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Un libro per voi: Essere terra. Le Valli valdesi tra storia, teologia, politica e cultura

di Piera Egidi Bouchard


Narrare le Valli: questo l’iter a cui ci conduce lo smilzo, ma ricchissimo libro di Bruna Peyrot[1], storica e saggista, presidente della Fondazione Centro culturale valdese di Torre Pellice. Le Valli - con la maiuscola - sono per antonomasia nel mondo protestante ed evangelico italiano e internazionale le Valli valdesi, quei tre luoghi montani, ciascuna portatrice di specificità storiche ed ambientali, che sono la val Chisone, la val Germanasca e la val Pellice, che, pur se contraddistinte anche da altre presenze, costituiscono un unicum, perché “hanno il loro punto di forza (anche turistico) essenzialmente nell’essere state valdesi(...). Non certo le castagne, la cucina o la montagna... molto più apprezzate altrove! Tuttavia, il nostro intento è quello di offrire una lettura, in particolare, non solo come semplice territorio, bensì come metafora di una lunga storia di resistenza, come una terra considerata fonte di identità e come spazio di spiritualità che ha forgiato un ‘carattere valdese’”.

L’autrice utilizza perciò categorie interpretative non solo storiche, ma anche di altre scienze come la psicoanalisi e l‘antropologia. “Esse sono il risultato dell’abbraccio fra storia e geografia. Storia, perché sede della minoranza ‘eretica’ valdese, e geografia perché la conformazione montana del paesaggio ha permesso una strenua difesa della sua autonomia. La cultura delle Valli è complessa, non è periferica, né provinciale perché è transalpina. Non è locale perché, essendo al confine con un altro stato, è plurilingue. E’ una cultura che sta sempre sulla frontiera di qualcosa. (...) esse non sono solo un territorio geografico. Paesaggisticamente non hanno nulla di speciale rispetto ad altre vallate alpine (...) dal punto di vista economico, i censimenti evidenziano medesime condizioni di altre vallate: proprietà frazionale, irregolare flusso di acque torrentizie, retrocessione dei coltivi e avanzamento della boscaglia un tempo addomesticata dall’uomo. Nelle ‘Valli’, tuttavia, la Geografia diventa subito preda della Storia”.

Infatti, Bruna Peyrot ci conduce in un attraversamento dei fatti storici di quello che fu definito nei secoli il “Ghetto alpino”, ma anche “L’Israel des Alpes” - secondo la definizione ottocentesca dello storico Alexis Muston, perché “sull’esempio del biblico Israele, aveva resistito, in nome della propria fede, alle sterminazioni sabaude”-. Viene percorsa quindi l’identità forte di questo “popolo - chiesa”, che progressivamente - attraverso quelli che Giorgio Spini definì “gli appuntamenti della storia” - dopo le Lettere patenti di re Carlo Alberto del 17 febbraio 1848, ogni anno celebrate con i famosi falò, è condotto a confrontarsi con l’Italia cattolica, nell’iter di espansione evangelica in tutto il Paese. Poi, a schierarsi nella Resistenza, ad aprirsi alle altre confessioni cristiane - col patto di integrazione coi metodisti e con la costituzione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) - ancora a dibattere con le nuove generazioni nella contestazione del 1968, e infine con la firma dell’Intesa in attuazione dell’art.8 della Costituzione repubblicana (1984), a diventare ”da minoranza a ‘componente’ “ della società italiana pienamente riconosciuta – secondo la definizione di Giorgio Bouchard, allora moderatore che la firmò .

“Riassumendo – scrive l’autrice - le ‘Valli’ furono ‘costruite‘ da tre elementi: l‘appartenenza religiosa, la discriminazione politica e la stanzialità su un’area geografica. Per la loro densità di significati, le Valli sono diventate una metafora.” Si tratta, insomma, di affrontare la multidimensionalità delle Valli valdesi. “Esse sono una terra e non un territorio, perché non sono solo un territorio geografico, da leggersi con categorie sociologiche, sono una metafora che richiama una identità.”

Attraverso i mutamenti nei secoli e quelli recenti, che hanno prodotto delle “crepe”, tuttavia le Valli restano un “luogo-milieu” sia per chi è restato sia per chi se ne è andato: “Milieu non rimanda semplicemente all’italiano ambiente – avverte Bruna Peyrot citando Hillman - corrisponde alle caratteristiche ‘profonde’ di ogni luogo le quali, in termini generali, si definiscono nella relazione, storicamente situata, fra spazio e società. (...) Le biografie si plasmano ‘in mezzo agli odori di una precisa geografia‘ che alimenta la ‘ghianda’ di ognuno. La ‘ghianda’ che la catena intergenerazionale ha trasmesso nelle Valli valdesi è la storia di resistenza dei valdesi, una sorta di DNA culturale trasmesso dai genitori ai figli di cui ormai non esiste più consapevolezza, ma che, latente, si manifesta semmai soltanto in forma sintomatica.” Infatti “il tempo cronologico non conta nella trasmissione di eredità psichiche (...), La trascrizione dei passati ereditati spesso avviene attraverso il non-detto, il rimosso.”Ci sono delle“ ‘predisposizioni significanti’ che investono chi appartiene all’essere valdese. Una di queste ‘predisposizioni’ è l’idea di resistenza, costruita nelle memorie personali, attraverso immagini-simbolo che riappaiono nei momenti difficili dell’esistenza o durante la ricostruzione di processi identitari.”

Ma cosa significa – si chiede l’autrice – affermare ancora che le Valli sono una terra? Se negli anni Sessanta, con la modernizzazione (la secolarizzazione, la fabbrica, il lavoro non più contadino, ma nella pianura, in città) “a perdere fu la ‘terra’ letta teologicamente come spazio vocazionale che si frantumò a poco a poco, forse solo oggi può ricomporsi con un’alleanza di rispetto nei suoi confronti basata sul suo essere storia e natura, per creare un nuovo anello in una catena genealogica rigenerativa e rigenerata. (...) Essere terra non è più un dato di fatto, una semplice constatazione. Oggi può diventare un progetto educativo, culturale, sociale e anche economico.”

E, citando la scuola delle Annales, ribadisce che “non esiste una separazione fra locale e generale, fra locale e nazionale”; infatti : “Le Valli sono sulla frontiera di molte cose: delle Alpi, di incontri fra europei, di migranti di ieri e di oggi, di dialoghi, a volte difficili, fra indigeni e turisti, di rappresentazioni ideali e reali, ed è proprio dentro questi nodi che si rinnova la loro specificità che, come afferma Fernand Braudel a proposito della montagna ‘si apre alle strade’. Apriamo, dunque – conclude - la strada di questo dibattito!”.


[1] Bruna Peyrot, Essere terra-Le Valli valdesi tra storia, teologia, politica e cultura, Claudiana, 2022.

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