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Riforma pensioni: che non diventi un’appropriazione indebita

di Emanuele Davide Ruffino e Edmondo Rustico

I sogni sono finiti ed è chiaro che parlare di obiettivi di legislatura o lanciare rivendicazioni insensate è un modo per non decidere, anche perché gli indicatori demografici, ultima scusa per non toccare la cosiddetta Legge Fornero (Legge 92/2012), è difficile che cambino nella restante parte della Legislatura.

La soluzione è già scritta nella riforma Dini (legge 335/1995): tutto contributivo, che entrerà in vigore quando più nessun soggetto potrà vantare di aver versato/accreditato un contributo a suo favore prima del 31 dicembre 1995. Perché il mondo politico sindacale è così ostile ad accettare già oggi questa realtà ed agire di conseguenza?


La grande melina

Era il 29 gennaio quando su queste colonne[1] ci si chiedeva chi non voleva portare avanti alcuna riforma pensionistica, quando ancora tutti, dai partiti ai sindacati, discutevano su come prorogare le soluzioni tutt’altro che Draconiane del Governo Draghi ed assicuravano che la Legge Fornero (allora definita “lacrime e sangue” oggi pressoché insostituibile) sarebbe stata riformata. Oggi potremmo rispondere che tutti non volevano la riforma pensionistica (anzi, non ne vogliono neanche parlare, salvo qualche inconcludente incontro). Da più di un anno i francesi scendono in piazza contro Macron perché voleva portare la pensione a 64 (per noi un limite che sembra quasi un miraggio): noi facciamo ipotesi su quale categoria difendere per ottenere un maggior risultato in termini elettorali (un po’ poco!).

L’incapacità decisionale va ad inquadrarsi su un sistema dirigistico presente nella visione di Stato Massimalista che ha portato i Governi che si sono succeduti in questi ultimi 10 anni a voler decidere ciò che è bene per i cittadini, imponendo regole sempre più stringenti, per non dire soffocanti. Questa visione ha portato, per quanto concerne il sistema pensionistico, a chiedersi se trattasi ancora di un sistema di natura assicurativa, sia pur a forte valenza sociale, oppure di un sistema forzoso per garantire un welfare diffuso a favore di chi non ha versato nessun contributo. E ciò in un contesto dove il prelievo fiscale italiano già raggiunge il 50% (che per tanti è da considerarsi un esproprio proletario di Sessantottina memoria). La stessa professoressa Elsa Fornero ha ribadito che: “Se vuoi andare in pensione, prima lo fai con i contributi che hai versato” (la cosiddetta ”pensione anticipata contributiva”), e se questi non risultassero sufficienti bisognerà rimandare il collocamento in quiescenza almeno fino quando non si raggiunge una pensione d’importo pari o superiore a 2,8 volte l’assegno sociale ed almeno 64 anni di età.

Il punto è proprio questo: si vuole lasciare la scelta al singolo oppure imporre soluzioni dirigiste. La stessa Fornero ha precisato che il limite di 67 anni “non è pensato per il gusto di tenere le persone al lavoro, bensì per impedire che finiscano in povertà”. Le forze politiche-sociali, oltre a formulare rivendicazioni tanto ieratiche quanto irrealizzabili devono considerare che l’Italia è il Paese con la più bassa produttività in Europa e con la Pubblica amministrazione più anziana. E l’obbligare a mantenere, controvoglia, al lavoro le persone oltre i 65 anni di età non aiuta di certo a risolvere questi problemi, anzi li aggrava ulteriormente.


Versamenti congelati o espopriati

Un conto è garantire un sistema di protezione sociale diffusa, un altro è costringere alcune categorie (quelle che hanno già versato abbondanti contributi) a farsi carico di alcuni dogmi buonisti, condivisi demagogicamente da tutti, ma non sostenibili, e forse neanche attuabili anche per la volontà/possibilità di chi è chiamato (o si sente chiamato) a sopportare in modo sproporzionato i costi che derivano.

Il sistema contributivo prevede il calcolo della pensione basata su quanto versato da un soggetto nel corso dell'intera vita lavorativa: in questi mesi ci si è crogiolati nell’illusione che lo Stato potesse aggiungere altre risorse, ma così non è. Se si è presa coscienza di questa realtà, occorre riprendere in considerazioni quelle proposte che costano poco o nulla, ma permettono ai singoli di operare le proprie scelte previo lo stabilire un minimo pensionistico, in modo da non trovarsi una platea di persone con redditi inferiori alla soglia di povertà e il rispetto delle tabelle di sopravvivenza per garantire la sostenibilità del sistema: il non permettere di andare in pensione quando già si sono versati cospicui importi può essere configurata come un’appropriazione indebita da parte dello Stato.

Il dato è ancor più preoccupante perché se passa quota 41, con un mondo del lavoro sempre più flessibile, e quindi con periodi di inattività, tale quota rischia di essere raggiunta ad età alquanto avanzata (pur avendo versato cospicue somme). Ma forse questo è frutto di un preciso calcolo per obbligare a non restituire quanto versato con il criterio contributivo, al soggetto quando vuole lui, ma quando vuole lo Stato. Un lavoratore che già paga le tasse ha diritto di poter scegliere tra una pensione alta ma in là con gli anni, o più modesta ma in anticipo.


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