L'Editoriale della Domenica. Stato di diritto alle corde: l'avvocato come agente di espulsione
- Nicola Rossiello
- 19 apr
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di Nicola Rossiello

C'è un momento preciso in cui una democrazia smette di essere tale: quando lo Stato recluta i difensori dei cittadini per servirsi di essi contro i cittadini stessi. Quel momento, per l'Italia, è arrivato giovedì scorso con l'approvazione al Senato del decreto sicurezza, e con esso dell'articolo 30 bis, una norma piccola nella sua dimensione finanziaria, enorme nella sua portata eversiva. Infatti, con l'articolo 30-bis del decreto sicurezza, il governo intende trasformare la difesa legale in uno strumento di politica migratoria. Un incentivo da 615 euro per ogni cliente rimpatriato: è il prezzo a cui viene messa in vendita l'indipendenza forense.
Il meccanismo è semplice quanto cinico. Un avvocato che assiste un migrante nella procedura di rimpatrio volontario assistito riceve un compenso dallo Stato, nel momento in cui il proprio assistito sale su un aereo e lascia l'Italia. Non quando lo consiglia, non quando lo informa, ma quando parte. Il compenso scatta all’esito della partenza dello straniero. Il risultato è, pertanto il metro del pagamento.
Qualcuno ha sostenuto che siamo a un passo dall'ICE di Trump, con la predisposizione delle taglie del selvaggio West, nel quale chi ha la funzione di tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo. Non è una lettura tendenziosa, è la struttura logica della norma. Un avvocato che convinca il proprio cliente a non partire, perché ha diritto alla protezione internazionale, perché il suo paese d'origine è pericoloso, perché le circostanze del suo soggiorno meritano una difesa, non prende nulla dallo Stato. Un avvocato che lo convincesse a partire, invece, intasca il corrispettivo di due pieni di benzina post crisi di Hormuz. L'incentivo economico punta nella direzione del rimpatrio, non della tutela. Il nostro è un governo che ha inventato “il medico pagato dall’obitorio”, un medico che riceve un compenso dalle pompe funebri solo se il paziente muore. Un medico che, formalmente ha "assistito" il malato, in realtà, era orientato verso un solo esito...
Ora, il Consiglio Nazionale Forense, l'organo istituzionale di rappresentanza degli avvocati italiani, quello stesso organismo che il decreto cita come interlocutore privilegiato di questi accordi, ha risposto con un atto di pubblica indignazione perché non è stato informato, non ha acconsentito, e si dissocia. L'Associazione nazionale forense parla senza eufemismi di «aberrazione giuridica» e di violazione palese dei diritti fondamentali dello Stato di diritto. La Giunta dell'Unione delle Camere penali ha bocciato la norma senza riserve.
Non sono reazioni politiche di parte, sono reazioni di chi conosce il codice deontologico forense e sa che esso vieta all'avvocato di subordinare l'interesse del cliente a quello di terzi, compresi gli interessi del governo che lo paga. Un difensore che opera con un occhio al compenso statale e l'altro ai diritti del cliente non è più un difensore, è un funzionario togato, cosa diversa dal legale di propria fiducia, il cui compito è quello di tutelare i diritti soggettivi dei propri clienti in totale indipendenza e autonomia, non quello di agevolare le politiche governative.
Per capire la vera natura di questa norma, bisogna leggerla insieme all'altra disposizione contenuta nello stesso decreto: quella che cancella il gratuito patrocinio per i migranti che hanno intentato cause contro le espulsioni. Gli stessi migranti che lo Stato vuole rimpatriare perdono, per legge, l'accesso alla difesa legale gratuita quando cercano di opporsi all'allontanamento. E contemporaneamente, lo Stato paga gli avvocati per accompagnarli verso la porta di uscita.
Il messaggio è chirurgicamente preciso: se vuoi andartene, lo Stato ti dà un avvocato. Se vuoi restare e difenderti, ti devi arrangiare da solo. Il diritto alla difesa non viene abolito formalmente, viene svuotato economicamente e ridiretto verso l'unico esito gradito al governo.
Lo stanziamento è pari a 246 mila euro per il 2026 e 492mila per i prossimi 2027 e 2028. Cifre modeste, irrisorie, nel bilancio dello Stato, ma sufficienti, con l'aiuto della matematica, per 800 partenze l'anno, secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell'Interno. Tra l'altro, il che suona grottesco, il provvedimento si chiama rimpatrio volontario. Ma la volontarietà di una scelta non si misura solo nell'assenza di coercizione fisica, si misura nella qualità delle informazioni ricevute, nell'assenza di conflitti di interesse di chi le fornisce, nella possibilità reale di scegliere altrimenti. Quando il professionista incaricato di illustrarti le opzioni riceve un compenso soltanto se scegli una di esse, la volontarietà diventa una finzione burocratica.
Il diritto internazionale, la Convenzione di Ginevra, la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, la stessa Costituzione italiana all'articolo 24, garantisce a ogni persona, indipendentemente dalla cittadinanza, il diritto a una difesa effettiva e indipendente. Effettiva significa reale, non formale. Indipendente significa libera da condizionamenti economici, specialmente quelli dell'autorità che detiene il potere di espellere.
C'è un termine, circolante da anni nelle destre europee, che indica il progetto politico di invertire i flussi migratori attraverso incentivi, pressioni e costruzione di condizioni sfavorevoli alla permanenza: la re-migrazione. La Lega di Matteo Salvini l'ha rivendicata apertamente ieri, sabato 18 aprile, festeggiando l'approvazione del decreto e oggi occupando poco meno di metà di piazza del Duomo con l’adunata dei patrioti che anziché occuparsi delle rispettive patrie si danno alle adunate internazionaliste. Il testo di legge non usa quella parola. Usa termini tecnici, paragrafi del Testo unico sull'immigrazione, voci di bilancio ministeriale. Ma la sostanza è quella.
Ciò che rende questa norma insidiosa rispetto alle misure di espulsione diretta, più visibili, più contestabili, è la sua veste di legalità partecipata. Il migrante firma alla presenza del Legale. La forma è rispettata. La violazione, quella vera, è invisibile nel conflitto di interessi che corrompe il rapporto fiduciario tra cliente e difensore prima che il cliente possa rendersene conto. Una norma costituzionalmente fragile, deontologicamente aberrante e politicamente disonesta, trasforma la toga in uno strumento di governo, il mandato professionale in una concessione revocabile e la volontarietà del rimpatrio in un'architettura di consenso fabbricato che fa rabbrividire. Dunque, va eliminata, non emendata, non attenuata. Soltanto eliminata.













































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