Osservando i nostri tempi
- Domenico Cravero
- 18 ore fa
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La forza vitale della parole materne
di Domenico Cravero

Definire l’umano unicamente per la sua mortalità, rimuovendo la condizione della nascita, è una scelta metafisica, densa di conseguenze. La nascita è l’inizio e la forma di ogni umana possibilità. Il bambino è il nuovo arrivato da accogliere e festeggiare. Non è nato per morire – diceva Hannah Arendt - ma per cominciare. Questo cominciamento è unico e singolare: generativo, promettente, innovativo, non solo per i mondi vitali che lo accolgono ma per tutta la società e la sua cultura. Nel mondo occidentale non scarseggiano solo i rituali civili della fecondità e della nascita ma manca anche un repertorio per esprimere questa realtà trascendente, dove il potere delle parole non dice tutto. La nascita non è infatti un puro fatto biologico o un episodio circostanziato, ma è un processo vitale e incessante, goduto e sofferto. Dura tutta la vita e trova il suo senso ultimo nella possibilità di un “piacere di vivere” ogni volta inedito.
La nascita di cui si è per sempre debitori
Secondo Maria Zambrano l’intera esperienza umana si caratterizza per il continuo dischiudersi delle potenzialità dell’inizio. (“L’animale nasce una volta per tutte, l’uomo invece non è mai nato del tutto”. Zambrano M., Verso un sapere dell’anima, p 90). Il momento biologico della nascita assume così una valenza simbolica circa il senso generale del vivere, cifra di un’origine nei cui confronti il soggetto rimarrà per sempre in debito. Se quella vita è stata voluta e desiderata, essa incorpora un’intenzione buona, che le assegna l’identità di figlio. L’infante da subito cerca la sorgente della vita dalla quale la nascita lo ha staccato con un taglio traumatico. La donna che diventa madre, attraverso tutti i suoi comportamenti, si costituisce principio di vita per il figlio. I suoi comportamenti scaturiscono, fin dall’inizio, spontaneamente dalla qualità dei suoi affetti. Non si tratta di istinto o di eredità biologica. Il nuovo nato è accolto da una cultura, con la sua storia e la sua lingua. La madre parla molto al figlio, ben prima che lui possa comprendere il significato della parole. Egli ne coglie però la forza vitale, in virtù della quale impara la “madre-lingua”. Da quei lunghi e ridondanti discorsi, il bambino apprende il senso, prima affettivamente e poi gradualmente anche cognitivamente. Anche per la madre avviene una doppia nascita, quella che transita passivamente attraverso il trauma del suo corpo e quella che avviene nel suo spirito, condizione necessaria perché anche il figlio cresca come spirito incarnato.
Responsabilità verso la vita
Nel padre la distanza tra corpo e spirito è maggiore poiché egli può comprendere qualcosa della maternità solo attraverso la narrazione che ne fa la donna ed entra in rapporto con il figlio attraverso la mediazione materna. Nella condivisione della cura e nella reciproca promessa d’amore e fedeltà, si istituisce il primo ordine etico dei rapporti umani, come responsabilità verso la vita che i genitori hanno trasmesso. Essi sperimentano infatti capacità che non pensavano di avere. Di fronte a ogni esperienza nuova, il bambino interroga il genitore, con lo sguardo prima della parola. Per addomesticare il mondo ha bisogno di loro, convinto che loro sappiano il segreto di ogni cosa. La generatività è, quindi, parte essenziale della condizione adulta femminile e maschile; la gestazione è solo una delle dimensioni della maternità. La cura si manifesta ben prima della maternità biologica e può attivarsi fin da bambini, come rappresentano i giochi e i giocattoli dell’infanzia. La generatività è la via per trovare senso alla vita. Anche riconoscere le sofferenze e le vulnerabilità e rimediarle è un gesto generativo, come lo è ogni azione per la pace.
Riconoscere l'emozione
Il maternage, l'insieme delle cure affettuose, premurose e costanti, è una donazione a più voci. Nella maggioranza delle regioni della terra i bambini sono cresciuti da una rete di persone. La nascita umana rimanda oltre sé perché possa dirsi effettivamente compiuta, in quell’orizzonte che chiamiamo speranza. Nasciamo senza scegliere ma siamo vivi solo se ci appropriamo della prima nascita, attraverso graduali e continui atti di libertà e volontà. Essere vivi comporta la capacità di volere ma per volere è necessario una rete di legami di fiducia che dia credito alla promessa ricevuta nel “venire al mondo”.
Nell’interpretazione illuministica il soggetto autonomo privilegia il momento attivo, quello passivo (pathos) è svalutato. La volontà è fondata solo dalla ragione, non dalla passione. Il postmoderno riconosce l’esperienza emotiva come momento costitutivo e genealogico della coscienza. L’emozione però è per lo più descritta in termini psicologistici, autoreferenziali, fuori della relazione intenzionale tra coscienza e realtà. La passione tuttavia può essere valorizzata solo se si motiva all’azione e se apre alla possibilità di diventare parola. Non è solo stato d’animo, affezione (affect); annuncia e prefigura il significato della realtà. Il soggetto “nasce” grazie a questo appello.
Oggi s’impone con un’urgenza prima sconosciuta la necessità di una ripresa della nascita. Manca una riflessione diffusa su molti aspetti alla radice della condizione umana. La correlazione tra nascita e identità nella cultura precedente era garantita dalle forme condivise della cultura che oggi vanno rifondate. Si giunge alla verità delle cose solo grazie a evidenze dischiuse dalle relazioni umane.













































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