VIAGGIO NELL'ITALIA INSOLITA E MISTERIOSA...
- Ivano Barbiero
- 18 apr
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 18 apr
La stanza delle voci: dentro la Corale Verdi, dove Parma canta da oltre un secolo e nascono i talenti della lirica
di Ivano Barbiero

Non poco più di un'ora per percorrere una sessantina di chilometri: è quanto separa dalla città sui tre laghi, Mantova (raccontata nella puntata del 4 aprile scorso) [1], da Parma, nuova tappa del nostro infaticabile viaggiatore Ivano Barbiero.
Nella città, che fu ducato per trecento anni, nel Cinquecento con la dinastia dei Farnese, due secoli dopo sotto il ramo italiano dei Borbone, Barbiero ci fa scoprire un eden particolare: quello musicale della Corale Giuseppe Verdi.
C’è un vicolo a Parma, poco lontano dal Giardino Ducale, che non attira turisti e non promette nulla. Vicolo Asdente. Una di quelle strade dove passi per caso, magari cercando altro. E invece lì, dietro una porta discreta, si apre un mondo che Parma custodisce quasi senza far rumore: la sede della Corale Giuseppe Verdi, fondata nel 1905 quattro anni dopo la sua morte.
Non è un luogo monumentale, e forse è proprio questo il punto. Non ha bisogno di imporsi, perché chi entra capisce subito che lì dentro la musica non è un evento, ma una consuetudine. Sono stanze che sembrano respirano piano, con le pareti tappezzate di fotografie in bianco e nero, diplomi, locandine d’altri tempi. Non sono esposte come trofei, ma come si tengono le foto di famiglia: per ricordare chi è passato.
Le presenze che attraversano questa storia non sono poche. Si incrociano, per esempio, i nomi di alcuni dei più grandi cantanti lirici del Novecento. Quando si cita Mirella Freni, bisogna fermarsi un attimo: non è un nome qualsiasi, ma una delle voci più celebri dell’opera mondiale, protagonista nei teatri più importanti, dalla Scala al Metropolitan di New York. Eppure, prima di diventare una leggenda, fu una giovane cantante che nel 1958 vinse la prima edizione del concorso organizzato proprio dalla Corale Verdi, il “Carlino d’Oro”.

Non si trattò di un caso isolato. Negli anni successivi quel concorso continuò a intercettare talenti destinati a lasciare il segno: nel 1970 vinse Katia Ricciarelli, tra le più importanti interpreti dell’opera italiana del secondo Novecento, e nel 1971 un giovane José Carreras, destinato a diventare uno dei più grandi tenori al mondo e, anni dopo, uno dei celebri Tre Tenori assieme a Placido Domingo e Luciano Pavarotti. A distanza di anni, quel piccolo concorso parmigiano si rivela così come un osservatorio privilegiato sulla nascita delle grandi voci.
La nascita del concorso, del resto, ha qualcosa di quasi cinematografico. Si racconta che tutto prese forma quando Aristide Barilli chiese a un tenore della Corale, Gianni Maestri, di cantare da un portone socchiuso in via Cavour: la gente si fermò, si accalcò, rimase incantata. Da quella meraviglia improvvisa venne l’idea. Non sono episodi isolati. La Corale, pur essendo “solo” un coro, ha sempre avuto questa capacità curiosa di stare al centro senza mettersi in mostra, di intercettare il talento prima che diventi storia. E la storia, ogni tanto, passa davvero da queste stanze.
Nel 1946, quando Arturo Toscanini tornò in Italia dopo gli anni dell’esilio e riaprì la stagione della Scala, volle incontrare proprio i coristi della Verdi. Toscanini non era uno che concedeva attenzioni a caso: era il direttore d’orchestra più celebre del suo tempo, noto per il rigore quasi feroce. Trovò comunque il tempo per loro, quasi a riconoscere in quella realtà qualcosa di autentico.

All’interno della sede questi passaggi non vengono raccontati con enfasi. Restano nelle fotografie, nei programmi di sala, negli spartiti consumati. E gli spartiti, forse, sono l’oggetto più rivelatore. Non quelli nuovi, perfetti, ma quelli segnati a matita: respiri, accenti, correzioni, appunti lasciati da direttori e coristi che magari non ci sono più. Ogni segno è una traccia di voce, un tentativo di trovare l’equilibrio giusto.
Tra questi oggetti, quasi nascosta, compare anche una presenza che pochi notano subito: una fotografia meno nota di Giuseppe Verdi. Non è il ritratto ufficiale, severo e monumentale che tutti conoscono. Si tratta di un’immagine più discreta, più umana. Non viene esposta come un cimelio, ma resta lì, come parte naturale di una stanza. Ed è proprio questa normalità a renderla preziosa.

Non lontano, appeso tra gli altri ricordi, c’è anche un ritratto di Arturo Toscanini con una dedica tracciata in rosso. Il dettaglio non è casuale. Toscanini era solito annotare gli spartiti proprio con segni rossi, rapidi e incisivi, per evidenziare attacchi, dinamiche, punti critici. Quel colore, più che un vezzo, era uno strumento di lavoro: doveva vedere tutto subito, senza esitazioni. Ritrovarlo in quella dedica è come intravedere il suo modo di intendere la musica - preciso, diretto, senza compromessi - lasciato lì, appeso al muro, quasi a vegliare sulle prove.

Al centro della grande stanza dedicata alle prove si trova il pianoforte. Non necessariamente perfetto, ma essenziale. Attorno a lui si raccolgono voci, discussioni, ricordi. È lo strumento che tiene insieme tutto: le prove stonate, le risate improvvise, le tensioni prima di un concerto.
A guardare meglio la storia della Corale, che quest’anno festeggia i 121 anni, si scopre che tutto nasce nell’Oltretorrente, la Parma più popolare, dove all’inizio del Novecento il canto era una pratica quotidiana. Nelle osterie, dopo il lavoro, si cantava per stare insieme, senza spartiti, senza formalità. Fu in quel contesto che Eraclio Gerbella e Annibale Pizzarelli iniziarono a raccogliere quelle voci, trasformando una consuetudine spontanea in un coro organizzato. Non a caso, in quegli anni, chi guidava il coro non veniva chiamato direttore, ma “addestratore”: un termine che oggi può sorprendere, ma che rende bene l’idea di un lavoro pratico, diretto, quasi artigianale, fatto di ascolto, correzione e pazienza.
A proposito di Verdi, c’è un episodio che torna spesso nei racconti legati alla sua musica e che, in un luogo come questo, sembra quasi inevitabile evocare. Dopo aver perso, in pochi anni, i due figli piccoli e la moglie, il compositore attraversò uno dei momenti più bui della sua vita. A quel dolore si aggiunse anche il fallimento della sua seconda opera, Un giorno di regno, accolta freddamente alla Scala. Per un periodo pensò davvero di abbandonare il teatro musicale.
Fu allora che gli venne consegnato il libretto di un nuovo lavoro, scritto da Temistocle Solera: si intitolava Nabucodonosor, nome poi abbreviato in Nabucco. Verdi lo prese quasi per educazione, senza convinzione. Tornato a casa, lo gettò con stizza sul tavolo. Il fascicolo si aprì su una pagina precisa: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”. Quei versi lo colpirono. Li lesse, poi li rilesse. Andò a dormire, ma continuavano a tornargli in mente. Il giorno dopo provò a restituire il libretto, ma ormai qualcosa si era mosso. Quella musica, che ancora non esisteva, aveva già cominciato a prenderlo.

Il racconto ha qualcosa di romanzato, ma il senso resta: da una crisi profonda nacque l’opera che avrebbe cambiato tutto. Nabucco, rappresentato alla Scala nel 1842, fu un trionfo. E quel coro, il “Va’, pensiero”, destinato a diventare uno dei brani più celebri della storia dell’opera, racconta nell’opera il lamento degli ebrei esiliati a Babilonia, lontani dalla loro terra. Col tempo, quel canto ha assunto un significato ancora più ampio: è diventato il simbolo della nostalgia di una patria perduta e, per molti, una voce collettiva che accompagnò il sentimento del Risorgimento italiano.
In un luogo come questo, dove il nome di Verdi non è un’icona ma una presenza quotidiana, quella storia non suona lontana: sembra piuttosto continuare, ogni volta che un coro prova a trasformare molte voci in una sola.
Ancora oggi non esiste un archivio ordinato e completo. Sopravvivono piuttosto “frammenti”: vecchie foto, ritagli di giornale, manifesti, ricordi sparsi che raccontano imprese e concorsi vinti, come quello di Roma diretto da Pietro Mascagni. Sfogliandoli, si ha l’impressione di una storia costruita più per accumulo che per sistemazione, ma forse è proprio questo il suo fascino. La Corale è stata ed è anche una scuola musicale. Qui molti coristi hanno fatto il salto da dilettanti a professionisti. Dalle sue file sono usciti artisti oggi affermati nei teatri di tutto il mondo come Michele Pertusi, Luca Salsi, Marco Spotti, Enrico Iori, Armando Gabba, Paola Sanguinetti.

Oggi la guida è affidata alla presidente Enrica Valla, che fa tuttora parte del Coro come mezzoprano, e che interpreta il ruolo non come semplice rappresentanza, ma come custodia attiva di una tradizione da rinnovare. Se le si chiede quale sia la sfida principale, la risposta arriva netta: «La tradizione non si conserva mettendola sottovetro. Va rinnovata continuamente, con impegno, serietà e passione». Una linea chiara: non museo, ma organismo vivo. Alla domanda su cosa rappresenti oggi per i giovani, la risposta diventa ancora più concreta: «La Verdi deve essere una sorta di madrina: un luogo che accompagna, che permette le prime esperienze, che aiuta a passare dal dilettantismo al professionismo». Non solo coro, quindi, ma spazio di crescita.
Accanto a lei, il lavoro quotidiano è sostenuto dal Consiglio Direttivo e dalla direzione musicale del maestro Claudio Cirelli, che dal 2021 porta avanti questa eredità cercando equilibrio tra fedeltà al linguaggio verdiano e apertura.
Intanto l’attività continua: concerti, collaborazioni, progetti divulgativi come “A voce spiegata”, “Progetto 27”, “Mangio l’Opera”, pensati per avvicinare anche chi non ha dimestichezza con la lirica. Un modo per mantenere vivo quel legame con la gente da cui tutto è partito. Non è un caso se accanto al coro principale sono nate anche realtà come il Coro Voci Bianche, che è stato costituito nel 1952 dal Maestro Cav. Gino Barsanti ed oggi è diretto dal Maestro Niccolò Paganini, e la Corale Giovanile. Percorsi paralleli che permettono ai più giovani di entrare gradualmente in questo mondo, portando avanti una tradizione che non si limita a conservarsi, ma si rinnova.

Una delle cose più toccanti è la convivenza tra tempi diversi: i veterani che ricordano tournée e direttori, e i nuovi coristi che entrano con timidezza. La sede diventa così una soglia tra generazioni. Non si tramandano solo note. Si tramanda un modo di stare insieme. Prima che inizi la prova, si avverte un silenzio particolare. Non è imbarazzo. È concentrazione condivisa. Come se tutti sapessero che, da lì a poco, respiri diversi dovranno diventare uno solo. Forse è questa la vera curiosità della sede: non gli oggetti, ma l’attimo in cui molte vite si preparano a diventare una sola voce.
La sede della Corale Verdi non è soltanto un indirizzo. È qualcosa di più raro: un luogo dove il tempo non passa in linea retta, ma resta in ascolto. E forse è per questo che Parma continua a riconoscersi lì dentro: perché in quelle stanze la musica non serve a fare spettacolo, serve a tenere insieme la memoria. E, forse, anche qualcosa di più: una comunità.
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