Riflessioni alla spicciolata in coda all'entusiasmo per il "No" vittorioso
- Giancarlo Rapetti

- 20 ore fa
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di Giancarlo Rapetti

I fumogeni diffusi dopo l’esito del referendum sull’ordinamento giudiziario si vanno dissolvendo. I sondaggisti si sono esercitati su complesse interpretazioni del voto e sui relativi flussi elettorali. Per una volta, val forse la pena di ridursi a riflessioni semplificate sull’argomento.
Il punto di partenza è la lettura politica del voto, cioè l’assunto che a determinare la scelta dei cittadini sia stato il contesto e non il testo, parafrasando la formula di Enrico Morando, esponente del Sì.
Gli esponenti del campo largo hanno manifestato entusiasmo, come se ci fosse stato un massiccio spostamento di consensi dal governo all’opposizione, traendone auspici favorevoli per le prossime elezioni politiche. Ma è proprio così?
Qualche numero ci aiuta. Gli elettori, cioè gli aventi diritto al voto, residenti in Italia, alle elezioni del 25 settembre 2022 (le ultime politiche) erano 46,1 milioni. Al referendum del 23 marzo 2026, 45,9 milioni, un pochino di meno. I voti validi espressi nel 2022 furono 28,1 milioni, quelli del 2026 sono stati 26,9 milioni. Diminuzione significativa, che contrasta con la narrazione del popolo risvegliato che corre alle urne. Il SI ha ottenuto 12,4 milioni. I partiti che sostengono l’attuale maggioranza (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati) nel 2022 avevano raccolto 12,3 milioni di voti. Nonostante il calo dei votanti, la coalizione di Governo ha migliorato leggermente il risultato. I voti mancanti sono stati persi tutti dal fronte opposto: infatti il NO ha totalizzato 14,5 milioni. La somma delle opposizioni nel 2022 faceva 15,8 milioni, 1,3 milioni in più. Lo scarto negativo tra la maggioranza di governo e tutti gli altri, che era di 3,5 milioni di voti, si è ridotta a due milioni.
Naturalmente, si possono fare diverse obiezioni: sotto questi numeri si nascondono flussi in varie direzioni, indicazioni dei partiti di Centro, elettori del SI che hanno scelto il testo e non il contesto. Alla fine però questi movimenti si compensano, anche per un fatto rilevante: la distribuzione territoriale del risultato è conforme a quella nazionale e ricalca con precisione millimetrica, al netto dell’erosione di cui si diceva, il risultato del 2022. Il fronte governativo aveva vinto in tre regioni (Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia): il SI ha prevalso nelle stesse tre Regioni.
Come è noto, è stata la legge elettorale a consegnare la maggioranza legale alla minoranza reale, perché da quando esiste la seconda Repubblica, in nome della governabilità, le leggi elettorali sono fatte per “dare la maggioranza a chi non ce l’ha” (citazione di Bettino Craxi negli anni ‘80).
Tuttavia, la somma delle opposizioni è ancora in vantaggio, anche se il vantaggio si è ridotto. Passando all’aspetto pratico, i fautori del campo largo osservano che nel 2022 la maggioranza reale non si è tradotta in maggioranza legale perché l’opposizione si presentò divisa. Vero. O, meglio, si presentò o era divisa? Ma è cambiato qualcosa? Elly Schlein si dichiara “testardamente unitaria”, cioè disposta a qualunque concessione, purché l’alleanza con il MoVimento Cinque Stelle si faccia. Tra queste concessioni, oltre l’intera agenda programmatica, c’è anche la riconsegna a Giuseppe Conte di Palazzo Chigi? Il quale Giuseppi ha già spiegato piuttosto chiaramente quali sono i suoi obiettivi: il suo programma e se stesso.
E qui si apre il classico “dilemma cornuto”, come dicevano gli ellenisti. Se Elly non cede, o esce qualche altro nome dal cappello a cilindro, i Cinque Stelle potrebbero ripetere la posizione del 2022 e far mancare al campo non più largo i quattro milioni di voti che tuttora controllano. E se Elly cede, e offre l’agognata chiave al pretendente, siamo sicuri che tutti gli elettori che sostengono il Partito Democratico per quello che era, e non per quello che è diventato, siano disposti all’autocancellazione di una storia, di una cultura, di un progetto di società?
Roberto Benigni disse una volta, invitando i cittadini a votare nonostante la sfiducia nella politica, che “tra due opzioni pessime ce n’è comunque una peggiore”, quindi la scelta è sempre possibile, oltre che doverosa. L’elettore spaventato dal possibile ritorno del Governo giallo-rosso, potrebbe considerare Giorgia Meloni il male minore. E ci sarebbe, come opzione, anche il Centro, il perno per scardinare questo bipolarismo populista fondato sugli opposti estremismi, che spesso si toccano. Anche se va detto francamente che il Centro è come l’Europa: necessario, ma ancora alla ricerca di se stesso.













































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