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Viaggio nell'Italia insolita e misteriosa...

Ferrara, tra nebbie, sogni, equivoci e belle illusioni/1


di Ivano Barbiero

È "speciale", intriso di ricordi dell'infanzia, il ritorno del nostro infaticabile viaggiatore tra i nostri confini, dopo le piacevolissime escursioni londinesi. L'attende Ferrara in un misto romantico di amarcord, storia e reportage, da cui prende progressivamente corpo quel luogo magico d'incontro di poeti ed artisti che caratterizzò il Rinascimento italiano. E la città ne fu una delle capitali, grazie alla lungimiranza dei duchi d'Este che la trasformarono radicalmente anche sul piano urbanistico. Una rivoluzione che nel 1995 ha ricevuto il sigillo dell'UNESCO, che ha promosso Ferrara patrimonio dell'umanità per il suo centro storico. Un riconoscimento ribadito quattro anni dopo per le residenze rinascimentali. Oggi, sabato 31 gennaio, prima parte del racconto che riprenderà tra sette giorni.

Ferrara nei ricordi della mia infanzia è legata indissolubilmente alla nebbia, alle littorine e a un luogo che forse non esisteva. Alla stazione di San Benedetto Po, di prima mattina la nebbia non era un fenomeno: era un luogo. Non stava “nell’aria”, era l’aria. Ti entrava nei vestiti, ti faceva sembrare più vicini i rumori e più lontane le cose. Il fabbricato della stazione appariva a metà, come se fosse stato disegnato con una gomma già passata sopra. Il lampione non illuminava: galleggiava. E oltre la banchina, il mondo finiva subito: campi, argini, filari, tutto inghiottito. Aspettavi e non sapevi bene cosa stessi aspettando, perché anche il tempo, in quella nebbia, perdeva precisione. Ricordo ancora che quella coltre bianca, spessa, la spostavi con la mano. Non era umida, era bambagia, E dopo un istante si ricompattava.

Poi arrivava Lei: prima un ronzio diesel, un brontolio che cresceva piano, come un animale che si muoveva al buio senza farsi vedere. E quando la littorina emergeva, non “arrivava”: si materializzava, annunciata da un fischio simile al rantolo di un uccello ferito. Il muso tondeggiante, castano chiaro, spuntava dal bianco come la prua di una barca, e per un attimo sembrava impossibile che qualcosa potesse fendere una materia così densa.

Ancora un paio di minuti e spuntava magicamente un’altra littorina, dalla parte opposta, con destinazione Ferrara. Io andavo verso il chiaro, la luce. Per me era impossibile pensare che oltre quel mare statico a una sessantina di chilometri, più di un’ora di viaggio, potesse esistere una città. E se davvero esisteva. doveva galleggiare indefinita tra mare e nebbia o forse sprofondare chissà dove, in un enorme pozzo senza fine, un regno fantasma che non concedeva niente.


Detto questo, copritevi bene se volete andare a visitare Ferrara d’inverno perché è considerata tra le città più fredde e soprattutto più umide della Pianura Padana, anche se tecnicamente non è tra le più fredde in assoluto (dove primeggiano alcune località alpine e della Val Padana occidentale). Per non parlare della nebbia e delle foschie persistenti che fanno sì che i ferraresi da novembre a gennaio spesso vedono giorni interi senza sole. In compenso la città colpisce più in profondità che a prima vista: non è spettacolare come Venezia, né monumentale come Firenze, ma ha un fascino “sottotraccia”, fatto di silenzi, linee geometriche, atmosfere sospese e una storia culturale enorme rispetto alle sue dimensioni.

Forse anche per un’associazione di simboli, uno dei romanzi che più mi aveva colpito, era stato ‘Il Giardino dei Finzi Contini’, dove un giovane della comunità ebraica ferrarese ricordava l’amicizia e l’amore non corrisposto per Micol Finzi-Contini, appartenente a una famiglia aristocratica e isolata. Sullo sfondo delle leggi razziali e dell’avanzare del fascismo, il loro “giardino” diventava un rifugio effimero prima che la persecuzione travolgesse tutti. Dunque, perché non cercare questo luogo ora? Ahinoi, il giardino non esiste come luogo reale identificabile: è un luogo letterario, immaginato da Giorgio Bassani, però Ferrara offre tre modi concreti per “andarlo a cercare” sul serio: il posto più associato, come ispirazione, è il Parco Massari (zona Palazzo dei Diamanti). È il giardino pubblico che più spesso viene indicato come ispirazione dell’atmosfera del romanzo. C’è poi l’installazione (molto suggestiva) “Il giardino che non c’è”, in Corso Ercole I d’Este. Il MEIS (Museo Nazionale dell’Ebraismo e della Shoah) ha promosso un’idea/monumento legato proprio alla “porta” verso il giardino immaginario: è una delle cose più “Finzi-continiane” che si possono vedere davvero in città. Se invece uno vuole cercare realmente Il “giardino” del film di De Sica, sappia che non è a Ferrara; infatti, le ville e i giardini usati nelle riprese, sono fuori città.



In compenso ci sono le mura che sono più che reali, Sono uno dei sistemi difensivi rinascimentali meglio conservati d’Europa: un anello quasi continuo di circa 9 chilometri che abbraccia la città storica. Furono potenziate soprattutto tra XV e XVI secolo dagli Estensi, in particolare dopo l’Addizione Erculea, quando Ferrara si espanse verso nord con un progetto urbanistico modernissimo.


Le fortificazioni sono composte da lunghi tratti in mattoni, terrapieni erbosi, camminamenti e una serie di bastioni (le tipiche “punte” angolari) pensati per resistere all’artiglieria. Tra i punti più scenografici, il tratto vicino al Castello Estense e i grandi bastioni immersi nel verde, dove oggi si passeggia come in un parco lineare. Lungo il percorso si incontrano antiche porte d’accesso e rampe che ricordano l’uso militare originario, ma anche scorci bellissimi sulle alberature e sui fossati.

Le mura non erano solo difesa: segnavano anche il prestigio della capitale estense, una città ricca e ambiziosa. Oggi sono un luogo amatissimo da ferraresi e visitatori per camminare, correre e pedalare in tranquillità, con una vista “alta” e continua sulla città. In molti punti si percepisce ancora la geometria rigorosa della Ferrara rinascimentale, dove architettura e strategia militare si incontravano. È uno di quei posti in cui Ferrara sembra davvero una “città-fortezza” elegante, sospesa tra storia e quiete.

Si cerca il giardino che non c’è e per forza di cose si arriva a parlare del vecchio quartiere ebraico che si è formato e consolidato soprattutto tra tardo Medioevo e Rinascimento. Il suo cuore era nell’area tra via Mazzini (antico asse principale), via Vittoria, via Vignatagliata e le strade limitrofe, non lontano dal Duomo e dal Castello.

Qui si trovavano botteghe, abitazioni e luoghi di culto, in un tessuto urbano fitto di vicoli e corti interne. Nel 1627, sotto lo Stato Pontificio, venne istituito formalmente il ghetto, con chiusure notturne e controllo degli accessi. Il ghetto veniva fisicamente chiuso con portoni/cancelli: di notte gli ebrei restavano separati dal resto della città e non potevano uscire liberamente. Non era un “quartiere qualunque”: era delimitato da più accessi, fra cui quelli noti in via Mazzini, descritti come i più imponenti. Uno dei provvedimenti più rivelatori della logica di “contenimento” fu l’obbligo di installare grate alle finestre affacciate sulle strade esterne al ghetto. Tra le imposizioni più curiose (e umilianti) compare il divieto assoluto di far uso di carrozze: una limitazione non solo pratica, ma anche sociale e simbolica.

In zona si trovano tuttora le Tre Sinagoghe (Sinagoga Tedesca, Farnese e Italiana) riunite nello stesso complesso, legate alle diverse provenienze dei gruppi ebraici. La comunità era attiva in mestieri consentiti come commercio, prestito, medicina, artigianato e alcuni settori della manifattura.Ferrara fu anche una città cruciale per gli ebrei sefarditi (provenienti dalla Penisola Iberica), accolti dagli Estensi nel XVI secolo. Tra le tradizioni religiose più visibili c’erano il rispetto dello Shabbat, le festività (come Pesach) e le regole alimentari della kasherut, che influenzavano la vita quotidiana. Il quartiere era inoltre un luogo di studi e di circolazione di libri, con una presenza culturale rilevante nel Cinquecento. Con l’età napoleonica arrivò l’emancipazione e la fine delle chiusure del ghetto; nel Novecento la comunità fu colpita dalle leggi razziali del 1938 e dalla persecuzione. Oggi l’area conserva tracce architettoniche e toponomastiche, ed è collegata alla memoria cittadina anche tramite il MEIS (Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah) e gli itinerari storici.

Continua/1



 

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