PIANETA SICUREZZA. "Chi tutela i lavoratori della Polizia non sia megafono della politica"
- Nicola Rossiello
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di Nicola Rossiello

La rubrica esce oggi con un giorno di ritardo e ce ne scusiamo con i lettori della Porta di Vetro. Ma c'è una ragione anche se è del tutto personale, che tuttavia rientra nella complessità delle questioni affrontate, appunto la sicurezza, che si traduce, se si ricopre un ruolo sindacale, nel diritto di critica, inalienabile, doveroso e costruttivo. Invece, accade, in seguito a ciò che di agghiacciante si è registrato a Torino sabato scorso, con l'aggressione alle forze di polizia di una frangia violenta dei manifestanti, che il diritto di critica esercitato sia nei confronti del Governo, sia rispetto alle posizioni espresse da altre sigle sindacali, sia stato trascinato sui social in un vortice surreale ed etichettato come una mancanza di rispetto verso i colleghi feriti, ai quali va la nostra incondizionata disponibilità e solidarietà. Al contrario, il diritto di critica rappresenta il primo dovere, nello specifico sui fatti di Torino, necessario per affrontare una riflessione priva di preconcetti sulle modalità con cui rischi evidenti potrebbero essere mitigati attraverso una diversa programmazione.
E qui, ci si rivolge al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale ha associato manifestanti pacifici ai professionisti della violenza, tralasciando di dire che in democrazia la partecipazione democratica è un diritto costituzionale, mentre la violenza rientra a pieno titolo in articoli del Codice penale. Distinzione netta che non merita altre parole, se non quelle che servono a ricordare al titolare del Viminale che ha l'obbligo, come datore di lavoro, di tutelare la sicurezza dei suoi dipendenti.
Stupiscono, ma non più di tanto, e lo si dice per non scadere nell'ipocrisia, gli attacchi da parte di alcuni sindacalisti di polizia, frequentatori di piattaforme social, che si sono lasciati trasportare nella concitazione della polemica, dimenticando che gli agenti di polizia sono lavoratori che al pari di altri meritano di essere tutelati non solo nella loro integrità fisica, ma anche nella loro dignità professionale e libertà di pensiero.
Infatti, ed è bene ricordarlo, i sindacati esercitano le funzioni di rappresentanza e tutela dei lavoratori attraverso la contrattazione collettiva e la vigilanza sulle condizioni di impiego, all'interno di un perimetro giuridico che ne riconosce la libertà e ne protegge l'azione come pilastro fondamentale dell'ordinamento democratico. Anche attraverso il diritto alla privacy. Ed è questo un tasto dolente che ci indigna profondamente nell'osservare che i colleghi feriti a Torino sono stati trasformati in fenomeni mediatici con tutto quello che ne è seguito sul piano politico.
Dunque, nulla che riporti l'attenzione dell'opinione pubblica sul tema della salute e della sicurezza sul lavoro, evidentemente destinato a passa in secondo piano. Ma se ciò trova una spiegazione anche nel degrado culturale che attraversa la politica, meno spiegabile è il comportamento dei rappresentanti dei lavoratori della Polizia di Stato, che nella loro vis polemica tralasciano di citare un piccolo particolare, stabilito dalla giurisprudenza: la protezione del personale non è una concessione, ma un obbligo di legge invalicabile. Lo dimostra il contenuto dell'articolo 2087 del codice civile, introdotto nel 1942, e pressoché sconosciuto nel nostro ambito che fa del rispetto delle norme una ragione di esistenza. Infatti, stabilisce testualmente che "l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro."
All'opposto, quando si apre il capitolo della sicurezza degli agenti di polizia, si è costretti a misurarsi con l'amara constatazione che proprio la tutela della "personalità morale" del lavoratore venga messa in discussione da chi dovrebbe difenderla. Anche in questa circostanza, è stato doveroso rilevare le criticità sotto il profilo della salute e sicurezza dei colleghi impegnati nella manifestazione del 31 gennaio scorso. I sindacalisti hanno l'onere morale di esporsi in prima persona: chi altri potrebbe farsi carico delle tutele individuali o garantire il rispetto delle norme necessarie per prevenire infortuni gravi che troppo spesso segnano la vita operativa?
È il sindacato che deve mediare di fronte alle criticità che caratterizzano la vita lavorativa, rappresentando i diritti legati ai tempi di vita, alle necessità economiche e di tutela della salute e sicurezza. Chi dovrebbe lottare per i diritti dei giovani e delle loro retribuzioni e pensioni, chi dovrebbe esporsi e impegnarsi nella tutela delle donne lavoratrici, affinché la parità non sia più un concetto astratto ma una realtà fatta di tutele concrete, salari equi e ambienti sicuri dove ogni donna possa esprimere il proprio potenziale libera da ogni forma di discriminazione o ricatto.
La democrazia si nutre del pluralismo e della capacità di analisi critica: etichettare un delegato come "nemico" solo perché pone quesiti sull'efficacia dell'attività preventiva è un atto di aggressione inaccettabile. E qui ritorniamo, e ritorno a quanto vissuto come dirigente del Silp Cgil, sindacato che ha rivendicato la propria autonomia e il proprio ruolo di osservatore democratico, alle reazioni registrate sul web. Ora, la dinamica che porta al compattamento ostile contro una voce fuori dal coro può essere letta come un evento sentinella di criticità comportamentali. Tale fenomeno rivela, dal punto di vista dell'analisi relazionale, quelle fragilità che possono emergere nei contesti operativi più stressanti. Se non gestite, anche queste derive comunicative possono riflettere difficoltà nell'elaborazione del dissenso e nella gestione del confronto professionale. La sicurezza si garantisce con l'analisi oggettiva dei fatti, non attraverso la delegittimazione della critica.
Oggi più che mai il sindacato deve operare con coerenza e coraggio affinché ogni lavoratrice e ogni lavoratore di polizia possa sentirsi protetto non solo dai rischi oggettivi del servizio, ma anche da ogni tentativo di imporre una visione uniforme e unilaterale della realtà, ricordando che le rappresentanze dei lavoratori esistono per dare voce alle istanze collettive.













































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