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Violenza della società e guerra mondiale a pezzi, come si salva la democrazia?

di Marcello Croce

 

Mi è capitato recentemente di rileggere, nella traduzione di Alfredo Cattabiani, un racconto di Drieu La Rochelle, La Comédie de Charleroi, attraverso il quale lo scrittore francese nel 1934 raccontava la guerra mondiale, che aveva vissuto di persona. Alla pari di altri scrittori che divennero totemici nelle aree giovanili postfasciste nel secondo dopoguerra, come Louis-Ferdinand Céline, come Ernst Jünger, come Ezra Pound, Drieu (che sarebbe morto suicida nel 1945) vi metteva il risentimento amaro di un ufficiale al cospetto della trasformazione della guerra moderna in brutale massacro meccanico, per ironia eroicizzato solo dalle poltrone dei poteri che quella guerra avevano progettato.[1]


Vuoto politico dal 1989

Oggi si aggiunge un nuovo fattore, rispetto alla guerra meccanica dei giorni di Drieu La Rochelle, entrato in gioco nel 1945, per lo più rimosso dalle coscienze, e che stacca ancora di più la guerra dall’etica eroica che la nobilitava nel passato come espressione del coraggio personale e dello spirito di sacrificio: la guerra nucleare.

La circostanza di trovarci oggidì nel mezzo di una “terza guerra mondiale”, come primo avvertì il papa Francesco a partire dall’agosto del 2014, riferendosi a Siria, Iraq e a Ucraina, induce a pensare che sia germinata dopo il 1989, con la fine dell’Unione Sovietica ovvero dell’ordine internazionale che si reggeva sulla politica dei “blocchi” consacrati a Jalta nel 1945. Il fatto che il Papa ne rilevasse il carattere di “guerra a pezzi, non dichiarata” mostra il vuoto politico seguìto all’89. Stupefacente che quel vuoto venisse sublimato dai miti del mondialismo, della globalizzazione mercantile neo-liberista.

La precipitosa involuzione evidenziatasi nelle istituzioni americane dopo il 1989 presenta a mio vedere due aspetti. Il primo riguarda una progressività che attraversa la storia americana moderna (evidente a partire da Bush jr). Il secondo riguarda la forma concreta della democrazia.


Le osservazioni Tocqueville

Sorvolo sul primo e mi soffermo a ragionare brevemente sul secondo. Posto che lo Stato, in età moderna e a partire dall’Europa del Seicento, consista in una stabile garanzia dalla minaccia sempre incombente della guerra civile, la democrazia americana, discendente dal principio calvinista di comunità eletta da Dio, dove tutti sono uguali, evolutasi nel tempo si è imposta come modello di libertà, espressa nel riconoscimento dei diritti individuali. Il repubblicanesimo originario, che si allontana subito dal sistema monarchico e rigidamente classista inglese, presenta il modello egualitario che colpì un Tocqueville per la sua distanza dalle istituzioni europee, condizionate dalle gerarchie sociali e dalle distanze di classe.

Noi oggi potremmo riconoscere nella forte mobilità sociale il fattore centrale della democrazia americana, e del modello ereditato dall’Europa occidentale a partire dall’ultimo dopoguerra. La libertà non consisteva solo nella rappresentanza politica che garantisce dalle misure ingiuste o oppressive (a partire dalle tailles e dalle tasse), com’è avvenuto nelle forme liberali europee; ma nella possibilità individuale di svincolarsi dalle condizioni sfavorevoli di nascita e di appartenenza sociale.

L’America del nord divenne il luogo non solo di vaste immigrazioni da tutta Europa, ma anche il modello di una società emancipata dai pregiudizi sociali e dai previlegi storici che costituivano il nerbo degli Stati europei.

La domanda però è questa. L’involuzione trumpiana, e la fortissima crisi determinata dalle sue campagne militari, sono riconducili a un fenomeno di trasgressione dalla linea storica che la precede, o ne è piuttosto il logico sviluppo?


La politica aggressiva degli Usa

La risposta a questa domanda è importante, perché coinvolge direttamente il rapporto con quello che è stato considerato un modello politico, quasi sacralizzato fin nel linguaggio comune, quando si invoca la democrazia.

La domanda si giustifica non solo a riguardo delle ininterrotte guerre di Trump, ma forse più ancora alla luce di un’ininterrotta catena di guerre di aggressione imposte in tutte le parti del mondo almeno a partire dalla fine della guerra civile americana (1865). Riflettiamoci un momento. L’elenco (incompleto) è impressionante.

Campagna di Cuba e occupazione delle Filippine (1898), primo intervento in Europa (1917), secondo intervento in Europa e contro il Giappone (1941), guerra di Corea (1950), guerra del Vietnam (1965), guerre in Iraq (1991 e 2003), Somalia (1993), Bosnia (1995), Kossovo (1999), Afganistan (2001 e 2009).

L’impressione che ne deriva, al di là delle formule convenzionali adottate per la narrativa mediatica interna e internazionale, è quella di un intrinseco legame tra democrazia e guerra. Esattamente come se la condizione per prevenire la guerra civile fosse la guerra portata fuori dei propri confini.

Un’ipotesi del genere mi porta all’Europa e alla sua configurazione storica. Il pensiero di Carl Schmitt ha messo in luce che nel continente europeo i confini territoriali degli Stati furono un elemento essenziale a garanzia della pace fra distinte comunità nazionali. Fu l’ordine internazionale, jus publicum europaeum, sorto alla fine delle guerre di religione del 1600. Occorre precisare che si trattava di un ordine concretamente terrestre, vincolato al reciproco riconoscimento territoriale di sovranità da parte di una serie di monarchie.[2]

Inoltre il filosofo tedesco evidenziò che l’ordine europeo venne meno quando un’ex-colonia della monarchia inglese, resasi indipendente nella forma repubblicana, all’inizio del XX secolo pose fine ai paradigmi terrestri su cui si basava l’ordine degli Stati europei. Erano gli Usa.


Differenze di costume tra europei e americani

E dall’aprile del 1917 la guerra riguardò non più una controversia per i confini, ma in vista della cancellazione o distruzione di monarchie e addirittura, come accadde dopo, di intere realtà e forme statuali dell’Europa.

Va premesso che la forma politica americana è piuttosto quella di una società che di una comunità: differenza che va misurata ancora con il fatto che l’Europa è costituita da Stati-nazione, laddove gli Usa sono sedimento di successive ondate immigratorie arrivate da ogni parte del mondo.

Che peso ha la differenza? Indubbiamente un’assenza di vincoli ereditari da parte degli individui. Una libertà da vincoli che fino a oggi ha distanziato la tipologia di costume dell’americano rispetto all’europeo. Ma questo forse ne spiega anche l’alto grado di violenza sociale, alimentato dai principi geneticamente aggressivi e conflittuali propri del capitalismo. L’accesso individuale alle armi da fuoco ne è segno eloquente.

Se lo Stato contiene la minaccia della guerra civile, in una società con un alto grado di violenza la guerra fuori dei propri confini ne diviene la logica e perversa risoluzione. E questo induce a una riflessione sullo stesso concetto di democrazia.


Note

[1] Alfredo Cattabiani tradusse il primo racconto nel 1965 per la casa editrice da lui creata, la Rusconi. Giuseppe Girimonti Greco fece una traduzione completa di quest’opera (i racconti sono sei) nel 2014 per Fazi Editore. Per Céline ricordiamo il grande romanzo Viaggio al termine della notte (1932), per Jünger Le scogliere di marmo (1939), Pound pubblicò il Hugh Selwin Mauberley  nel 1920.

[2] C. Schmitt, Il Nomos della terra, trad. E. Castrucci, Milano 1991.

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