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Il tributo dei migranti al ciclone Harry: centinaia di vittime in mare nell'indifferenza o quasi

di Marta Bernardini*


Nei giorni del ciclone Harry nel Mediterraneo potrebbero aver perso la vita centinaia di persone. Lo hanno denunciato prima la Guardia costiera italiana e poi diverse organizzazioni non governative. Quel che è certo è che a Lampedusa lo scorso 25 gennaio sono stati confermati tre decessi a seguito di un'operazione di ricerca e soccorso che ha coinvolto un'imbarcazione partita da Sfax, in Tunisia. Tra le vittime ci sono due bambine piccole, gemelle di circa un anno, morte per ipotermia poco prima dello sbarco, secondo la testimonianza fornita dalla madre, una sopravvissuta della Guinea, mentre un uomo è morto poco dopo il suo arrivo, a causa dell'ipotermia. Ancora, il 13 agosto dello scorso anno, solo per citare uno degli episodi peggiori, sono arrivate più di 20 salme nella piccola isola delle Pelagie e altrettante persone sono risultate disperse.

Di tutte queste persone, dei morti, dei dispersi, e anche di chi resta, crediamo che si sappia ancora troppo poco. Come Federazione delle chiese evangeliche in Italia, con il programma Rifugiati e Migranti Mediterranean Hope, operiamo sull’isola di Lampedusa da oltre dieci anni e cerchiamo di raccontare, oltre che di accogliere chi arriva. Purtroppo, si alternano periodi di grande visibilità mediatica e altri di silenzio: l’unica cosa che non cambia è che la gente in mare continua a morire. Non ci sono stati provvedimenti capaci di interrompere questa scia di sangue che scorre nel Mare Nostrum, che resta la rotta migratoria tra le più letali del mondo.


@foto archivio Mediterranean Hope
@foto archivio Mediterranean Hope

L'alternativa al viaggio della speranza? Morire nei lager libici e tunisini

Perché partono? Quello che ci racconta chi riesce ad approdare al molo Favaloro, il piccolo molo dell’isola siciliana, è che l’alternativa, cioè restare in Libia, nei lager libici, o in Tunisia, cioè nei due Paesi dai quali per lo più provengono le precarie imbarcazioni su cui viaggiano, è peggiore di quella del viaggio.

Delle loro speranze, dei loro vissuti, come detto, noi pensiamo si sappia troppo poco. Per questo, parte del nostro lavoro è cercare di restituire loro una voce. Lo facciamo ogni anno, con un report in cui raccogliamo i numeri delle persone approdate ma soprattutto le loro testimonianze, anche se le abbiamo ascoltate in momenti di estrema vulnerabilità e spesso in condizioni estreme. Le nostre operatrici e i volontari che ci accompagnano in questo compito cercano di offrire a chi arriva un sorriso, oltre che un tè caldo quando fa freddo e dell’acqua quando le temperature sono elevate. Anche la possibilità di uno scambio umano, di un breve ascolto, di una comprensione di quello che pensano e dicono.


La voce e il vissuto di chi arriva

Perché le parole sono importanti e costruiscono il mondo, non solo lo rappresentano. Dunque, quando si parla di “emergenza” noi l’associamo alle persone che muoiono in mare. Le loro vite non sono e non devono essere un mero problema di ordine pubblico, come la propaganda politica tende ad appiattirli, con un approccio muscolare, securitario e militare alla questione migratoria al quale assistiamo da anni.

La narrazione di questo fenomeno va cambiata partendo dalla voce delle persone che arrivano. Come società civile – e noi sentiamo di farlo in primis come chiese protestanti - ma anche come cittadini attivi, dobbiamo lasciare spazio affinché questa voce emerga e fare in modo che possano raccontarsi, autonomamente. Occorre ricordare che migranti lo possiamo diventare, così come lo siamo stati nel passato, e non è detto che non succeda di nuovo, a chiunque.

 

*Coordinatrice di Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (https://www.mediterraneanhope.com)

 

 


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