Le regole e i valori hanno valore se sono comuni, non se imposti
- Domenico Moro
- 11 minuti fa
- Tempo di lettura: 6 min
di Domenico Moro

Un recente commento sulla guerra in corso contro l’Iran (Jeremy Bowen, Trump is waging war based on instinct and it isn't working, BBC, 29 marzo 2026), è pessimista sul suo esito e reputa non semplice fare previsioni su quando e come si potrà concludere. Tuttavia, alcune riflessioni si impongono, non solo su questo, ma più in generale con riferimento a precedenti conflitti il cui intento era di “portare la democrazia” in paesi autoritari.
Il punto di partenza di quanto segue è un lavoro del filosofo britannico John Stuart Mill (J. S. Mill, A Few Words on Non-Intervention, 1859), riscoperto a partire dal 2005, quando l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato la politica della “Responsibility to Protect”, il cui obiettivo è quello di prevenire il genocidio, i crimini di guerra, la pulizia etnica ed i crimini contro l’umanità. L’applicazione più rilevante, per l’importanza del paese interessato, è avvenuta a seguito della Risoluzione 1973/2011 con cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvava l’intervento in Libia, con cinque astensioni: Brasile, Cina, Germania, India e Russia.
Stuart Mill si chiede se “una nazione sia giustificata a prendere parte, a favore di una fazione o dell’altra, alle guerre civili o alle contese tra partiti di un altro paese; e, soprattutto, se è giustificata ad aiutare il popolo di un altro paese nella lotta per la libertà; o se possa imporre a un paese un particolare tipo di governo o di istituzioni, perché ritenuti migliori per il paese stesso, o perché necessari per la sicurezza dei suoi vicini”. Il problema può porsi, secondo Stuart Mill, solo nel caso – che comunque richiede prudenza – in cui un popolo prenda le armi per affermare la libertà: ogni altro caso non deve essere preso in considerazione.
Ad esempio, se un paese è coinvolto in una prolungata guerra civile per l’affermazione della propria libertà e le forze in campo, pro e contro la libertà, si equivalgono al punto che non vi è possibilità di una soluzione rapida, oppure - qualora vi fosse -, se la parte vittoriosa non può sperare di tenere a bada i vinti, se non ricorrendo a mezzi che “ripugnano all’umanità e dannosi per il benessere del paese”, gli Stati esterni – in accordo tra di loro – hanno il diritto di esigere la cessazione del conflitto e la riconciliazione nazionale sulla base di un equo compromesso. Ai giorni nostri, quando si parla di accordo da parte di attori esterni allo Stato in causa, non può che voler dire l’accordo tra i paesi riuniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Se, invece, il popolo di uno Stato è in lotta contro il proprio governo per ottenere istituzioni libere, secondo Stuart Mill è bene non intervenire. Non si può, infatti, avere la certezza che l’intervento, anche se coronato da successo, si risolva in un bene per il popolo stesso. L’unico criterio per stabilire se un popolo sia pronto per istituzioni liberali “è che esso, o una sua parte sufficiente a prevalere nella contesa, sia disposto a sopportare fatiche e pericoli per la propria liberazione” e che vi sia un gruppo dirigente in grado di sostituire quello che si vuole rovesciare. Se non è così, “è solo una questione di pochi anni o mesi prima che quel popolo venga ridotto in schiavitù”. L’alternativa sarebbe un governo nelle mani del paese che fosse intervenuto, ma in questo caso si sostituirebbe un governo dispotico con uno di occupazione: non una grande soluzione.
Leggendo queste frasi di Stuart Mill, la mente non può non andare all’intervento in Libia, uno Stato fallito a quindici anni dal crollo del regime di Gheddafi; all’intervento in Iraq, un altro Stato fallito; all’intervento in Afghanistan, con i talebani ritornati al governo dopo il ritiro americano. Potremmo aggiungere anche il Venezuela che, secondo Trump, aveva un governo dispotico e che non assecondava la politica americana: oggi abbiamo un governo dispotico che asseconda la politica americana e non è più un problema. La condiscendenza verso l’Amministrazione americana viene prima del tipo di regime.
Il problema posto da Stuart Mill – soprattutto ai giorni nostri – non può che causare forti tensioni politico-morali, sia a livello individuale che di una comunità politica, perché chi è abituato a vivere in uno stabile regime liberal-democratico, quando guarda a governi autoritari, se non dittatoriali e sanguinari, come nel caso dell’Iran, non può limitarsi a girarsi dall’altra parte senza porsi il problema di come si possa favorire un’evoluzione progressiva di questi regimi. Qui, si possono avanzare, provvisoriamente, tre risposte.
Innanzitutto, e dati i precedenti appena ricordati, non si possono imporre i propri valori ricorrendo alla forza (nel caso dell’intervento in Venezuela e in Iran, non c’è stata neppure la tenue foglia di fico di un intervento volto ad affermare i “valori occidentali”, ma solo gli interessi di un gruppo ristretto di oligarchi americani). La seconda risposta è che è impensabile l’affermazione, nel breve periodo, di valori che gli occidentali considerano valori irrinunciabili per il genere umano. L’esempio che, forse, si può fare è la Turchia. Kemal Atatürk, tra mille difficoltà, ha promosso la secolarizzazione dello Stato turco, limitando l’influenza dei movimenti religiosi, in particolare islamici, sulla vita pubblica. Per quanto sia trascorso circa un secolo dall’avvio di quella politica, è bastata l’ascesa al potere di Erdogan perché la Turchia facesse dei passi indietro senza trovare, fino ad ora, una qualche resistenza da parte dell’opinione pubblica turca. Quando crolla un ordine mondiale che ha assicurato un minimo di stabilità e sicurezza, la religione – un’istituzione umana, consolidatasi nei secoli, o millenni – riemerge come un’àncora di sicurezza.
Kishore Mahbubani, in un articolo su Foreign Affairs (The Dream Palace of the West – Why the Old Order is Gone for Good, marzo/aprile 2026), riferendosi ad un precedente articolo di Alexander Stubb (The West Last Chance, Foreign Affairs, gennaio/febbraio 2026) indica la prospettiva su cui insistere affinché si intraprenda un cammino che, col tempo, possa portare ad una convergenza su regole e valori condivisi, ma prima richiama alcune verità di fondo. Egli osserva che non tutti i paesi del global South condividono le prospettive dominanti dell’Occidente riguardo l’ordine mondiale. Essi non vedono la Cina e la Russia come delle minacce, ma temono piuttosto la doppiezza dell’Occidente che critica l’aggressione russa all’Ucraina e i morti civili che comporta, ma non critica la politica israeliana che, a Gaza, ha provocato più morti civili che in Ucraina (“Nessuno rispetta un prete adultero che predica la fedeltà coniugale in chiesa”). Il politologo asiatico va anche oltre e, a fronte delle critiche occidentali alla Cina autoritaria e antidemocratica, fa notare che “il popolo cinese sta vivendo i migliori 40 anni di sviluppo umano e sociale in 4.000 anni di storia cinese” e questa è una indiscutibile base di consenso a sostegno del governo cinese.
Quale prospettiva propone dunque Mahbubani? E così veniamo alla terza risposta, quella decisiva, al problema posto sopra. Egli riprende l’indicazione di Stubb, secondo cui “i governi dell’Occidente globale possono continuare a credere nella democrazia e nei mercati senza insistere sul fatto che siano universalmente applicabili; in altri luoghi possono prevalere modelli diversi” e che “un ordine mondiale basato su regole e sostenuto da un insieme di istituzioni internazionali efficienti che sanciscono i valori fondamentali rimane il modo migliore per evitare che la competizione porti allo scontro”. La risposta sta quindi in istituzioni multilaterali più forti e più forti in quanto fondate su un governo più equo. Ad esempio, sostiene Mahbubani, il funzionamento del Consiglio di sicurezza dell’ONU dovrebbe prevedere come membri permanenti i rappresentanti delle principali regioni del mondo e il FMI dovrebbe rivedere il peso dei diritti di voto in modo da rappresentare più equamente le regioni emergenti del mondo.
Si tratta, in sostanza, di introdurre una maggior simmetria nella gestione delle istituzioni multilaterali tra Occidente, Oriente e Sud del mondo, in modo da prevenire futuri conflitti e guadagnare il tempo necessario per una progressiva convergenza su valori che ogni parte dell’umanità possa considerare irrinunciabili. Ma per fare questo passo occorre che, contrariamente a quanto avvenuto fino ad ora, il 12 per cento della popolazione mondiale sia disposta ad ascoltare le ragioni del rimanente 88 per cento: un compito difficile, ma non impossibile. Fino a circa cinquant’anni fa, gli Stati settentrionali della federazione USA hanno convissuto con gli Stati razzisti del sud, alcuni dei quali, oltretutto, a guida democratica. Occorre, però, indicare chi può prendere un’iniziativa in questa direzione e Mahbubani sollecita l’Europa ad assumersi questa responsabilità. Qui possiamo solo aggiungere che questa iniziativa dovrebbe essere presa insieme all’India, un continente che, fino ad ora, non si è fatta coinvolgere nella corsa al riarmo avviata da Cina, Russia e Stati Uniti.













































Commenti