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Rider, consumo e responsabilità: prezzo invisibile della comodità

di Luisella Fassino

Il controllo giudiziario, disposto dal Pubblico ministero di Milano Paolo Storari nei confronti di Glovo riporta al centro del dibattito pubblico il tema del lavoro mediato dalle piattaforme digitali. L’accusa di "caporalato" mossa alla controllata italiana Foodinho riguarda un sistema che coinvolgerebbe circa 40.000 rider in tutta Italia, di cui 2.000 solo a Milano, impiegati con compensi incompatibili con qualsiasi idea di lavoro dignitoso.

Il dato giudiziario è rilevante, ma il problema è più ampio. Il modello del food delivery si fonda su una promessa di immediatezza che intercetta una domanda sociale sempre più impaziente, incapace dell’attesa. Il pasto deve arrivare subito, caldo, senza attriti. In questo processo, il costo umano del servizio viene progressivamente rimosso dallo sguardo collettivo.

Eppure, basterebbe un semplice esercizio di immedesimazione per cogliere la sproporzione evidente. Quanto varrebbe davvero quel servizio se fossimo noi a doverlo svolgere? Vestirsi, uscire di casa, affrontare traffico e maltempo, raggiungere il locale, attendere la preparazione, tornare indietro e consumare il pasto, forse ormai freddo. È in questo confronto concreto che emergono con chiarezza i limiti di compensi ridotti a pochi euro, spesso a fronte di rischi smisurati per la sicurezza di chi effettua la consegna.

Il tema non è nuovo. Già alcuni anni fa, il lavoro dei rider era entrato nel dibattito pubblico con il contenzioso che aveva coinvolto i ciclofattorini di Foodora, dando origine a pronunce che hanno affermato un principio fondamentale: anche al di fuori del perimetro della subordinazione tradizionale, il lavoro non può essere sottratto alle tutele essenziali di dignità, sicurezza e giusta retribuzione.

A questo percorso, inoltre, si affiancano le decisioni del Tribunale di Milano che hanno riguardato Uber. In tali pronunce, i giudici hanno riconosciuto che il lavoro dei ciclofattorini non poteva essere ricondotto a una semplice collaborazione autonoma, ma presentava le caratteristiche tipiche del lavoro subordinato. Nonostante l’assenza di un datore di lavoro “tradizionale”, l’organizzazione delle consegne, il controllo delle prestazioni e la dipendenza economica dalla piattaforma hanno fatto emergere una realtà diversa da quella formalmente dichiarata. È un passaggio rilevante, perché mostra come dietro l’apparente libertà promessa dalle piattaforme si celi spesso un sistema rigido, in cui le regole sono dettate da algoritmi e il margine di autodeterminazione del lavoratore è, nei fatti, molto ridotto.

Dopo questa stagione di interventi giudiziari, sembrava che il settore avesse intrapreso un percorso di maggiore regolazione e consapevolezza, in coerenza con l’articolo 36 della Costituzione.[1] L’intervento della Procura di Milano dimostra invece quanto quel percorso sia rimasto incompiuto e quanto sia facile scivolare verso forme di sfruttamento che si pensavano superate.

Attribuire ogni responsabilità alle piattaforme sarebbe riduttivo. Il mercato risponde a una domanda, e quella domanda la costruiamo anche noi con i nostri bisogni di immediatezza a buon mercato. Ogni consegna a basso costo è il risultato di una scelta collettiva che privilegia la nostra comodità immediata rispetto al valore e al rispetto del lavoro altrui.

Il caso Glovo non è solo una vicenda giudiziaria. È un segnale politico e culturale. Richiama tutti a interrogarsi sul modello di società che stiamo costruendo: dietro ogni consegna non c’è un algoritmo, ma una persona e ignorarlo significa accettare che il prezzo della nostra comodità continui a essere pagato da chi resta invisibile.


Note

[1] Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.

La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.

Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

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