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Strategia Usa e basi d'oltremare, echi di un antico "Impero"...

di Michele Corrado

 

La presenza statunitense al di fuori dei propri confini si esprime per mezzo di basi militari permanenti, come è stato ricordato in un precedente articolo.[1] Tali strutture consentono primariamente il supporto delle diverse flotte dislocate nel globo e di forze aeree non imbarcate; oltre a depositi logistici per mezzi e materiali. Vi sono poi basi dedicate ad unità di terra, come ad esempio in Germania, per un impiego di forze in tempi rapidi e come area sicura per l’arrivo di rinforzi, come ai tempi del confronto con il Patto di Varsavia, fino al dissolvimento dell'Unione Sovietica.

È un concetto strategico che ricorda quello dell’antica Roma ai tempi dell’Impero, dove le Legioni erano schierate ai confini per garantirne la non permeabilità. La distanza di Roma da essi determinava il livello di sicurezza. Il Mediterraneo e la rete stradale dedicata ai rapidi spostamenti costituivano il sistema di risposta alla minaccia.

A Roma non stazionavano Legioni, solo in caso di bisogno si decideva cosa spostare e cosa inviare in rinforzo.

Ugualmente gli Stati Uniti, per mezzo delle loro basi hanno spostato verso l’esterno del proprio territorio gli assetti di risposta ed hanno mantenuto accentrata la capacità industriale e di ricerca che costituisce uno stato nello stato, come ricordò con un fondo di preoccupazione, quasi alla fine del suo mandato, il presidente Dwight Eisenhower. Al proprio interno, gli Stati Uniti hanno costituito una milizia militare che prende il nome di Guardia Nazionale per rispondere alle emergenze.

La vera ed ineguagliata capacità di proiezione di potenza degli Usa risiede nelle loro diversificate Flotte, la Quinta dedicata al Medio Oriente, che disponendo di un dispositivo aeronavale con capacità di operazioni anfibie (possibilità di sbarcare ovunque truppe a terra e di sostenerle nel tempo, i celebri marines), consente di gestire qualsiasi tipo di minaccia al di fuori degli Stati Uniti.

Ovviamente queste basi hanno una certa vulnerabilità, ma servono appunto per “intercettare” qualsiasi atto ostile a loro rivolto ad opportuna distanza dal territorio americano.

Tanto per fare un esempio, la condotta delle operazioni contro l’Isis, fu gestito totalmente al di fuori del proprio territorio. Il Posto Comando principale si trovava all’interno di Camp Arifjan, in Kuwait, il Posto Comando avanzato a Bagdad e il centro di gestione per le operazioni aeree in Qatar. Il Comandante di tutta l’operazione risiedeva nel Posto Comando Principale con scelta di spostamento a seconda delle necessità.

Come si vede, queste strutture, di dimensioni notevoli, almeno per i nostri standard (a Camp Arifjan sono gestite cinque linee interne di bus urbani), consentono di gestire qualsiasi evenienza a distanza e senza “disturbare” il quotidiano ritmo della vita americana.

È un sistema dispendioso, ma efficace, che consente di svolgere qualsiasi anomalia come un avvenimento multimediale a congrua distanza.

L’attacco (soft) iraniano alla base americana in Qatar è un po’ meno di una puntura di spillo - senza che per questo ce ne voglia il prof. Terna - nei confronti dell’intero dispositivo militare americano e l’unica certezza per gli iraniani è, vista la dimensione della base, quella di far cadere i vettori al suo interno. Dove non si sa, a meno che non vengano intercettati prima, come del resto avvenuto.

Questo per cercare di comprendere la differenza fra la propaganda asservita alla minaccia, a confronto con la certezza che possono offrire gli americani in questo campo.


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