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Riforma pensioni: alzi la mano chi non la vuole...


di Emanuele Davide Ruffino e Edmondo Rustico


Se si vuole mantenere una situazione impopolare, una strada è quella di richiedere l’impossibile: si ottengono consensi di immagine (e voti) ma soprattutto non si cambia niente. È quello che sta accadendo al tavolo della riforma sulle pensioni: tanti annunci, pochi rimedi (sempre meno strutturali) e il sopravvento di provvedimenti spot per accontentare richieste che rischiano di degenerare in atteggiamenti clientelari, soffocando i tentativi di affrontare il problema in forme sostenibili e di supporto alla propulsione per l’economia.

I lavori della Commissione

In uno Stato democratico, il confronto tra le parti è l’essenza stessa del sistema, a condizione che però questo porti ad una sintesi accettata dai più. Siamo solo al primo incontro e il prossimo si terrà solo l’otto febbraio: il tempo per riflettere e mettere a punto le strategie. Nessuno vuole il mantenimento della cosiddetta Legge Fornero, ma sembra che tutti si muovano per creare una situazione per cui questa rimanga e per trovare il modo di accusare la controparte della colpa dell’immobilismo. A dar man forte a questa posizione sono anche le proteste d’oltralpe, così rimbombanti che si sentono anche al di qua della catena montuosa, ma proprio perché il problema riveste un forte impatto sulla popolazione, si incentiva la posizione di chi cerca un appiglio per non decidere e quale migliore opportunità, se non quella di richiedere l’impossibile.

Forse anche al Governo può venir comodo questo atteggiamento: si voleva fare una riforma strutturale, ma l’intransigenza delle componenti sociali l’hanno impedita e così si mantiene la Legge Fornero, che non dispiace all’Europa. Alcuni analisti pretendono di sapere cosa succederà fra 10, 20 e 30 anni non considerando che la Covid ha già abbassato la vita media (risparmio di 1,1 miliardi di euro di assegni previdenziali nel 2020) e, se si considerano anche i fenomeni connessi al cosiddetto long-covid e post-covid (che evidenziano le maggiori complicanze registrate dai soggetti che sono stati colpiti dal virus), le tabelle di sopravvivenza dovrebbero essere significativamente riviste.

Nel mentre, i trend delle nuove pensioni liquidate dall’INPS non riflettono gli andamenti demografici, ma presentano, da anno ad anno, variazioni anomale a due cifre: nel 2022 si è registrato un calo del 12,28% di nuovi pensionati, meno 18,21% se si considerano solo le pensioni anticipate (per andare in quiescenza bisogna azzeccare l’ambo giusto, nell’anno giusto!).


L’evoluzione dello scenario

L’attuale ministro del Lavoro e della Politiche sociali Marina Elvira Calderone si era più volte espressa per una maggiore flessibilità in uscita che, in termini concreti, significava lasciare al cittadino la possibilità di scegliere tra una pensione minore, ma anticipata, oppure maggiore, versando maggiori contributi. Le “parte sociali” sedute al tavolo vogliono invece imporre delle regole che tendono a rispondere più ai loro interessi di categoria, che non a un riconoscimento del volere dell’individuo all’interno di un sistema economicamente compatibile, permettendogli di scegliere. In Italia s’invecchiava più che negli altri Paesi Europei, ma anche per un minor numero di cittadini extracomunitari che, per le condizioni drammatiche vissute da giovani e la minor possibilità de facto di accedere ai servizi sanitari, presentano indici di mortalità superiori. Situazione che si è drasticamente ridotta in questi anni e che sicuramente dovrà essere rivista con i flussi migratori attualmente in atto e le dinamiche che si registreranno nei prossimi anni, così come sono da rivedere le percentuali di giovani/vecchi, occupati/pensionati.

Uno scenario difficile da immaginare e da governare, per cui occorre molta prudenza sia nella rigidità dei conti, sia nell’applicare incentivi anticiclici per rendere meno gravosa la situazione. Non si può più parlare di equità in un sistema che mantiene la pensione per più di quarant’anni a molti soggetti (i baby pensionati, degli anni ’80, ma che, anche negli ultimi mesi, con il gioco delle quote, ha prodotto diseguaglianze ingiustificate) e che ora rischia di scendere sotto i 10 anni per molti che lasciano adesso il lavoro. L’unico provvedimento equitario fattibile è quello di rallentare, oltre una certa soglia, l’adeguamento delle pensioni superiori ai corrispondenti contributi versati di chi fruisce dell’INPS. Provvedimento sicuramente impopolare ma che inevitabilmente dovrà, specie in un periodo di alta inflazione, essere preso in considerazione, anche se non si cercherà di esplicitarlo compiutamente.


Assecondare le tendenze innovative

Il confronto al tavolo delle riforme si svilupperà tra chi richiede, con dichiarazione roboanti, l’impossibile e chi cercherà di trovare un soggetto super partes che imponga dei limiti ragionevoli: bisognerà però tener conto che non si può rinunciare ad un ricambio generazionale per favorire quei processi di adeguamento tecnologico ed informatico che la popolazione lavorativa anziana fatica sempre più a perseguire. A livello di sistema è questo il parametro che può ridare efficienza: registrare gravi carenze in certe professionalità, rileva come il mercato del lavoro stia diventando sempre più dinamico (lo testimonia anche l’elevato numero di lavoratori che lasciano, ben prima dell’età pensionabile, un posto di lavoro per accettare offerte più vantaggiose).


In un sistema rigido che, diversamente dal resto d’Europa, non riesce a far decollare lo smart working (solo il 14,9% ne fa saltuariamente uso, contro una potenzialità del 40%) e con un livello di contagi sul lavoro ancora alti (nel 2022 sono stati 117.000 i casi di contagio denunciati all’INAIL), il sistema pensionistico dovrebbe assecondare le tendenze innovative, svolgendo un’azione anticiclica, quando i livelli di disoccupazione salgono, ed allentando gli interventi negli altri periodi. Al punto in cui siamo verrebbe da dire: “qualsiasi riforma, purché si faccia” in quanto il mondo produttivo fatica a operare in un contesto di leggi spot, cambiate spesso per rispondere ad un sentimento momentaneo e non a una logica di lungo periodo.





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