La strana e faziosa voglia di pugnare ad oltranza
- Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi
- 23 ore fa
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di Emanuele Davide Ruffino e Germana Zollesi

Creare crisi internazionali o tensioni interne per poi risolverle è un gioco politico che, per alcuni può generare anche significativi guadagni in borsa, per i più diventa l’occasione soltanto per polemiche partitiche che a distanza di pochi anni pochissimi sono in grado di ricordare le posizioni assunte dai diversi partiti.
Che le tensioni nella nostra società stiano crescendo esponenzialmente è un fatto percepito (e che si vuole far percepire) con sempre più evidenza, tant’è che la stessa modalità di comprensione degli eventi diventa un problema da esaminare se si vogliono capire alcuni aspetti del nostro modo di vivere quotidiano. Si sta affermando una strana voglia di pugnare, ma contro chi e a favore di che cosa sta sempre più diventando un rebus di difficile interpretazione. Il caso Groenlandia è emblematico in quanto non si capiva bene, tranne gli iscritti al Partito dei Faziosi, chi erano i nemici e gli alleati.
Dalla violenza tra gli adolescenti, alle crisi in più latitudine, le tensioni stanno continuamente aumentando e si ha la sensazione che siano destinate a crescere perché ogni azione intrapresa per ridurle viene schiacciata da un sistema che non riesce più a trovare una visione unitaria.
Mancanza di ideali
Nel ricercare le ragioni dell’esplosione di tanta voglia di pugnare, il primo sospettato è il venir meno di valori in cui identificarsi: dalle guerre di religione che si prolungano ormai da quasi un millennio, da quando Urbano II per fermare la guerra santa islamica bandì nel 1095 la prima crociata (i cui strascichi sono ancora ben presenti) si è tentato di passare ad un sincretismo religioso comprensibile solo a chi lo elabora e a pochi seguaci che rischiano di diventare una setta.
Il bene e il giusto finiscono di non risiedere più nella coscienza collettiva, l’unica in grado di fornire il substrato per mantenere saldamente il potere in mano al popolo, ma ci si rivolge sistematicamente a nuove e presuntuose caste sacerdotali come a degli oracoli chiamati ad esprimersi su ciò che è bene e ciò che è giusto, intasando tutti gli uffici e gli spazi sui mass media. Autocandidatasi a ricoprire questo ruolo sono in primis i commentatori dei talk show, che spesso si riducono a cercare di esprimere posizioni manichee, perché facilmente individuabili e di forte impatto (come richiesto dalla pubblicità), che non a capire le ragioni profonde di quanto accade e interpretare l’accaduto in base ad una solida impostazione ideologica (altrimenti rimangono solo notizie e non elementi per avviare un ragionamento).
Ma prima di “rompere il ghiaccio” e scendere a discutere sui singoli fatti che, come tsunami, travolgono l’opinione pubblica, occorre chiedersi quali sono i meccanismi con cui vengono portati all’opinione pubblica i fatti che dovrebbero essere di loro interesse. Si ha così l’impressione che sia sufficiente non parlare di un problema o di proporre un argomento più eclatante per distrarre l’opinione pubblica. Per non conoscere come vengono soffocate le rivolte in Iran o ad Hong Kong o le proteste delle mamme dei soldati russi e nordcoreani basta chiudere o controllare internet, così come si riesce a far perdere d’interesse i massacri perpetrati in Sudan e in tante altre aree dell’Africa.
Viene quasi da pensare che, se non si crea un dualismo e non si trova la ragione per attaccare l’avversario di turno, anche i più orribili massacri possono essere trascurati. Ma anche capire chi è l’alleato o l’avversario di turno diventa sempre più difficile senza un chiaro riferimento ideologico: la Nato, costituita per difendere le democrazie occidentali rischiava di incagliarsi nei ghiacci groenlandesi.
Il problema ci è stato presentato come un capriccio del Presidente Trump (che nel crearsi antipatie è indubbiamente bravo e probabilmente si diverte anche nel farlo) ma non è mai stato chiarito, senza faziosità, quante sono le navi militari russe e cinesi già presenti nell’area e così la nostra posizione è dettata dalle simpatie politiche più che da un ragionamento strategico di lungo periodo, da inquadrarsi in un contesto ideologico a difesa dell’autodeterminazione di tutti i popoli.
Il problema si era già posto con l’occupazione delle Falkland da parte degli argentini. Isole strategiche ma scarsamente abitate nel mezzo dell’oceano Atlantico dove a decidere più che la presenza dei pochi abitanti ivi residenti (tesi degli inglesi)o la vicinanza geografica (tesi degli argentini), ha prevalso l’interesse strategico e gli interessi economici (logica sicuramente più ampia ed inclusiva che ha permesso di ridare stabilità alla zona)
Non c’è più una divisione tra buoni e cattivi, per l’ovvia considerazione che in ogni fazione ci sono galantuomini e malfattori, ma quello che preoccupa è una mancanza di visione di come si vuole costruire la nostra società intrinsecamente democratica, ma non per questo sicuramente vincente, come testimoniano le guerre tra Atene e Sparta.
La violenza individuale
Il problema della voglia di pugnare, si sposta anche nella nostra vita quotidiana, oltre le forme organizzate che portano periodicamente a bruciare qualche bandiera, di malvivenza e di mafie si stanno aggiungendo forme d’intolleranza verso i compagni di classe, verso gli arbitri di calcio (non proprio una novità...), verso il personale dei Pronto soccorso, verso il pedone o l’autista che disturba il nostro modo di guidare e via di questo passo. Quello che più stupisce è l’apparente mancanza di ragioni del perché di certi comportamenti: rispetto al passato, dove ci si metteva al servizio della famiglia, dello stato o della religione, oggi sono tutte le istituzioni che si devono adattare alle esigenze del singolo (in una visione egoista di chi non ama nessuno al di fuori del proprio Ego, più che egocentrica, di chi non riesce a concepire minimamente il punto di vista dell’altro, limitando così la propria visione della realtà), facendo venire a mancare unità d’azione alla società.
In questo contesto perdono anche di rilevanza le agenzie e le istituzioni chiamate ad affrontare specifiche problematiche, vuoi per il comportamento dei singoli (il caso dell’Agenzia per la privacy, al di la del presunto comportamento dei singoli colpisce perché, chi ha nominato i componenti sono pronti a polemizzare sul loro comportamento, senza nessun ragionamento sulla mission che si dovrebbe perseguire, compresa l’utilità dell’Agenzia stessa se organizzata con queste modalità); vuoi per i costi eccessivi assorbite dalle tantissime agenzie (dagli organismi dell’ONU, alla miriade di attività nate per nobili scopi, ma oggi esistenti solo per distribuire stipendi o prebende) vuoi perché si pensa che la risoluzione dei problemi passi attraverso un aumento delle spese fino al punto di teorizzare forme di elargizioni di denaro senza alcun criterio, il cosiddetto Helicopter money (atteggiamento stimolato in forme indotte e subdole da chi, di quella spesa, ne beneficia).
Il singolo individuo finisce così di perdere d’identità e di riferimenti e si aggrappa a soluzioni semplicistiche, identificando in un nemico, non importa quale e con quali specifiche responsabilità, la causa di tutti i suoi mali (e quindi si sente legittimato a colpirlo con violenza verbale e fisica). Il problema è che chi viene identificato come il nemico non sempre è disposto a farsi picchiare e così le micro violenze esplodono (e ci rendono sempre più impreparati a difendere valori più alti e generalizzati)… per la gioia dei commentatori che così hanno molto da commentare e spunti per insultare l’avversario politico. Finché siamo in una democrazia, godiamoci queste sceneggiate perché, nei paesi non democratici, la voglia di pugnare si paga con la vita senza che gli azzeccagarbugli possano intervenire.













































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