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Attilio Piccioni, "un uomo tradito": il ricordo a mezzo secolo dalla sua morte

Aggiornamento: 31 minuti fa

di Michele Ruggiero


Cinquant'anni fa. Nelle prime ore del pomeriggio del 10 marzo 1976 moriva a Roma Attilio Piccioni, senatore, democristiano, padre del musicista Piero.

Attilio Piccioni era nato a Poggio Bustone, nel Reatino, il 14 giugno del 1892; laureato in Giurisprudenza, ufficiale nella Grande Guerra, nel 1920 era stato tra i più giovani fondatori del Partito Popolare di cui divenne segretario a Torino e consigliere in Sala Rossa. Da consigliere comunale strinse rapporti di amicizia e di stima con il socialista Giuseppe Romita, il futuro ministro dell'Interno cui spettò la responsabilità del voto referendario Monarchia-Repubblica il 2 giugno 1946, e sotto la Mole frequentò assiduamente Piero Gobetti, Giuseppe Saragat, futuro presidente della Repubblica, il liberale Manlio Brosio, ambasciatore nel Dopoguerra a Mosca, Londra, Washington, Segretario generale della Nato, e conobbe Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti.

Antifascista, emarginato dalla vita politica nel Ventennio, confinato nell'esercizio della professione forense in una città di provincia, Pistoia, Piccioni si ritrovò nel marzo del 1943, ai primi e visibili scricchiolii della dittatura, nella casa romana di Giuseppe Spataro insieme con Alcide De Gasperi, Paolo Emilio Taviani, Giovanni Gronchi, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giulio Andreotti ed altri ancora, per dare vita alla Democrazia Cristiana.

Quando poi fece il suo ingresso nella Consulta e nella più selettiva Commissione dei 75 che elaborò la Costituzione, non erano in molti a conoscerlo, ma lo aveva prescelto quello giusto: il "Migliore" dei democristiani, Alcide De Gasperi, di cui divenne il delfino e il suo alter ego - senza che ciò suoni discredito o deminutio - negli anni in cui divenne segretario della Dc e vicepresidente del Consiglio a rappresentare la continuità degasperiana. La sua sembrava un'ascesa irresistibile, quando all'orizzonte si profilò il caso Montesi, una giovane donna trovata morta in circostanza misteriose, dubbie, sul litorale romano di Torvaianica l'11 aprile 1953, a meno di due mesi dalle elezioni che si giocavano sulla famosa Legge Truffa ispirata da De Gasperi.

Fu così che in un lampo il caso Montesi si trasformò da giallo in scandalo, con riflessi politici che ricaddero proprio su Piccioni, per il coinvolgimento giudiziario del figlio Piero. E da quel preciso istante, anche se non ne era ancora consapevole, Attilio Piccioni divenne "un uomo tradito", titolo sotto cui quel grande maestro di giornalismo che risponde al nome di Vittorio Gorresio ne fece seguire un mirabile ricordo all'indomani della morte dalle colonne de La Stampa, raccontando la parabola del politico, quanto l'onestà dell'uomo. Appunto "tradito" perché la sua forza gli derivava dagli altri, dal suo partito. Una forza che, ieri come oggi, è anche debolezza. E come tutte le investiture sono un riconoscimento che come tale può essere ritirato, scrisse Gorresio.

On n'est trahi que par le siens, siamo traditi solo dai nostri simili fu la frase di Piccioni a Gorresio, ritornando su quei fatti a cavallo tra il 1953 e il 1954, quando all'interno della Dc si scatenò una feroce lotta per il potere. Quella massima, immortale, merita più di una riflessione se applicata a chi oggi continua a invocare "guerra, guerra, guerra", come se fosse manna dal cielo.


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