Russia e Biennale di Venezia: il doppiopesismo dell'Unione Europea
- Marcello Croce
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Aggiornamento: 3 ore fa
di Marcello Croce

“La Commissione Europea ha espresso una posizione chiara riguardo alla guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina. La cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda. Gli Stati membri, le istituzioni e le organizzazioni devono agire in linea con le sanzioni dell’UE ed evitare di dare spazio a individui che hanno attivamente sostenuto o giustificato l’aggressione del Cremlino contro l’Ucraina”.[1]
È piuttosto singolare che una censura culturale così chiara venga giustificata con la difesa della diversità e libertà di espressione. Eppure sono questi i termini con i quali la Commissione europea, con firma della vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef, dichiara la sospensione o addirittura la cessazione dei finanziamenti europei alla Fondazione Biennale di Venezia, in relazione alla riapertura decisa dal presidente Pierangelo Buttafuoco (nella foto) del padiglione degli artisti russi, che venne chiuso con analoghe motivazioni nel 2024.
“C’è il rischio significativo” aggiungono i redattori della lettera che la Federazione russa possa utilizzare la presenza alla mostra “per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale”.
A questo riguardo viene altresì richiesta al governo italiano, con destinataria la Farnesina, una presa di distanza ufficiale con la conferma di incompatibilità fra sanzioni e ammissione a uno dei più prestigiosi eventi mondiali.
Come è noto la Biennale veneziana risale al 1895 e vi partecipano non i singoli artisti ma gli Stati nazionali, che selezionano i propri rappresentanti (nella diverse arti, compreso il cinema). La selezione degli artisti avviene perciò nei singoli Paesi di appartenenza. Chiaro, l’intento originario di avvicinare tra loro Stati e nazioni del mondo.

La secca minaccia arrivata dalla Commissione Europea apre perciò una serie di questioni di fondo, a cominciare dal domandare se non sia un sopruso bello e buono la critica di una decisione assunta dalla persona di competenza che ha la responsabilità di un’istituzione culturale italiana.
Quella lettera contesta tale decisione proprio nel suo merito, con uno spirito di faziosità politica che ignora le ragioni di Buttafuoco, le quali (possiamo indovinare) sembrano attestare piuttosto quel dialogo aperto, quella diversità e libertà di espressione a cui ricorrono gli stessi firmatari per giustificare invece le loro minacce. Il tono perentorio della lettera mette in luce lo spirito vessatorio dei burocrati, incuranti dello stile perché sicuri del loro potere e degli effetti enormi che ne deriverebbero. A prescindere dalla questione del finanziamento, la minaccia rivela una faziosità e un’impotenza, la prima nei confronti di un’istituzione fra le più celebri e importanti del mondo, dedicata all’arte e al suo messaggio universale; la seconda col tentativo di deviare contro il mondo dell’arte un rancoroso dispetto per gli insuccessi dell’istituzione europea nei riguardi del conflitto russo-ucraino.
L’intimidazione rivolta dalla Commissione alla nostra Biennale ha perciò il carattere poco lusinghiero di un ricatto, che suona: fuori la Russia o chiudete!
E a questo punto c’è da chiedere davvero cosa sia diventata, in relazione agli Stati che ne fanno parte, questa Unione Europea. Non è questo il luogo per tentare di farne un quadro attuale alla luce degli eventi di questi ultimi anni, che ne hanno segnato non poche sbandate e soprattutto una lontananza spesso abissale dal sentire dei suoi popoli (sarebbe un lungo elenco, dai problemi energetici dipendenti dalle sanzioni alla Russia a quelli etici derivati dai silenzi e dalle divisioni in relazione a Gaza, Venezuela, Cuba, Iran e Libano).
E sarebbe più facile, oggi, dire che cosa non è – l’Europa di Maastricht – piuttosto che dire cos’è. Non è una Confederazione. Non è una Federazione. Il termine “unione” ricorda quello di “mercato comune” (di sana memoria) ma poi anche in questo si sa che fine han fatto le grandi produzioni industriali nazionali. Resta l’unione finanziaria, con la soppressione dei cambi. Ma la politica mondiale? Il rapporto con Trump? Il rapporto con Netanyahu?
Ripeto che non è questo il luogo per affrontare il tema. Ma ritengo doveroso, in relazione alla lettera della Commissione, domandare perché la Commissione non abbia fatto nessun riferimento agli Usa e allo Stato di Israele, e decretato altrettanto minacciosamente la rimozione dei loro allestimenti alla Biennale.
Perché solo nei riguardi delle aggressioni militari americane e israeliane si dovrebbe far valere il principio della libertà dell’arte, quello che l’arte è sempre messaggio di pace, ecc. ecc.? Perché due pesi e due misure a questo riguardo?
Aggiungo, che il rapporto fra le sanzioni e Biennale d’arte, cui fa riferimento la lettera della Commissione, appare stupido e offensivo (per l’arte). La Russia non trarrebbe alcun provento economico dalla presenza dei suoi artisti nella mostra; e chiamare “propaganda” la loro presenza a Venezia significa semplicemente ignorare (in senso transitivo) la differenza tra arte e propaganda. Ma infine: le sanzioni europee devono anche “punire” gli artisti che dipingono, che danzano, che fanno cinema?
Un cenno finale alla vicenda nella politica italiana. Come si sa, la controversia è cominciata con un duro confronto tra il ministro della cultura Alessandro Giuli e il presidente Buttafuoco. È presumibile che l’azione intimidatoria della Commissione europea sia connesso con l’attacco del ministro al coraggioso scrittore. I due uomini incarnano anime profondamente diverse della tradizione di Destra del dopoguerra.
Faccio un cenno al secondo. Uomo dell’entroterra siciliano, studioso di Guénon e convertito a un Islam spirituale che non smentisce il Cristianesimo originario, autore di romanzi come Le uova del drago (2005) e Il lupo e la luna (2011), commentatore sul Secolo, su Repubblica, sul Foglio, su Il fatto quotidiano; buona parte di vita vissuta nei movimenti giovanili e nel Msi, Buttafuoco ha saltato la barriera ideologica e i suoi pregiudizi, anche grazie a un pirandelliano senso dell’umorismo, che (scrive) “è la ricerca di un punto di vista sghembo, particolare, altro. È la ricerca del dettaglio che ti permette di smontare e rimontare tutto”. [2]
Ora vedremo se la brutale intrusione della politica nella manifestazione veneziana porterà la sfida al punto della rottura. Sarebbe un vulnus letale per la Biennale, s’intende. Ma anche il segno di un’irrimediabile continuazione di quel suicidio morale che in Europa cominciò nel 1914.
Note
[1] Il corsivo è mio.
[2] Intervista, in L’Insoluto, Ed. Città Nuova, 2017.













































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