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- a cura del Baccelliere
- 18 ore fa
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Paul Simon, suoni di un "riformista dirompente"
a cura del Baccelliere

In queste settimane l’Europa ospita il Quiet celebration tour di Paul Simon. Simon compirà ottantacinque anni a ottobre. Qualche anno fa, a causa di problemi di udito, aveva annunciato l’addio ai concerti. Fortunatamente, dopo averli risolti in parte, dall’anno scorso è tornato on stage con una formazione acustica che comprende Steve Gadd alla batteria, Bakithi Kumalo al basso e Mark Stewart alla chitarra. Ascoltare Paul Simon in questa dimensione, una celebrazione quieta come recita il titolo, è un privilegio. Le sue canzoni hanno un’intimità profonda che trae giovamento dalla strumentazione scarna e dalle tinte tenui.
Nella generazione dei cantautori emersi negli anni ‘60 Paul Simon occupa uno spazio a sé. I rivoluzionari sono stati altri, a cominciare da Bob Dylan. Paul Simon è stato piuttosto un riformista, ma un riformista dirompente. Se Dylan ha rotto i codici precedenti, Paul Simon li ha riscritti. Ha preso forme preesistenti - il folk, il pop, la world music - e le ha reinventate.
Ha creato capolavori come Graceland[1]. Nel 1986 non era facile per un campione della musica americana confrontarsi con dei musicisti neri sudafricani: c’era l’apartheid, Nelson Mandela era in prigione. Molti artisti andavano a esibirsi dietro lauto compenso a Sun City, il resort di lusso ad uso dei bianchi, di fatto legittimando il regime. Miami Steve Van Zandt, chitarrista di Springsteen, nel 1985 aveva dato vita ad un progetto discografico a cui avevano partecipato molti musicisti - da Lou Reed a Miles Davis. Invitava a non andare a suonare a Sun City[2]. Paul Simon non andava a Sun City, naturalmente, ma non aderì nemmeno al progetto di Van Zandt. Spiazzò tutti e riuscì a far dialogare quei suoni - e quei musicati meravigliosi - con il pop occidentale, realizzando un doppio miracolo, musicale e di inclusione.
Perché Paul Simon è stato - e probabilmente è ancora - un grande architetto. Non a caso una bellissima canzone che ha scritto per il duo con Art Garfunkel è dedicata a Frank Lloyd Wright[3], l’architetto visionario della casa sull’acqua. E più di un progetto che si immaginava non potesse reggere, nelle mani di Paul Simon ha preso forma e vita.
Ancora oggi, quando sale sul palco e imbraccia la chitarra, sorride. La sua non è superficialità ma gioia per il suono[4]. Paul Simon è un artista/artigiano, che ama il suo lavoro e ne condivide i frutti.
Purtroppo il tour non toccherà l’Italia ed è un vero peccato. Dopo Praga, dove ha suonato la settimana scorsa, sarà a Berlino, Copenaghen, Amsterdam, Bruxelles, Parigi e poi a Liverpool, Glasgow, Londra e Dublino.
Le cronache dei concerti raccontano che la chiusura, spesso in forma di bis, è affidata a The sound of silence. La dimensione raccolta è favorita dalle scelte della strumentazione, voce e chitarra acustica. L’alienazione, l’incomunicabilità dell’era post industriale non avevano mai trovato una interpretazione tanto appropriata. E un uomo solo davanti a migliaia di spettatori diventa un tutt’uno con loro[5].
Note
[1] ascoltate Homeless per averne un’idea https://youtu.be/Cb04PK_oTlM?si=H0htRNgrj6j36yev
[2] “I Ain’t gonna play Sun City” cantavano gli Artists United Agaist Apartheid https://youtu.be/bY3w9gLjEV4?si=8msToDA6Of5vW7Dc.













































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