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PIANETA SICUREZZA. Torino, autopsia di un collasso previsto

di Nicola Rossiello


La sicurezza è un bene pubblico irrinunciabile. In quanto risorsa pubblica finanziata dai cittadini contribuenti, la sua amministrazione deve rispondere a criteri di efficienza su base scientifica, bilanciamento geografico e razionalità dal punto di vista economico e sociale. L'attuale analisi dei dati, pubblicati dall'Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani, rivela che la distribuzione delle forze di polizia sul territorio nazionale, anziché seguire la mappa dei bisogni, si allinea a quella del potere d'acquisto salariale e del consenso politico, e mette tutti di fronte a un'anomalia che ogni cittadino consapevole, indipendentemente dal proprio orientamento, vorrebbe correggere. Nel nostro Paese, la presenza di un organico superiore del 30% rispetto alla media europea, non garantisce una maggiore protezione per le aree dinamiche e produttive come il Piemonte, perché l'attuale organizzazione del comparto sicurezza - costituito da quattro polizie generaliste - premia la stasi burocratica a discapito dell'operatività urbana.

Secondo i dati pubblicati dall'Osservatorio CPI emerge un'evidenza incontestabile, costituita dalla correlazione negativa tra tasso di criminalità e presenza di agenti sul territorio. È un paradosso logico e amministrativo che i presìdi siano più radi proprio dove la frequenza dei reati, corretta per i tassi di vittimizzazione, è più elevata. Per una città complessa come Torino, nella quale mancano più di 200 agenti tra il 2024 e il 2025, questo significa operare in un costante stato di debito di sicurezza. Mentre il Lazio vanta oltre 660 agenti ogni 100.000 abitanti, il Piemonte rimane intrappolato in un rapporto tra risorse e crimine inferiore allo 0,20. È una disparità che non trova giustificazione tecnica, ma che trova spiegazione nella volontà di orientamenti conservatori sostenere le proprie roccaforti storiche, trasformando la sicurezza in un welfare delle divise regalato a chi non ne ha reale bisogno operativo.

A deprimere ulteriormente il sistema interviene l'elemento dell'appiattimento retributivo, un livellamento salariale che ignora il carovita metropolitano, umiliando chi pattuglia le strade di Torino rispetto ai colleghi distaccati in zone a bassa intensità economica. Il risultato è una fuga di competenze che danneggia le aree cruciali del Paese: gli agenti più esperti e qualificati tendono naturalmente a trasferirsi nei luoghi di origine e dove il loro salario reale è più alto, condannando le piazze del nord Italia ad un evidente deficit di professionalità; resta il personale più giovane con una minore esperienza sul campo e un turnover che brucia ogni continuità. Senza memoria storica del territorio, la prevenzione diventa un miraggio burocratico e il cittadino perde i necessari riferimenti, essenziali per garantire la sicurezza pubblica.

Per contrastare questa prospettiva subordinata alla politica di parte, serve trasparenza. L'imperativo non è più poliziotti per riempire le piazze, ma una redistribuzione chirurgica che insegua il rischio dove si manifesta. Una gestione equa deve prevedere soluzioni che compensino il costo della vita nelle grandi città metropolitane, trasformando città come Torino, da sedi di transito a poli di eccellenza e stabilità operativa. Tutelare i cittadini non può essere l'ennesimo algoritmo elettorale, ma un investimento pensato e razionale strettamente correlato alle necessità del territorio.

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