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Torino: la gestione dell'ordine pubblico ora al microscopio

  • Vice
  • 12 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Le affermazioni del ministro Matteo Piantedosi non hanno ancora affrontato le responsabilità dirette di chi è chiamato alla prevenzione e al controllo delle manifestazioni. L'analisi del generale in congedo Umberto Rapetto


di Vice


@Paolo Siccardi
@Paolo Siccardi

Prendiamo l'informazione a dosi omeopatiche per non diventare ottusamente bulimici, ma non rinunciamo a costruire una visione d'insieme degli eventi. A maggiore ragione per ciò che è avvenuto sabato sera a Torino, per immagini che se giustamente hanno suscitato la nostra indignazione, ora deve passare al microscopio dell'analisi, della riflessione scevra da emozioni, soprattutto quelle pelose, eteroguidate . Abbiamo provato a farlo nell'immediato[1] e ieri [2], sollecitati anche dell'intervento a senso unico del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, che ha privilegiato paroloni applicati a teoremi fantasiosi, che si scontrano con la storia (vera, non quella caciarona) per giustificare decreti repressivi e limitanti la libertà. Non una parola di autocritica sulla gestione dell'ordine pubblico, sui limiti che le stesse immagini di sabato ci hanno rimandato su come è stata preparata la prevenzione per evitare disordini nel corso della manifestazione, mettendo a rischio l'incolumità degli agenti, come di fatto è accaduto.

Ad andare controcorrente dal resoconto dominante dei fatti, che oggi viene contestato dal sindacato giornalisti Usigrai (Usigrai Coordinamento Cdr Tgr, Cdr Tgr Piemonte)[3], e di cui parleremo in un altro articolo, interviene il generale di Brigata della Guardia di finanza Umberto Rapetto, in un dialogo con Davide Falcioni pubblicato su Fanpag.it. Piemontese di Acqui Terme, 66 anni, Rapetto è in congedo dal 2012. Un congedo non voluto, perché all'epoca (Governo Monti) fu silurato, nonostante fosse al vertice del Gruppo Anticrimine tecnologico, da lui fondato nel 2001, protagonista di indagini di alto livello, ultima sulle slot machine che non gli aveva favorito soverchie simpatie in alcuni ambienti che sul gioco d'azzardo fondano fortune e potere. Una rimozione comunque fragorosa, accompagnata da una pioggia trasversale di interrogazioni parlamentari. Questo per inquadrare il personaggio che nell'intervista entra subito in tackle scivolato sul Viminale e punta al cuore della questione: l'organizzazione. Testuale dall'intervista: "Quando si parla di ordine pubblico in manifestazioni di questa portata, il coordinamento è tutto. Il fatto stesso che un operatore di polizia si sia ritrovato isolato e in balia della folla è la dimostrazione plastica di un fallimento. È la prova di un mancato coordinamento o, peggio, di un ridotto addestramento". Aggiunge, per non scadere in equivoci: "In scenari del genere, se qualcuno avesse effettivamente preventivato il verificarsi di eventi di quella natura, un isolamento simile non sarebbe mai dovuto accadere. È normale che in un confronto di piazza, nel momento in cui un componente di uno schieramento – sia esso dei "buoni" o dei "cattivi" – si ritrova da solo, diventi un bersaglio vulnerabile. Quello che è successo all'agente Alessandro Calista rappresenta l'epilogo peggiore di un confronto".

Infine c'è la parte "politica", su cui si riversa la manipolazione dell'opinione pubblica da parte del potere, più volte sottolineata nei nostri articoli e nella rubrica "Pianeta sicurezza" curata da Nicola Rossiello: l'uso sistematico del ricorso allo scontro come prima opzione delle forze di polizia. Commenta Rapetto: "Purtroppo, e lo dico con dolore, gli interventi di ordine pubblico in Italia stanno evolvendo verso una sorta di continua esibizione dei muscoli. Si sta dimenticando che l'obiettivo primario non è "vincere" uno scontro fisico, ma circoscrivere la massa d'urto ed evitare guai per dei cittadini che stanno manifestando legittimamente. Sabato c’erano decine di migliaia di persone in piazza in maniera ordinata, stavano esprimendo un’opinione del tutto lecita. Perché sono state coinvolte in una guerriglia urbana di quelle dimensioni?"

Una domanda che giriamo al ministro Piantedosi che oggi riferirà in Senato, accompagnata da un'altra osservazione del generale, sul piano organizzativo: "La prima cosa da fare era individuare la formazione dei nuclei violenti. Soggetti che iniziano a trasfigurarsi, indossando caschi e passamontagna, vanno bloccati all'inizio: non c'è bisogno di aspettare che abbiano assunto l’assetto di guerra. L’intervento doveva isolare questi soggetti, proteggendo la popolazione inerme che costituiva la vera massa dell'evento. Invece si finisce spesso per colpire nel mucchio, alimentando una spirale di odio che non serve a nessuno".[3]


Note

[3]Home - USIGRai Sui fatti di Torino si legge: "Le immagini del poliziotto preso a calci e martellate da incappucciati a Torino hanno colpito e indignato tutta l'Italia che crede nelle Istituzioni e nella democrazia.  Non ci può essere nessuna giustificazione o relativismo di fronte alla violenza.  Detto questo, il ruolo del servizio pubblico è quello di informare. Con equilibrio, Imparzialità, obiettività e completezza…"



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