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I sindacati di polizia (ma non tutti) critici con la magistratura

Polemiche dopo la scarcerazione dei tre arrestati per le violenze a Torino


Indulgenza culturale. Indulgenza della magistratura. Indulgenza su fenomeni che si giudicano eversivi. È il triangolo, e non religioso, delle "indulgenze" in cui si muove la maggioranza dei sindacati di polizia, dopo gli scontri a Torino, sabato scorso. Unica voce fuori dal coro, e non è la prima volta, quella del Silp-Cgil Piemonte, che prende spunto dalle dichiarazioni del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi per denunciare una rappresentazione dei fatti "totalmente rovesciata rispetto alla realtà", quanto è altrettanto grave "sostenere che i manifestanti abbiano fornito copertura ai violenti", perché ciò "significa non rendere giustizia alla verità e mancare di rispetto a chi esercita un diritto costituzionale".

La divisione tra i sindacati di polizia, al netto della competizione e della concorrenza esasperata delle sigle, molte delle quali rappresentative di un numero modesto di lavoratori, rivela uno dei principali vulnus della categoria: la disunità di intenti, con cui si spiega anche la subalternità alla politica e l'uso strumentale che della polizia continua a fare la politica. Una perdita di autonomia di pensiero che produce equivoci disfunzionali al ruolo stesso che occupa il poliziotto nella società italiana, cioè quello di essere garante di tutti i cittadini, esattamente come lo dovrebbe essere il Ministro dell'Interno e, nella divisioni dei poteri, la magistratura.

All'opposto, il provvedimento dei giudici di Torino che oggi, mercoledì 4 febbraio, hanno scarcerato i tre giovani arrestati per le violenze a Torino e l'aggressione a un poliziotto, si trasforma nel commento del Segretario Generale del SAP, Stefano Paoloni, nella legittimazione a devastare, distruggere e picchiare, "perché godono di un sostanziale senso di impunità".

Da dove arrivi quel senso di impunità si intuisce: da un clima di generale accoglimento delle ingiustizie che producono una reazione violenta antisistema: diseguaglianze economiche e sociali, sfruttamento e precarietà del lavoro, emarginazione e povertà. In altre parole, è quel clima di "indulgenza culturale che normalizza la violenza contro le Forze dell’Ordine e i cantieri della TAV, trasformandola da fenomeno episodico a strategia organizzata", secondo l'interpretazione che ne ha offerto in un'intervista al quotidiano de Il Riformista il Segretario Generale del COISP, Domenico Pianese. A capo di tutto c'è l'esistenza, sostiene il numero uno del COISP, di un’«area grigia» colta e borghese che, senza praticarla direttamente, legittima [la violenza] con ambiguità politica e narrazioni minimizzanti".

Mutatis mutandis, l'area grigia odierna starebbe al Grande Vecchio dell'epoca del terrorismo, ma con una aggravante rispetto al passato, dove si formò a Torino il primo pool antiterrorismo sotto la guida del capo dell'Ufficio Istruzione, dott. Mario Carassi, con a fianco i magistrati Gian Carlo Caselli, un giovane Maurizio Laudi ed altri ancora: oggi la magistratura torinese "equipara giustificazione culturale ad accettazione della violenza". Una tesi suggestiva, ma che trasferisce l'intera vicenda su un piano inclinato, che vede tutta la responsabilità gravare ancora una volta sulle spalle della magistratura, "rea" di seguire la legge che nello spirito della Costituzione rimane garantista. Esattamente come è sempre stata richiesta dai partiti di destra e centro. Gli stessi che ritornano a chiedere un inasprimento della legge, prima ancora che delle pene, forse con l'introduzione del fermo di polizia di sicurezza, riedizione, immaginiamo, di quel decreto legge del 15 dicembre 1979 che nella sostanza naufragò per inutilità acclarata. E si era nel ventre più largo e pieno del terrorismo. Periodo evocato dal Siulp di Torino, che ha definito le violenze "metodi terroristici e derive eversive", seguendo uno schema ripetitivo, una sorta di coazione a ripetere che bolla e ingrossa il giudizio a caldo sui fatti, ma non aiuta a spiegare il fenomeno che sradicato da una parte, potrebbe riformarsi dall'altra se si curano soltanto i sintomi sociali.

Ma altrettanto serio e grave, è l'assenza di una sola parola a favore delle persone perbene che reclamano il diritto ai propri diritti. Ed è quantomai strana, da parte di questi sindacati che rappresentano migliaia di lavoratori, molti di essi con famiglie, mogli e figli, interni alla società italiana, l'amnesia verso la maggioranza dei cittadini che a Torino ha manifestato pacificamente e che ritiene di dover essere tutelata e non colpevolizzata dal suo garante, cioè il ministro dell'Interno e, per effetto transitivo proprio dalla Polizia di Stato.

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