Iran, frenesia del boia: migliaia di prigionieri politici al patibolo
- Yoosef Lesani
- 9 dic 2025
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di Yoosef Lesani

Mohammad Javad Vafaei Sani, trentenne ex campione di pugilato e allenatore iraniano, da quasi sei anni detenuto nelle carceri del suo paese, è stato trasferito sabato scorso, 6 dicembre, nella prigione di Vakilabad, a Mashhad, nel nord-est del paese, famigerato luogo di centinaia di esecuzioni segrete condotte dal regime degli ayatollah. L'ex pugile è stato condannato a morte. Una sentenza confermata per tre volte dai giudici iraniani con l'accusa di sostenere l'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK).
A suo favore, in una catena di solidarietà e pressione politica per chiedere l'annullamento della condanna capitale, si è unito lo sport e la società civile a livello internazionale. Nell'invito rivolto all'Onu, l'Unione Europea si chiede di intervenire per salvare la vita a Vafaei, ultimo di una lugubre e lunga lista di prigionieri politici su cui si abbatte senza tregua la violenza del regime clericale.[1]
I dati, denuncia la resistenza iraniana, hanno rivelato che lo scorso novembre è stato il mese più sanguinoso degli ultimi decenni. Secondo fonti indipendenti, almeno 335 detenuti, tra cui 7 donne, sono stati impiccati. Sono numeri che rimarranno scolpiti nella memoria dello storia dell'Iran e che suonano anche come una amara e crudele beffa per quegli iraniani che, in buonafede avevano sperato in una riduzione delle sentenze capitali con l'elezione di Masoud Pezeshkian alla presidenza della Repubblica. Con una operazione che a posteriori si è rivelata mistificatoria, era stato presentato come un "riformista". All'opposto, non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori per crudeltà e spietatezza: dalla sua elezione, 2 agosto 2024, sono state eseguite più di 2521 esecuzioni, di cui 62 donne e 8 minorenni. Dal 1° gennaio 2025 si calcolano 1471 le esecuzioni, di cui 16 eseguite pubblicamente in piazza.
In Iran, il potere teocratico non si limita a soffocare l'esercizio del pensiero, ma lo uccide, sistematicamente, in un crescendo repressivo: arresto, processo, patibolo. Non c'è spazio per la crescita dal basso del dissenso e di movimenti popolari. Le giornate della rivolta, dopo l'uccisione della giovane curda Mahsa Amini per mano della polizia morale (settembre 2022) non sono un ricordo, né si sono del tutto dissolte nella volontà di lotta del popolo, ma è altrettanto innegabile che la resistenza interna sia fiaccata da una repressione capillare, che sa generare paura e tracima anche in complicità e delazioni attraverso i servizi segreti, in un clima di controllo poliziesco. Non a caso, il 19 novembre scorso, la Terza Commissione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha adottato una risoluzione che condanna le flagranti e sistematiche violazioni dei diritti umani ed esecuzioni in Iran. Si tratta della 72ª risoluzione ONU che condanna i crimini del regime dei mullah in Iran.
Ma il regime di Khamenei, pur indebolito, mostra quotidianamente i suoi colpi di coda. Velenosi. A dirigerli è il ministero dell’informazione del regime iraniano in collaborazione con pasdaran, uffici di rappresentanza, consolati e ambasciate nel mondo che non esitano a minacciare rappresaglie e intimidazioni contro i simpatizzanti e sostenitori del movimento democratico della Resistenza iraniana all'estero e contro i loro famigliari in Iran. Operazioni congiunte in cui si distingue il Ministero dell’Intelligence che usa infiltrati "mercenari" sotto falso nome per spiare i profughi e gli attivisti della resistenza.
In parallelo, la propaganda agisce sul piano economico, reclamizzando rapporti economici e scambi commerciali. Ma il cavallo di battaglia rimane sempre lo stesso, il petrolio, la principale risorsa del Paese, senza la quale il regime non avrebbe chance per resistere. Negli ultimi mesi, le esportazioni dell'oro nero sono aumentate al livello più alto degli ultimi anni, con la Cina come maggior acquirente di petrolio iraniano. Intanto, il governo ha infittito l'agenda di incontri per definire accordi bilaterali o progetti di cooperazione con Turchia, Bielorussia, Kurdistan iracheno, Kazakistan, Azerbaigian, Corea del Sud, il cui l'obiettivo primario rimane quello di smentire l'isolamento internazionale dell'Iran e di inviare all'esterno messaggi di un ritorno alla normalità, dopo la guerra dei "dodici giorni" con i bombardamenti congiunti Usa-Israele. In questo contesto, il presidente Pezeshkian ha avuto buon gioco nel ribadire al Paese l'importanza cruciale dell'unità nazionale e del dialogo costruttivo, se non fosse che da quelle parole al miele gli iraniani vedono colare il sangue degli impiccati. E si è rivelata altrettanto grottesca la recente Giornata degli Studenti a Teheran, una cerimonia durante la quale il presidente ha spiegato che la risoluzione dei problemi della nazione richiede impegno collettivo e armonia, ma non democrazia e libertà.
Che cosa accade in realtà in Iran? Che cosa significa lottare per i diritti quando la libertà è proibita? Domani, mercoledì 10 dicembre, alle 17,30, in concomitanza con la Giornata Internazionale per i Diritti Umani, ne parlerà la Scuola Superiore dell’Università di Catania in dialogo con Pegah Moshir Pour, l'attivista italiana di origini iraniane, da anni impegnata nel contrasto alle discriminazioni di genere e nella promozione dei diritti civili e digitali.
In una recente intervista, Pegah Moshir Pour si è detta convinta che “parlare di libertà, identità e diritti significa riconoscere che il nostro destino non è mai individuale, è un respiro collettivo che attraversa popoli e generazioni". Un respiro che, nonostante 46 anni di dittatura, sopravvive ancora in Iran, per quanto vi sia una libertà costretta a fare rima con fragilità. Tuttavia, osserva ancora Pegah Moshir Pour, quella stessa fragile libertà rivela anche la potenza di una resistenza che non accetta l’umiliazione come destino: "La libertà non è un privilegio individuale: è una responsabilità comune che chiede di essere esercitata, custodita e continuamente ridefinita."[2]
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