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"Use your vote", il messaggio di Bruxelles

Aggiornamento: 12 giu

di Stefano Rossi


Use your vote” è lo slogan che circonda il piazzale che si apre di fronte al building “Altiero Spinelli” del Parlamento europeo. La serata elettorale del 9 giugno è stata animata qui a Bruxelles nelle sedi istituzionali, con le dichiarazioni di Roberta Metsola e degli spitzeknadidaten, e nell’info hub con molti giovani che si sono trovati per seguire insieme i primi risultati.

L’atmosfera che si respira a Bruxelles in questi giorni è certamente meno tetra che a Parigi o a Berlino, perché il risultato europeo è in fondo molto allineato alle aspettative. Come piccole onde in un grande mare, risultati nazionali – talvolta drammatici – si mitigano a vicenda, dando al Parlamento europeo una nuova formazione un po’ più a destra, ma senza creare i veri e propri terremoti che in alcuni Paesi il voto ha sprigionato, in primis la Francia.

Per la verità, un po’ di preoccupazione si respira per le sorti del Belgio, dove le elezioni federali (che il governo ha deciso di coordinare con quelle europee) hanno dato risultati sorprendenti: forze di estrema destra si affermano nelle Fiandre, mentre in Vallonia arrivano quasi alla pari i liberali e l’estrema sinistra. Il tutto condito da rivendicazioni indipendentiste o confederali che fanno temere per la stessa tenuta dell’unità belga. Qualche ipotesi (al momento ancora fantasiosa) immagina già la secessione delle Fiandre e la nascita del “distretto” indipendente di Bruxelles sul modello di Washington D.C.

Belgio a parte, sono tanti i trend che hanno caratterizzato queste elezioni, in cui sembra di assistere, per sintetizzare al massimo, a una Europa occidentale – specialmente quella dei fondatori – colpita da affluenza in discesa e crescente polarizzazione delle forze politiche, e a una Europa orientale che vede invece affluenza in aumento e il successo di forze moderate a discapito degli estremisti. Quel che è certo, è che al prossimo Consiglio europeo i capi di governo dei due Stati membri più popolosi (Germania e Francia, rispettivamente con 83 e 67 milioni di abitanti) si presenteranno debolissimi, mentre quelli di pesi medi come Italia (59 milioni), Spagna (47 milioni) e Polonia (38 milioni) potranno vantare sostanziali successi elettorali. In questo senso è chiara la dimensione europea della scelta di Giorgia Meloni di candidarsi in prima persona alle europee.

A livello di Parlamento europeo, si apre il grande dilemma: reggerà il “cordone sanitario” o il PPE sarà tentato da aprire a destra per costruire la maggioranza a sostegno della prossima Commissione? I numeri ci dicono che sarà un esercizio difficile per Weber, ma capiremo davvero se è un’impresa impossibile solo dopo che si saranno costituiti i gruppi parlamentari. Non va dimenticato infatti che non esistono partiti europei (salvo rarissime eccezioni) e che gli eletti formano di volta in volta gruppi parlamenti che a ogni legislatura possono cambiare notevolmente gli equilibri della Camera bassa dell’Unione.

Un'ultima annotazione, ma non meno importante: nelle analisi che sentiamo in questi giorni, pochi ricordano che al Parlamento europeo sono presenti oltre 200 partiti nazionali, eletti direttamente in 27 paesi membri da un corpo elettorale di 360 milioni di elettori. E che il Parlamento europeo rappresenta tutti i cittadini europei in un ordinamento sovranazionale che bilancia il peso dei cittadini con quello degli Stati membri, rappresentati al Consiglio dell’UE e al Consiglio europeo. Trovare accordi e compromessi in un quadro così complesso è un piccolo miracolo che dal 1979 si perpetua, dando vita al primo esperimento democratico sovranazionale che la storia abbia mai conosciuto. E questo miracolo, con tutti i suoi difetti e contraddizioni, resta una delle poche vittorie della politica, della democrazia e della pace che quest’epoca ci riserva.

 

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