Referendum giustizia: quando un "no" diventa un "sì"
- Marcello Croce
- 19 ore fa
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di Marcello Croce

Non c’è dubbio che le parole di Savino Pezzotta[1] hanno il peso di un’esperienza autorevole, quando, riferendosi a un mio commento post-referendario pubblicato da questa stessa “rivista”, discute le motivazioni del no e il mio accenno alla defunta Democrazia cristiana. E mi colpisce quando egli attribuisce al no del referendum un significato “teologico”, allorché scrive che non è stato un semplice giudizio, quel no, ma un vero e proprio “appello” rivolto alla politica (“Perché non sei qui, dove siamo noi?).
Su questo mi vorrei brevemente soffermare, cominciando col dire che ne sono ben convinto anch’io: lo stacco generazionale dei giovani dalla politica è prima di tutto uno stacco della politica dalle generazioni, soprattutto da quelle cresciute nel clima degli ultimi decenni; e nessuno come chi ha passato la vita nel mondo della scuola (come il sottoscritto) lo ha constatato e lo potrebbe provare.
Pezzotta distingue fra un no politico e un no umano, pronunciandosi per quest’ultimo (“Il Paese non ha detto “no” alla riforma. Ha detto “no” alla solitudine. “No” alla distanza. “No” alla politica che parla come se la vita fosse un grafico. “No” all’idea che la comunità sia un concetto astratto e non un insieme di volti”), allargandone il significato a una dimensione antropologica anche in senso spirituale.
L'autentica sconnessione del nostro tempo
Dovremmo allora portare lo sguardo alla differenza, ovvero alla distanza, tra la società e lo Stato. Più questa differenza è grande, più la distanza è stacco tra individui e politica. Ma anche tra individui e individui, tra generazioni e generazioni. Questa, a mio avviso, è la sconnessione del nostro tempo, che dà luogo come effetto alla fine della comunità (nazionale), messa in piedi nel (vicinissimo e remotissimo) 1861. La società è una guerra civile virtuale.
È utile ripeterlo, le rivoluzioni della seconda metà del secolo scorso sono state primariamente il consumismo e la società permissiva, in senso orientato al “benessere” collettivo; ed è stata una rivoluzione antropologica indipendente dalla politica, in quanto questa ne era interamente condizionata. Il mondo del lavoro ne trasse grandi benefici ma esposti al limite di una generazione o due, e a quello di un economicismo esclusivo. Quando dislocazioni e saturazione sopravvennero ci fu la distruzione dello Stato sociale, che era stato costruito nello spazio di un secolo. Non più il lavoro, ma il solo interesse speculativo e l’impulso individuale al consumo ebbero campo in un’economia indipendente che si era totalmente sottratta allo Stato e lo disfaceva.
Perciò lo Stato si è dissolto e a questo riguardo mi sembra quasi patetico ogni richiamo alla Costituzione del 1948. Nella seconda metà del 900, Stato e individui sono stati separati e ne è derivata appunto un’astrazione chiamata società, qualcosa di puntiforme e di atomizzato, caratterizzato dal venir meno della comunità.
Una comunità, infatti, esiste solo nella misura in cui lo Stato è presente in ogni luogo materiale e ideale della società, che diventa appunto per questo comunità. Sono convinto che l’idea di società sia qualcosa di pensabile solo quando una comunità non c’è ancora, o non c’è più. L’idea minimalista dello Stato è il frutto di una concezione liberale, che attribuisce ai rapporti economici (liberi da vincoli al mercato) la priorità ideale rispetto a quelli politici.
Diversamente c’è la comunità, che è sempre politica nel senso più alto della parola.
Stato come coscienza comunitaria
Una comunità politica esiste solo nel diritto. Ma lo Stato, ossia il produttore e il garante del diritto, non è prima di tutto l’istituzione storicamente rappresentata dalle forme dei tre poteri riconoscibili nel governo, nel Parlamento e nella magistratura; e nemmeno nel complesso di norme scritte una volta (salvo le puntuali revisioni della storia), in quanto “Costituzione”: inevitabilmente figlia del tempo.
Vi è dunque una temporalità dello Stato istituzionale, a fronte della quale la forma della comunità cambia, come è accaduto altre volte nella storia italiana dopo l’unità del 1861. È accaduto dopo la prima guerra mondiale, e dopo la seconda guerra mondiale. E, in modo diverso ma non meno profondo, cioè non attraverso conflitti bellici, nel corso degli ultimi decenni del secolo XX.
C’è allora da pensare che lo Stato, nella sua continuità, non sia prima di tutto l’istituzione, ma abbia fondamento nella coscienza comunitaria di ognuno, che certo attinge dalla memoria e dalla storia (in questo caso) dell’Italia, ma esprime il proprio tempo. Ed è perciò la volontà di essere insieme. Per questo, parafrasando un’espressione ecclesiale, la sua Costituzione è semper reformanda.
Lo Stato italiano che esiste dal 1861 presenta una continuità anche se la Costituzione albertina si è trasformata in quella repubblicana del 1948. Oggi, a mio avviso, anche alla luce di eventi storici profondi come la fine del mondo di Yalta (si ricordi che la Costituzione del 1948 venne discussa dalla Costituente con il Paese ancora soggetto al controllo militare alleato, e non venne mai sottoposta a referendum popolare); eventi come i flussi migratori interni (anni Sessanta) e dall’Africa e dai Balcani nell’ultimo trentennio; come i mutamenti nel mondo della scuola, come la fine dell’era industriale fordista, e come l’adesione all’Unione Europea. Si tratta di mutamenti profondi, determinanti.
So bene, che questo suggerimento può sembrare blasfemo, a chi ne vorrebbe consacrare il valore e il significato relativamente al proprio vissuto storico. E lo capisco. Ma mi preme insistere sul fatto che lo Stato non è, immediatamente, la sua Costituzione, né il suo sistema giuridico-istituzionale, ma affonda le radici nella coscienza politica (in senso etimologico) di ognuno – proprio come suggerisce Pezzotta quando sostiene che il no dei giovani significa “da qui vogliamo ripartire. Non dalla Storia. Dalla prossimità. Dalla dignità. Dalla comunità che si espone. Dalla vita che resiste”. Qui, vuol dire dal nostro volere attuale, fatto di bisogni, di speranze, di volontà di partecipare, di essere insieme tutti, nessuno escluso.
Sarà un’interpretazione mia, ma a me questa sembra il segno di una comprensione più autentica e originaria, rispetto a ogni testo scritto e storicamente datato. Il segno che la sorgente più originaria dell’essere comunitario è nella coscienza di ognuno. Perché è ben vero che l’essere cittadini va distinto dell’essere uomini, almeno nel senso che la coscienza religiosa va poi distinta da quella politica, dal punto di vista dei fini. Ma l’origine, che trascende l’individuo concreto, è la stessa. Ed è anche la ragione per cui anche le differenze ideologiche di ogni tipo devono trovare un punto originario comune.
Note













































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