Usa al bivio: rischio "guerra sporca" contro i narcotrafficanti
- Vice
- 5 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 5 dic 2025
di Vice

Il New York Times più che un sasso, ha lanciato un autentico macigno contro l'establishment della Casa Bianca e il ministero della Guerra protagonisti dell'accelerazione nel contrasto alla droga nel mar dei Caraibi, nelle acque antistanti il Venezuela. Secondo quotidiano newyorkese, nella società americana cominciano ad affiorare seri dubbi sulla liceità e legalità della guerra dichiarata a colpi di missili contro le imbarcazioni di presunti narcotrafficanti; un pressing militare che ha provocato fino ad oggi oltre novanta morti, insieme con un evidente disinteresse per le implicazioni sul piano del diritto internazionale. E non solo.
Nell'articolo pubblicato sulla prima pagina on line [1], il New York Times fonda i suoi interrogativi non già sul secondo colpo del 2 settembre scorso, cioè sull'ordine dato da Pete Hegseth, capo del Pentagono, all'ammiraglio Frank Mitchell Bradley (nome che ritorna nella storia militare statunitense, dopo Omar Nelson Bradley, comandante nella II guerra mondiale e successore di D. Eisenhower) di eliminare i due sopravvissuti della nave individuata e colpita, ma sulla ferma intenzione di comprendere la strategia della Casa Bianca e del Pentagono nella sua interezza: la legalità di una guerra che di giorno in giorno si trasforma in guerra sporca. In altri termini, osserva il NYT, mentre il Congresso analizza i dettagli dell'attacco ai due naufraghi, si perde di vista l'altra una questione: se Trump e il Segretario alla Guerra Pete Hegseth abbiano causato crimini militari in una ventina di attacchi. E non si tratta di lana caprina, perché aggiunge il quotidiano, è doveroso porsi la domanda se la decisione di uccidere è stata presa per contrastare chi continuava a "combattere" o ai danni di chi doveva essere considerato un naufrago. Tanto più, commenta ancora il NYT che "dal Pentagono sono emerse narrazioni mutevoli", salvo ricongiungersi allo scenario che omologa le azioni dei sospetti trafficanti di droga alle attività di combattimento tradizionali. Ma si tratta di paragoni al massimo forzati, dicono gli esperti legali, perché le leggi di guerra non sono state scritte e non si adattano a una situazione di traffico di droga. Sempre in tema, Geoffrey S. Corn, professore di diritto penale, dopo essere stato il principale consigliere dell'Esercito per le questioni di diritto della guerra, ha osservato che "il vero problema è l'affermazione dubbia e giuridicamente troppo ampia secondo cui gli Stati Uniti siano giustificati nell'usare l'autorità di guerra contro una questione penale".
Interrogativo su cui si era lateralmente inoltrato nelle settimane scorse anche il Washington Post, descrivendo l'operazione nei Caraibi, di cui Bradley era supervisore lo scorso 2 settembre. Ma per l'ammiraglio, successivamente interpellato, l'eliminazione dei sopravvissuti doveva essere considerata legittima, perché i due potevano chiamare altri trafficanti a prenderli insieme al loro carico. Opinione convalidata dal Segretario Hegseth che quando l'intera vicenda è stata resa pubblica, non ha usato perifrasi per definire l'ammiraglio Mitch Bradley, in un post su X , "un eroe americano, un vero professionista", sostenendolo al 100 per cento per le decisioni di combattimento prese dal 2 settembre in avanti.
All'America che continua a resistere nei suoi principi e valori democratici, non rimane che attendere le decisioni del Congresso per stabilire se l'eroismo si può anche sposare ai crimini di guerra. In qualunque caso, dal New York Times arriva l'incoraggiamento a credere che non tutti gli americani sono sintonizzati su questa nuova genia di eroi, professionisti forse, ma di una guerra che neppure lo sbiancante Trump potrà ripulire se giudicata criminale.
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