Osservando i nostri tempi
- Domenico Cravero
- 1 giorno fa
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Fronteggiamo l'individualismo per non sentirsi estranei
di Domenico Cravero

Ai continui, inarrestabili episodi di violenza femminicida, praticati da adulti ma anche da adolescenti, la ricerca affannosa di risposte e di rimedi rimanda ogni volta all’educazione emozionale, affettiva e sessuale che dovrebbe fare la scuola. La pedagogia scolastica può effettivamente formare le competenze socio-emotive degli allievi (secondo gli orientamenti del Social Emotional Learning). L’intelligenza emotiva svolge un ruolo importante nell’essere studenti e cittadini in una società meno violenta e più sana.
L’educazione affettiva nel gruppo classe insegna che il pensiero e le emozioni operano in connessione tra loro, formando le persone nella loro completezza. Imparare a riconoscere e comprendere le emozioni e a gestire i sentimenti accresce le capacità relazionali, abilita e prendere decisioni e ad assumere responsabilità, a negoziare i conflitti, ad attivare una comunicazione efficace, a impegnarsi per il conseguimento di obiettivi pro-sociali. Sono tutti obiettivi fondamentali per una sana relazione affettiva. È documentato l’impatto positivo di un simile percorso anche sul rendimento scolastico. L’intelligenza emotiva quindi è un buon risultato e una risorsa della scuola.
Pretendere tutto dalla scuola, però, è troppo. La complessità del mondo si affronta solo con risposte e interventi complessi, cioè a rete: non solo le famiglie ma anche le scuole, non solo le scuole ma anche i corpi intermedi, non solo la cittadinanza attiva ma anche l’azione politica.
La società è una questione vitale per l'amore
I mondi vitali familiari sono certo una questione vitale per la società. La capacità di amare per lungo tempo è stata modellata dal costume sociale e dalle regole morali, private e pubbliche. Il modo di amare però è anche il frutto delle istituzioni. Si può quindi dire, in modo circolare, che la società è una questione vitale per l’amore. Si diffonde e si amplifica ogni giorno, infatti, una rivoluzione silenziosa, dove la libertà, concepita nei suoi significati solo individuali, rimette in discussione i fondamenti della società. Delle antiche certezze (il bene comune, il senso dellaa vita come vocazione, la promessa d’amore, la sessualità come relazione matura), non rimangono, nella descrizione pubblica, che frantumi e macerie (il profitto, la vita come prestazione, il corpo come manipolazione, l’infedeltà affettiva) dove si corrompono valori che prima erano considerati sacri, come l’amore, la parola, la lealtà, il legame.
Quando la società non è stata più in grado di regolare le relazioni familiari con il costume, la vita della coppia è stata affidata ai singoli e sono esplose le fragilità, le contraddizioni, le violenze. La vulnerabilità si è amplificata oltre ogni previsione. L’amore è modellato anche dai rapporti economici e di genere, dalle definizioni culturali. La cura dell’amore va quindi affidata a tutta la rete sociale (e istituzionale). Non si può accettare che la famiglia abbia solo dei doveri; è titolare anche dei diritti: il sostegno delle politiche familiari e il riconoscimento del vincolo matrimoniale, la valorizzazione delle famiglie nelle organizzazioni e nelle istituzioni. Oggi la domanda di comunità rimane alta, ma la cura dei legami e le forme di sostegno si sono molto indebolite, nella società liquida.
Quando l'altro sfuma fino a diventare minaccia...
Siamo diventati più individui e meno “reti sociali”, mentre il contrasto alla vulnerabilità esige non solo la protezione dal bisogno, ma anche il riconoscimento degli altri. Senza legami, l’insicurezza rischia di diventare la tonalità emotiva dominante, lasciando predominare lo smarrimento, la paura, il rancore della precarietà. Si parla ossessivamente di libertà ma aumenta la società del controllo. Si esalta l’individualismo e si domandano con insistenza politiche della sicurezza (l’ordine sociale affidato alle telecamere e alle sanzioni penali). In un mondo d’individui slegati e solitari, l’altro sfuma fino a sparire, salvo poi ritornare come problema o come minaccia.
Nei disturbi di personalità, nelle depressioni e nell'apatia, nella sensazione dolorosa del disorientamento, si condensano i buchi neri dell’angoscia prodotta dalla povertà relazionale. Anche la distribuzione delle relazioni sociali può diventare, infatti, una forma di diseguaglianza. Sappiamo meglio del passato come funzioni la mente, le neuroscienze ce la fanno conoscere. La mente non coincide con il cervello, il quale non è solo contenuto nella scatola cranica ma si diffonde in tutto il corpo. Al cervello la mente aggiunge anche le relazioni vitali e comunitarie. Il primo modello a rete è dunque la mente umana, modello delle altre reti.
Il vero problema da fronteggiare è quindi l’individualismo, il sentirsi estranei e superiori ai valori dei legami costitutivi dell’umano. La scuola attuale non è esente da questo rischio: la relazione spesso problematica tra genitori, insegnanti ed istituzione non sempre si compone in un dialogo comprensivo. Anche questo è formazione affettiva.













































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