Desertificazione bancaria: chi pensa ai bisogni dei cittadini?
- Gian Paolo Masone
- 13 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
di Gian Paolo Masone

In Piemonte, il diritto di accesso ai servizi offerti dalle banche sta diventando un privilegio per pochi. I numeri sono impietosi: 600.000 cittadini residenti in comuni senza sportelli e il 75% dei comuni montani rimasti "all'asciutto".
Alla rarefazione degli sportelli, motivata con la digitalizzazione, con l'avanzata dell’Home Banking e con la concentrazione degli istituti, si mescola un fenomeno più sottile e inquietante: una scientifica redistribuzione del servizio che somiglia sempre più a una spartizione del territorio.
Se osserviamo la mappa di una città come Torino, superato il centro storico, la sensazione di una libera concorrenza svanisce; le banche sembrano distribuirsi secondo una logica di "non aggressione", posizionandosi strategicamente come fossero farmacie comunali.
Analizzando poi la situazione lungo l’asse della linea metropolitana, possiamo notare che, uscendo dalle stazioni ferroviarie, ci si imbatte in una saturazione di sportelli ma che, man mano che ci si sposta verso i capolinea (Fermi da un lato, Bengasi dall'altro), la varietà sparisce.
Si osserva, inoltre, come sia raro trovare concorrenza frontale soprattutto tra i due grandi player (Intesa Sanpaolo e UniCredit) o due banche diverse in prossimità della stessa uscita della Metro. Si ha l'impressione che ogni istituto abbia "prenotato" un bacino d'utenza, riducendo per il cittadino la possibilità di confrontare condizioni diverse senza dover attraversare la città.
In sintonia con quel che accade in altre grandi città, anche nella nostra stanno prendendo forma tre zone: una zona Premium centrale, ricca di servizi bancari e finanziari, una zona Bancomat tra il centro e la periferia, e un’area verso la prima cintura in via di desertificazione.
Questa "mano invisibile", che evita il confronto diretto, attenua di fatto la concorrenza, lasciando il cliente prigioniero della banca di prossimità. Anche le strategie promozionali sembrano seguire uno spartito coordinato.
Le offerte vantaggiose appaiono a intermittenza, quasi mai sovrapponendosi tra i grandi gruppi, mentre la vera battaglia sui costi è lasciata solo a pochi istituti minori, incapaci di scalfire il sistema dei giganti. La desertificazione bancaria non è solo un problema di sportelli che chiudono, ma di una democrazia economica che si restringe e di persone, in particolare gli anziani, che vengono esclusi.
La digitalizzazione sta diventando un algoritmo di pietra: un muro invisibile che celebra il futuro del banking mentre rende difficile il presente a chi non ha una connessione o un'età compatibile con il cambiamento.
Il ruolo dell’Antitrust e degli Enti Locali
L'Antitrust ha il compito di vigilare affinché le imprese non stringano accordi per limitare la concorrenza o non abusino di una posizione dominante ma, nel caso della desertificazione bancaria, si trova a dover fronteggiare almeno due difficoltà.
La prima è costituita dal principio della libertà d'impresa, in quanto la chiusura di una filiale è considerata una scelta strategica aziendale legata all'efficienza e, come tale, non contestabile dall’organismo di vigilanza.
La seconda è il fenomeno del c.d. parallelismo dei comportamenti: se tutte le banche chiudono filiali o non si fanno concorrenza sui prezzi, non è detto che ci sia un "accordo segreto"; potrebbe trattarsi di un semplice adattamento alle stesse condizioni di mercato (bassi tassi, alti costi fissi, digitalizzazione).
Questo "parallelismo consapevole" è difficilissimo da sanzionare senza prove di comunicazioni dirette tra i manager.
L'Antitrust, che può invece intervenire sulla trasparenza e sulla mobilità del cliente (rendendo più facile cambiare banca), è quindi nella quasi impossibilità di agire sulla "geometria delle aperture" nei quartieri senza prove di una spartizione territoriale pianificata.
A fronte di una tale situazione, gli Enti Locali si sono mossi anche sulla spinta dei cittadini che vivono nei quartieri più penalizzati.
La Regione, in particolare, sta lavorando a un Protocollo d’Intesa – Patto Etico con ABI che impegni le banche a più ampi preavvisi di chiusura degli sportelli e alla predisposizione di soluzioni alternative (ad esempio, terminali intelligenti).
Il Comune studia, a propria volta e anche attingendo a fondi PNRR, forme di incentivazione indiretta per le banche che scelgono di restare in certe zone della città. Tra le molte iniziative possibili potrebbe essere esplorata anche quella di favorire l’utilizzo di una sede abbandonata da una banca da parte di più istituti di credito nei diversi giorni della settimana: le banche risparmierebbero sui costi e sarebbero chiamate a sperimentare la loro capacità concorrenziale a parità di sede.
Tutte queste lodevoli iniziative non possono, tuttavia, risolvere un problema come quello della rarefazione degli sportelli nelle aree più marginali che può essere affrontato solo con una legge dello Stato che obblighi gli istituti a fornire un servizio con caratteristiche di universalità.
Un intervento come quello ipotizzato dovrebbe da tutti essere considerato urgente, anche perché l’assenza di sportelli nelle periferie funge da innesco alla sparizione di altre attività commerciali (già alle prese con il “problema Amazon”); il tutto in zone in cui chiudono anche le edicole, per via della crisi della carta stampata, e i distributori di carburante a causa di motivi ambientali e di sicurezza.

Un baratto alle spalle dei cittadini-risparmiatori?
Molti iniziano a chiedersi se questo ritardo nell’intervenire sul fenomeno delle banche sempre più introvabili sia figlio di un silenzioso "patto di non belligeranza" con la politica.
Il sospetto è legittimo: il silenzio delle istituzioni di fronte alla desertificazione dei territori montani e periferici potrebbe rappresentare il prezzo da pagare per l’accondiscendenza delle banche verso la tassazione sugli extra-profitti. In questo scenario, il gioco delle parti sarebbe fin troppo chiaro. Lo Stato incassa un surplus d'imposta dagli istituti, e questi ultimi le scaricano prontamente sui correntisti attraverso commissioni elevate e la mancata riduzione degli oneri.
Saremmo di fronte a una partita di giro in cui l'anello debole è sempre il cittadino, chiamato a pagare due volte: come contribuente e come cliente di un servizio che, mentre diventa più caro, si allontana fisicamente da casa sua. Occorre, pertanto, che la politica allontani da sé l'ombra di aver barattato la presenza sul territorio con il gettito fiscale, rendendo così il futuro del risparmio piemontese (e italiano) sempre più ricco per le banche e costoso per i clienti.













































Commenti