Proviamo a leggere il "No" con occhi diversi e la speranza di una umanità ritrovata
- Savino Pezzotta
- 1 giorno fa
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di Savino Pezzotta

Ho letto l’articolo di Marcello Croce [1] e ho sentito la necessità di spiegare come la penso. Non per correggere nessuno, non per fare la morale, non per aggiungere un’altra voce al coro delle interpretazioni. La mia non è una lettura critica delle opinioni altrui: è un tentativo di mettere ordine dentro di me, di capire che cosa si è mosso durante questa campagna referendaria e cosa continua a muoversi adesso, a urne chiuse, come una domanda che non trova ancora casa.
Si dice che dal Referendum giustizia esce un Paese diviso, ma quando mai non lo è stato? La divisione è diventata il nostro clima, la nostra aria quotidiana, e forse ci siamo abituati al punto da non sentirla più. Ho visto i riti di esultazione per la vittoria del No. Li capisco, li rispetto. Anch’io, in fondo, sono soddisfatto. Ma non riesco a esultare. Mi resta addosso una specie di pudore, come se la festa fosse fuori luogo, come se mancasse qualcosa di essenziale.
Perché mentre tutti parlano del “Paese che ha detto No”, io penso alla Lombardia, al Veneto, al Friuli. Penso che lì ha vinto il Sì. E non sono regioni qualsiasi: sono le più industrializzate del Paese, quelle dove il lavoro pesa, dove la produzione scandisce il tempo, dove la fatica è una lingua madre. Quel dato non è un dettaglio: è un segnale. E non capisco come si possa ignorarlo.
Sono contento, sì. Ma non esultante. E questa differenza, per me, conta.
Mi ha infastidito anche un’altra cosa: l’esposizione e il nascondimento dei dirigenti sindacali, quel mostrarsi o sottrarsi come se il sindacato dovesse sempre misurare il proprio respiro. Forse è da qui che nasce la mia inquietudine: dal sentire che questo referendum non è stato solo un voto, ma uno specchio. E nello specchio non vedo solo la vittoria del No, ma anche tutte le crepe che continuiamo a non voler guardare.
Il referendum non ha parlato dall’alto. Non è sceso come un responso della Storia, non ha portato con sé il peso dei secoli. È passato tra le persone come passa il vento tra le case: senza chiedere permesso, senza annunciare il proprio arrivo, senza lasciare un’unica direzione. Ha attraversato le cucine dove si cena tardi perché il turno è finito alle otto; le scuole dove gli insegnanti correggono compiti mentre i ragazzi parlano di Gaza e del futuro; le parrocchie che la sera diventano rifugi, mense, doposcuola, luoghi dove la comunità si ricorda di essere ancora viva. Ha attraversato i capannoni industriali, dove il rumore delle macchine copre tutto tranne la stanchezza.
Il "grido" di chi vuole essere ascoltato
Non è stato un “no” politico. È stato un “no” umano. Un “no” che nasce dal corpo prima che dalla mente. Un “no” che dice: non ci state ascoltando. Un “no” che non vuole distruggere, ma proteggere. Proteggere la dignità, la possibilità di guardarsi negli occhi senza vergogna, la speranza che il mondo non sia solo un luogo dove sopravvivere ma anche un luogo dove essere accolti.
C’è una donna che torna a casa dopo dodici ore tra lavoro e cura, e mentre prepara la cena guarda le immagini di Gaza. Non capisce tutto, ma sente che qualcosa si è rotto. E quel “no” che mette nell’urna è lo stesso che le sale alla gola quando vede un bambino sotto le macerie. Non è geopolitica. È compassione. È comunità esposta.
C’è un ragazzo che non ha mai votato, che non crede ai partiti, che non sa se resterà in Italia o se se ne andrà appena può. Ma quel giorno entra nel seggio. Non per dire “ho capito la riforma”, ma per dire: non potete continuare a parlare al posto mio. Il suo “no” non è un rifiuto del mondo. È un rifiuto del copione che gli hanno scritto addosso.
C’è un operaio che ha visto passare governi, promesse, riforme, crisi, riprese, altre crisi. Non crede più alle parole grandi. Ma crede ancora ai gesti piccoli. E il suo “no” è un gesto piccolo, ma pieno: un modo per dire che non si lascia più trascinare da chi gli chiede fiducia senza offrirgli presenza.
Il Paese non ha detto “no” alla riforma. Ha detto “no” alla solitudine. “No” alla distanza. “No” alla politica che parla come se la vita fosse un grafico. “No” all’idea che la comunità sia un concetto astratto e non un insieme di volti.
E in questo “no” c’è qualcosa di profondamente teologico, anche se nessuno lo chiamerà così. C’è l’eco di una domanda antica: Dove sei? La domanda che Dio rivolge all’uomo nel giardino, non per accusarlo, ma per cercarlo. E oggi è il popolo che la rivolge alla politica: Dove sei? Perché non sei qui, dove siamo noi?
Il “no” non è stato un giudizio. È stato un appello. Un appello civile, popolare, fragile, ma vero. Un appello che dice: siamo ancora capaci di stare insieme, ma non così. Non in questo linguaggio, non in questa distanza, non in questa guerra continua contro la nostra stessa vita.
Il Paese non ha bisogno di “sì” astratti. Ha bisogno di luoghi. Luoghi dove la politica non sia un annuncio, ma una presenza. Luoghi dove la comunità non sia un’idea, ma un gesto. Luoghi dove la dignità non sia un valore, ma una pratica.
E questi luoghi esistono già: le assemblee di fabbrica, le parrocchie che aprono le porte, i comitati di quartiere, le scuole che resistono, le mense popolari, i gruppi informali, che tengono insieme ciò che si sta sfaldando. Sono i luoghi dove la comunità si espone, si ferisce, si cura, si riconosce.
Il referendum non ha detto chi siamo. Ha detto in troppi siamo soli. Che non siamo indifferenti. Che non siamo spettatori. Che non siamo disposti a farci raccontare da chi non ci vede.
Il “no” è stato un atto di fede civile. Una preghiera laica. Un modo per dire: siamo qui, insieme, anche se non ci riconoscete. E da qui vogliamo ripartire. Non dalla Storia. Dalla prossimità. Dalla dignità. Dalla comunità che si espone. Dalla vita che resiste.
Democrazia cristiana e Fratelli d’Italia
Nel suo articolo Croce adombra l’idea che Fratelli d’Italia voglia (ri)impersonare la Dc? La tentazione c’è, o almeno così sembra. Ma è una tentazione impossibile.
I partiti della Prima Repubblica nacquero in un’altra epoca, dalla Resistenza, dentro un’altra antropologia sociale, dentro un’Italia che stava ancora imparando a diventare popolo. La Democrazia cristiana era figlia di un cattolicesimo sociale radicato, di un tessuto comunitario capillare, di un’idea di mediazione che nasceva dalle parrocchie, dalle cooperative, dalle associazioni, dai corpi intermedi. Era un partito che si reggeva su un’infrastruttura di prossimità reale anche se, purtroppo, non vi rimase sempre fedele.
Fratelli d’Italia non può simularla. Non perché non voglia, ma perché non può: le radici da cui proviene sono altre. Non considero Fratelli d’Italia una riemersione del Fascismo, gli manca la milizia armata, ma dentro di sé cova i germi di una visione politica che tende a relativizzare i valori costituzionali. Non vengono dalla cultura della mediazione, ma da quella dell’identità; non dalla tradizione del pluralismo cattolico, ma da una genealogia nazional‑conservatrice che ha altri simboli, altri miti, altre posture. Al massimo potrà diventare un partito social‑conservatore con qualche nostalgia nazionalista. Ma non potrà mai occupare il posto della Dc, perché quel posto non esiste più. È crollata l’architettura sociale che lo rendeva possibile.
E allora il punto non è chiedersi chi erediterà la Dc. Il punto è capire chi saprà dare corpo a una nuova prossimità. Chi saprà tornare nei luoghi dove la vita accade. Chi saprà ascoltare il “Dove sei?” che il Paese ha pronunciato con questo referendum.
Il resto è imitazione. E le imitazioni, in politica, non durano.
Note













































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