Diventare imprenditori: scelta o solo opportunità ereditata?
- Noemi Siviero ed Emanuele Davide Ruffino
- 12 ore fa
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di Noemi Siviero ed Emanuele Davide Ruffino

In Piemonte, storicamente terreno fertile di tante iniziative imitate e duplicate in diverse parti del mondo, ci sono oltre 417mila imprese, ma a preoccupare è la flessione che si registra su questo numero, nonostante il costante aumento delle imprese avviate da stranieri che ormai hanno superato il 12% del totale.
C’è un momento, prima o poi, in cui dobbiamo chiederci: «Io potrò mai fare l’imprenditore?».
Non perché manchino le idee, o la voglia di lavorare (nella nazioni civili e democratiche, l’imprenditoria è una forma di libertà riconosciuta e da tutelare). Piuttosto perché quella possibilità sembra lontana, poco familiare, quasi “non per me”, frase quest'ultima che si sente spesso, e che dice molto più di quanto sembri.
Perché alcune strade appaiono naturali e altre semplicemente impensabili? E quanto contano, in questo, la famiglia in cui cresciamo e i modelli che abbiamo davanti fin da piccoli? Fino a che punto ci identifichiamo in Checco Zalone con l’ossessione del posto fisso, in “Quo vado”?
Una recente ricerca pubblicata sul Review of Income and Wealth prova a rispondere a queste domande partendo da un’intuizione semplice, ma efficace: non possiamo diventare ciò che non vediamo. Non si tratta di uno slogan motivazionale, bensì di una chiave di lettura potente per comprendere le disuguaglianze che attraversano il mondo del lavoro, soprattutto quando entra in gioco il genere.
Le attuali forme di imprenditorialità tendono a trasmettersi da una generazione all’altra, riducendo così le possibilità di attivare reali forme di ascensore sociale. Per esempio, nella fase terminale dell’Impero Romano si arrivò persino a rendere ereditari alcuni uffici: il sistema fiscale centrale prevedeva getti prefissati delle varie parti dell’Impero, cosa non sempre facile da garantire. Di conseguenza, il “pubblicano” e gli altri addetti alla riscossione non potevano dimettersi e si arrivò a pensare di rendere l’incarico ereditario, così da disporre sempre di esecutori fedeli e solerti. Ovviamente il sistema non funzionò, come spesso accade alle imposizioni prive di condivisione.
Nulla di nuovo o sorprendente, si potrebbe osservare: la possibilità di cambiare il proprio status rispetto a quello dei genitori ha da sempre rappresentato un problema politico e sociale, ancora più evidente oggi nelle società ad economia avanzata. In questi ultimi anni, infatti, l’ascensore sociale si è ridotto in modo preoccupante, parallelamente alla crisi che investe i ceti medi. Il punto interessante, però, riguarda le modalità con cui questa trasmissione avviene.
Nei Paesi europei in cui le disuguaglianze di genere sono più marcate, il passaggio sembra seguire binari rigidi: i padri influenzano soprattutto i figli maschi, le madri le figlie. Come se, in contesti meno inclusivi, anche le aspirazioni dovessero rispettare una divisione dei ruoli non scritta.
In ambienti più aperti, invece, questo schema tende ad attenuarsi. Le possibilità si ampliano, i confini diventano meno netti e il genere pesa meno nel determinare ciò che appare “realistico” desiderare.
È come se, all’aumentare delle opportunità, anche l’immaginazione si sentisse più libera di esplorare strade differenti. Il punto, tuttavia, non è affermare che la famiglia decida il nostro destino. Piuttosto, essa contribuisce a costruire l’orizzonte delle possibilità. Non trasmette solo risorse economiche o competenze, ma anche aspettative, immagini e esempi concreti di ciò che è fattibile. In questo senso, vedere una madre imprenditrice può fare la differenza non perché garantisca il successo, ma perché rende quella strada pensabile.
Questa è una dinamica che ricorda da vicino le riflessioni di Pierre Bourdieu, sociologo e antropologo del XX secolo, sul capitale culturale: le scelte non nascono nel vuoto, ma dentro cornici sociali che definiscono ciò che appare legittimo, accessibile, da persone come noi o in cui noi ci riconosciamo. Quando certi ruoli non sono visibili, finiscono per restare fuori dal campo delle aspirazioni, indipendentemente dalle capacità individuali. Ed è qui che entra in gioco anche il ruolo delle istituzioni: ridurre le disuguaglianze di genere non significa solo intervenire sul mercato del lavoro o sulle retribuzioni, ma anche ampliare lo spazio di ciò che può essere immaginato e creare condizioni concrete per sostenere nuove idee imprenditoriali. Se il discorso pubblico celebra l’iniziativa privata, ma il contesto normativo e burocratico la rende complessa e incerta, il messaggio che passa risulta inevitabilmente contraddittorio e può scoraggiare energie creative di cui il sistema economico avrebbe maggiore bisogno.
Forse non si nasce imprenditori, così come non si nasce predestinati al posto fisso. Ma si nasce, o meno, in contesti che rendono alcune scelte più naturali di altre. Finché non ci interrogheremo su chi ha accesso a certi modelli e chi no, continueremo a confondere le preferenze individuali con decisioni che, in realtà, sono già state parzialmente scritte altrove. Le realtà presenti in altri Paesi e gli studi di settore condotti anche nel nostro contesto ci ricordano che le aspirazioni non nascono nel vuoto, ma si formano nell’intreccio tra famiglia, contesto sociale e istituzioni. In questo senso, parlare di imprenditorialità significa parlare anche di uguaglianza di opportunità, di modelli di riferimento e di ciò che una società rende legittimo immaginare.
Se è vero che non si può essere ciò che non si è mai visto, allora la questione non riguarda soltanto chi diventa imprenditore, ma quali percorsi continuiamo a rendere visibili e per chi. Perché, in ultima analisi, la domanda più interessante non è tanto chi intraprende, quanto chi viene messo nelle condizioni di potersi pensare come tale.
In questo senso, creare condizioni operative favorevoli è altrettanto importante quanto promuovere l’imprenditorialità a parole. La realtà ci obbliga ad invertire i termini della questione nel senso che oggi intraprendere o semplicemente fare nelle condizioni attuali scoraggia in molto (meglio ricercare un ruolo di controllori, meno rischioso e perseguibile anche ipotizzando controlli inutili). Se una società vuole un futuro occorre che i modelli che propone invoglino a realizzare attività socialmente ed economicamente utili e poi si creino le condizioni operative affinché questi si possano realizzare, altrimenti continueremo a riportare i dati statistici che rilevano la fuga di cervelli e il diminuire delle attività creative, tra cui rientrano anche le attività imprenditoriali.











































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