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Sentenza Moussa Balde: una condanna che condanna il sistema dei Cpr

Il Tribunale di Torino ha pronunciato una sentenza di profondo rilievo riguardo alla tragica morte di Moussa Balde, il giovane guineano che il 23 maggio 2021 si tolse la vita nell'ospedaletto del CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) del capoluogo piemontese, dopo, tra l'altro, essere stato vittima due settimane prima, il 9 maggio, di un pestaggio da parte di tre italiani, a Ventimiglia. Aggressione feroce, colpi ripetuti sul corpo e sul viso con dei tubi metallici, oltre al scariche di calci e di pugni. Dopo essere stato portato in ospedale, poi in commissariato a Ventimiglia, in Questura ad Imperia gli fu notificato il decreto di espulsione e trattenimento, e quindi trasferito nel Cpr di Corso Brunelleschi a Torino, come avevano ricostruito la sequenza degli avvenimenti all'epoca il capogruppo di Liberi Uguali Verdi Marco Grimaldi e il consigliere del Partito Democratico e vicepresidente della Commissione Sanità Domenico Rossi in Consiglio regionale del Piemonte, dopo un sopralluogo nella struttura. Lo stesso luogo, ricordiamo, dove era morto anche nel 2019 Faisal Hussein dopo quasi sei mesi ininterrotti di isolamento, anche lui clandestino da mettere al margine, da nascondere perché non gradito. Anche lui con evidenti segni di forte disagio psichico.

La decisione dei giudici sulla tragedia di Moussa Balde ha portato alla condanna a un anno di reclusione per l'allora direttrice della struttura, riconoscendo che la vulnerabilità psichica del ragazzo non fu valutata correttamente. Insieme alla società di gestione, la condannata dovrà versare provvisionali superiori ai 350mila euro ai familiari della vittima. È stato assolto invece il responsabile sanitario della struttura.

Come evidenziato dall'avvocato di parte civile Gianluca Vitale, questa sentenza rappresenta un monito fondamentale per chiunque gestisca tali centri, sebbene resti l'amarezza per la mancata analisi delle responsabilità statali in merito ai controlli. Nessun risarcimento potrà restituire l'affetto di un figlio o di un fratello, ma il riconoscimento della responsabilità dell'ente gestore segna un passo necessario verso la verità, sottraendo questa morte all'ombra della semplice fatalità.

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