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Togliamo a tutti il pizzo di Stato!

Aggiornamento: 1 giu 2023

di Anna Paschero



Il “pizzo”, termine non propriamente elegante, presente nella terminologia del gergo mafioso, è uno strumento delle associazioni criminali propriamente intese, da Cosa Nostra alla 'Ndrangheta, alla Camorra e a tutte quelle che pur prive di un "marchio di fabbrica" d'esportazione fanno parte di quell'arcipelago delinquenziale, con cui si sostiene le famiglie degli affiliati in carcere e, non ultimo, l'accumulo di capitali da reinvestire in attività illegali nell’economia legale. La sua riscossione, gestita nell'ombra e maniera non ortodossa, ma estorsiva, è anche un banco di prova per i nuovi affiliati all’organizzazione, che devono dimostrare di possedere sufficienti dosi di qualità criminali, omicidio incluso.

Il fenomeno è diffuso soprattutto in Sicilia, dove si conta un movimento di denaro che supera il miliardo di euro. A Palermo l’80% delle attività commerciali o imprenditoriali paga il pizzo. Eppure, in un comizio a Catania, seconda città della regione per numero di abitanti e sede di un numero rilevante di imprese, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha posto il "pizzo" sullo stesso piano delle tasse che lo Stato italiano chiede ai suoi cittadini.

Inutile sottolineare quanto sia dirompente l'affermazione per chi paga le tasse alla fonte (lavoratori, pensionati) e quanto sia "esaltante" all'opposto per chi evade quelle stesse tasse. Non è invece inutile ricordare che la legittimazione degli evasori fiscali ponga di fatto le basi per la demolizione "politica" dello stato sociale, perché vanifica la ragione per cui milioni di contribuenti continuano a credere nel valore della tassazione, meglio se progressiva, come pilastro fondamentale del welfare.

Superato sconcerto (ma non è facile) per le affermazioni dell'inquilina di palazzo Chigi, provo ad avanzare una proposta che, sia pure provocatoria, si pone l’obiettivo di assolvere i milioni di italiani che pagano il “pizzo allo Stato”, talvolta anche inconsapevolmente, o spesso per un consolidato e colpevole - a questo punto - senso dello Stato, come molti rappresentanti delle Istituzioni – cito Padoa Schioppa – hanno saputo trasmetterci con le loro parole. Dunque, se la filosofia portante della manovra di questo Governo è di ridurre le tasse di tutti, propongo di abolire l’istituto del sostituto d’imposta, ovvero il soggetto che sostituisce i lavoratori dipendenti e i pensionati nei loro obblighi verso lo Stato e gli enti pubblici ai fini fiscali.

In questo modo, anche quei contribuenti potranno “liberarsi”, come promesso a commercianti e imprenditori di Catania, del “pizzo” di Stato, e fruire delle molteplici sanatorie previste per chi non è in regola con il fisco. In fondo, sarebbe un grande esempio di democrazia applicata alla fiscalità di cui gli italiano saranno grati in eterno o quasi alla signora Giorgia Meloni.

Certo, rimane un punto interrogativo non marginale, primo tra tutti quello che nella legge delega non è chiaro a discapito di quali servizi dovrebbe operare questa riduzione di tasse, ma certamente non potrà che operare a vantaggio di una crescita del debito pubblico che si prospetta imponente nei prossimi anni per poter assolvere, ne sono certa, alle promesse elettorali della presidente del Consiglio.


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