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Ieri l'Ungheria, oggi Israele: non è vincente la politica di voler cacciare tutti

Aggiornamento: 3 ore fa


di Mercedes Bresso

 


La splendida vittoria degli ungheresi contro Orbán e per l’Europa. mi permette di provare a spiegare, una volta di più,  perché l’Unione Europea non si precipita a cercare di cacciare i paesi che si comportano in modo non conforme ai principi dei trattati, nei quali peraltro esistono le clausole sospensive e quelle per l’uscita volontaria di un paese ma non esistono disposizioni precise per espellere un paese dall’Unione.

Quante volte mi sono sentita chiedere perché non buttavamo l’Ungheria fuori dall’UE? Moltissime e ho sempre risposto che spettava agli ungheresi cambiare governo e tornare a pieno titolo nell’Unione. Questa aveva sospeso i fondi di coesione e altri fondi a causa delle ripetute violazioni della Rule of law , aveva anche avviato le procedure per contestare queste violazioni ma non ha mai immaginato di espellere quel paese dall’Unione.

Strategia che si è dimostrata vincente, perché sono stati i cittadini ungheresi a scegliere e, con un voto straordinario che ha mobilitato davvero tutto il paese, a scegliere l’appartenenza all’Europa.

D’altronde, come ho spesso fatto rimarcare, avremmo dovuto espellere la Polonia, che ha avuto un governo anti europeo, o prepararci a farlo con l’Italia quando la vittoria della destra sembrava presagire comportamenti anti europei (che poi per fortuna non ci sono stati)?

Analogamente, molte volte mi è stato chiesto perché la procedura di adesione della Turchia all’UE non era stata interrotta, vista la chiara assenza di interesse del premier turco.

Anche in questo caso la richiesta è sempre venuta dalle opposizioni per le quali il mantenimento, sia pure solo formale, della richiesta di adesione, rappresentava una sorta di scudo. E, naturalmente, se e quando l’opposizione riuscisse a cacciare Erdogan, la procedura potrebbe forse essere riavviata o trasformata in un diverso tipo di partecipazione.

In sostanza, il legame con l’Unione Europea rappresenta da sempre per le opposizioni nei paesi dove la democrazia è a rischio, una sorta di protezione e il mantenimento di una speranza.

Oggi ci troviamo di fronte a un altro caso problematico di questo tipo: la raccolta di un milione di firme (secondo la modalità della cosiddetta iniziativa cittadina) per la sospensione dell’accordo di Associazione con Israele.

Ora, le colpe del governo di Benjamin Netanyahu sono indiscutibili ma sono appunto responsabilità di quel governo. In Israele l’opposizione è forte e potrebbe fra non molto vincere le prossime elezioni. È sensato prendere una misura che rischia di indebolire proprio coloro che sono i soli a potere liberare il loro paese da un governo carico di gravi responsabilità? Avrebbe giovato all’opposizione ungherese una presa di posizione contro l’Ungheria e non contro il suo governo? E gioverebbe all’opposizione israeliana, impegnata in uno scontro durissimo, una misura contro il paese e non contro il suo governo? O, peggio, avrebbe senso annullare il gemellaggio fra Milano e Tel Aviv quando il suo sindaco è uno dei principali oppositori alla politica del primo ministro?

In conclusione, attenzione agli errori politici, l’Unione Europea (ma anche i suoi stati membri) deve esprimere con chiarezza le proprie posizioni, prendere misure contro i comportamenti dei governi, degli Stati membri o associati, non conformi alle regole fondamentali dell’Unione e del diritto internazionale ma dovrebbe evitare di adottare comportamenti che portino danno alle opposizioni di quei paesi che, in democrazia, sono le sole a poter cambiare le cose.

Spira in questo momento un vento positivo per le ribellioni dei cittadini contro i governi autoritari e/o sovranisti: è su questo che l’Unione, i membri del Parlamento europeo, i movimenti di opinione, dovrebbero puntare: più saremo vicini alle opposizioni, più potremo sperare che anche in Israele quel vento diventi un ciclone che spazzerà via Netanyahu. Non commettiamo l’errore di indebolire l’opposizione, dobbiamo farle sentire tutta la forza del nostro appoggio.

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