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PIANETA SICUREZZA. Ripensiamo la polizia come servizio pubblico

di Anthony Caillé e Nicola Rossiello


Oggi, grazie alla collaborazione con il sociologo ed esperto internazionale di forze di polizia, Salvatore Palidda, propongo una riflessione parallela di Anthony Caillé, lavoratore di polizia, investigatore e sindacalista del Sindacato CGT francese.[1] Si tratta di un richiamo di altissimo profilo etico e professionale che sento di condividere. Il cuore del suo ragionamento scuote una narrazione spesso superficiale: la sicurezza non può e non deve essere ridotta alla sola repressione. Quando la politica abdica al proprio ruolo di mediazione sociale e di investimento nel welfare, finisce per delegare impropriamente alla Polizia la gestione del disagio, trasformando l'operatore di sicurezza in un terminale di tensioni che meriterebbero risposte economiche e civili, non esclusivamente coercitive.

È una deriva che produce uno smarrimento identitario pericoloso per la tenuta democratica. Da un lato, il cittadino nelle periferie o nelle situazioni di fragilità percepisce l'Istituzione come una forza di controllo distante e non come un presidio di tutela; dall'altro, i poliziotti risultano schiacciati da logiche manageriali orientate al mero dato statistico che sacrificano la qualità sociale del servizio sull'altare di una visibilità immediata e spesso effimera. La forza del servizio di polizia non risiede nell'esibizione della forza, ma nella fedeltà ai valori costituzionali che impone di essere garanti dei diritti di tutti, senza distinzioni.

Ripensare la polizia come servizio pubblico significa dunque sottrarla alle logiche della propaganda elettorale strettamente securitaria per restituirla alla sua funzione originaria di bene comune. È necessario investire seriamente nella formazione e negli organici, privilegiando una presenza sul territorio che sappia ascoltare e prevenire, anziché limitarsi a rincorrere l'emergenza con l'inasprimento delle pene come persegue il Governo Meloni. Il contributo di Caillé [2] non è una critica corporativa, ma un atto di responsabilità per una Polizia pienamente integrata nel tessuto democratico e rispettosa delle libertà civili, capace di garantire una sicurezza reale, duratura e realmente condivisa. La sicurezza non è sinonimo di repressione.

Ridotta a una logica di repressione, la sicurezza è diventata un terreno di scontro politico. Questa impasse maschera una realtà: la polizia viene progressivamente allontanata dalla sua missione di servizio pubblico. È urgente riaprire un dibattito democratico e farne un vero bene comune.

Del resto, per anni, il dibattito sulla sicurezza è rimasto intrappolato in uno schema ben noto: a ogni crisi, a ogni notizia, la risposta sembra scontata: più repressione, più controllo, più polizia. Questa logica, presentata come ovvia, viene imposta senza essere realmente messa in discussione.

Eppure, questa apparente ovvietà merita di essere esaminata. Perché dietro questa escalation repressiva si cela una confusione: quella di equiparare la sicurezza esclusivamente alla coercizione, come se proteggere significasse necessariamente limitare, come se l'ordine pubblico potesse essere instaurato solo a scapito delle libertà.


Note

[2] Investigatore di polizia giudiziaria a Parigi e sindacalista della CGT (CGIL francese), Caillé scrive regolarmente sulle questioni di polizia, di servizio pubblico e di libertà pubbliche, a partire dalla sua stessa esperienza sul campo. Autore di un libro consacrato alle relazioni tra la polizia e la popolazione, ha pubblicato anche numerosi articoli su diverse riviste. Si è laureato in sociologia all’Università di Picardia Jules Verne, con una tesi dal titolo La polizia e la «cultura» del servizio pubblico.

1 commento


eunotu
17 apr

BRAVO ! vedi anche qui Genova: Discorsi generici e troppo lacunosi al convegno sulla sicurezza

https://www.osservatoriorepressione.info/genova-discorsi-generici-e-troppo-lacunosi-al-convegno-sulla-sicurezza/

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