Trump e la trasformazione del linguaggio politico
- Savino Pezzotta
- 19 ore fa
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di Savino Pezzotta

In una società in cui la comunicazione è divenuta l’infrastruttura primaria della vita collettiva, il linguaggio non è più un semplice strumento di rappresentazione. È un dispositivo operativo, un costruttore di realtà. Questo è particolarmente evidente nel discorso politico contemporaneo, dove la parola non si limita a descrivere il mondo: lo anticipa, lo deforma, lo rende possibile.
Come il lessico non descrive più il mondo, ma lo costruisce
La retorica utilizzata da Donald Trump nella sua riconquista del potere è un caso emblematico di questa trasformazione. Non si tratta soltanto di eccessi verbali, di iperboli o di provocazioni. Il punto è che tali enunciati spostano i confini del dicibile, ridefiniscono ciò che può essere pronunciato nello spazio pubblico senza generare scandalo, e quindi ciò che può essere immaginato come possibile.
1. Lakoff: la politica come battaglia di cornici cognitive
George Lakoff ha mostrato come la politica non sia una disputa di idee, ma una disputa di frame, cornici cognitive che orientano la percezione del mondo. Secondo questa prospettiva:
ciò che viene detto non è mai neutrale
ogni parola attiva una visione del mondo
ripetere un frame, anche per contestarlo, significa rafforzarlo
La retorica di Trump funziona esattamente così: non descrive una realtà, ma attiva una cornice di conflitto permanente, in cui la politica è guerra, la società è un campo di battaglia, l’avversario è un nemico da annientare.
Quando un leader afferma che, se non si accettano le sue condizioni, “un’intera civiltà verrà annientata”, non sta semplicemente esagerando. Sta normalizzando l’idea che la politica possa legittimamente evocare scenari di distruzione totale. Sta dicendo che la violenza estrema è un’opzione pensabile, dicibile, quindi potenzialmente praticabile.
2. Chomsky: la manipolazione del consenso e la produzione del possibile
Chomsky ha analizzato a lungo come il linguaggio politico possa funzionare come strumento di manipolazione del consenso. Nel caso di Trump, la questione non è verificare se le sue minacce o promesse estreme siano realistiche. Il punto è che esse creano una condizione di possibilità: rendono immaginabile ciò che prima era impensabile.
Il linguaggio, in questo senso, non è un commento alla realtà, ma un atto performativo. Dire è già fare. Dire è già spostare il terreno su cui si muoverà l’azione politica.
3. Lo spostamento del dicibile: quando la soglia etica si rompe
Ogni società possiede una soglia implicita di ciò che può essere detto senza violare il patto etico che la tiene insieme. La retorica di Trump — fatta di minacce, ritorsioni, promesse di annientamento — agisce proprio su questa soglia:
la allarga
la deforma
la rende permeabile
Ciò che fino a pochi anni fa avrebbe provocato scandalo, oggi scivola nel flusso quotidiano della comunicazione politica. Il risultato è che la violenza simbolica diventa potabile, accettabile, quasi ovvia. E quando la violenza simbolica diventa normale, la violenza reale trova terreno fertile.
4. La politica che invade l’etica
Il problema non è stabilire se le minacce estreme verranno davvero realizzate. Il problema è che, pronunciandole, si rompe il confine tra politica ed etica. La politica, che dovrebbe essere gestione del conflitto entro limiti condivisi, si trasforma in un dispositivo che nega i limiti, che li considera ostacoli da abbattere.
Quando tutto diventa dicibile, tutto diventa pensabile. E quando tutto diventa pensabile, tutto diventa possibile.
5. La necessità di una nuova alfabetizzazione critica del linguaggio
Ed è qui che si inserisce un’urgenza decisiva: serve oggi una maggiore attenzione e un ampliamento della nostra capacità di decostruzione del linguaggio, affinché diventi evidente la strategia politica che lo alimenta. Solo una lettura critica delle cornici cognitive, delle metafore, delle iperboli e delle minacce può permettere di comprendere non solo la struttura del discorso, ma anche il perché dei risultati elettorali.
La retorica non è un ornamento: è un dispositivo di mobilitazione. Decostruirla significa smascherare le logiche che trasformano la paura in consenso, il risentimento in identità politica, la minaccia in promessa.
La retorica politica contemporanea non è più un semplice strumento di persuasione. È un dispositivo che plasma il campo del possibile, che definisce ciò che una società può immaginare, accettare, tollerare.
Analizzare il linguaggio politico attraverso le teorie linguistiche significa acquisire la capacità di riconoscere che non siamo di fronte a un eccesso, ma a una trasformazione strutturale: la politica che invade l’etica, la parola che anticipa l’azione, il linguaggio che costruisce mondi in cui la violenza diventa pensabile.
Per questo è necessario ricostruire un linguaggio che non normalizzi l’annientamento, ma che restituisca alla parola la sua funzione originaria: creare possibilità di vita, non di distruzione.













































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