor prima dell’accertamento giudiziario. I dati statistici estratti dalle sentenze penali, al contrario, ci dicono che i “passaggi all’atto” da cortocircuiti patologici sono assai rari.

La seconda ragione è il rischio della sottovalutazione. Si tende a pensare che il problema sia degli altri, dei mal-viventi; che per il fatto di comportarsi “bene” ci si possa disinteressare del problema, pur sentendolo come grave. Ma ognuno di noi è figlio, padre, fratello, coniuge, parente di donne. E dunque, non dovrebbe permettersi disimpegno: proprio perché potrebbe trovarsi a dover fare i conti con questo tipo di violenza.

La terza ragione è che queste ricostruzioni rafforzano la lettura del femminicidio come fatto privato, come problematica specifica di “quella” famiglia, di “quel” rapporto. Mentre invece la violenza sulle donne - effetto dell’asimmetria di potere fra i generi – non è un allarme emergenziale, ma una grave problematica strutturale che caratterizza tutte le società umane. Ce lo dice la Convenzione di Istanbul, ce lo dice la nostra coscienza.



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