La guerra vista da Teheran: dalla morte di Khamenei ai missili lanciati su Israele
- La Porta di Vetro
- 1 mar
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Aggiornamento: 1 mar
La Repubblica islamica sarà guidata da un "triumvirato" ad interim

La morte del leader della Rivoluzione Islamica, l'Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha centralità assoluta nell'informazione iraniana on line, anche se non sono numerosi i media on line aperti e tra questi non figura l'agenzia di stampa nazionale Irna.
Alla scomparsa di Khamenei, diventato ufficiale stamane, domenica 1 marzo, l'Iran ha annunciato un periodo di lutto nazionale di 40 giorni per colui che nel giugno del 1989 prese il testimone al vertice, all'indomani della scomparsa del fondatore della Repubblica Islamica, l'Imam Ruhollah Khomeini.
Tehran Times scrive che nei bombardamenti aerei di Stati Uniti e Israele che hanno "martirizzato la Guida Suprema nel centro di Teheran" sabato, 28 febbraio, sono morti la figlia e il genero, il nipote e una nuora. Ora, l'eredità politica e spirituale è stata assunta dal presidente della Repubblica islamica Masoud Pezeshkian, dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Eje'i.
L'Iran sarà guidato da questo "triumvirato" fino a quando il prossimo leader non sarà scelto dall'Assemblea degli Esperti, ha affermato Mohammad Mokhber, principale assistente dell'ayatollah Khamenei. L'azione militare di Usa e Israele ha svelato il quotidiano, ha provocato anche altre vittime tra i vertici iraniani, tra cui il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il generale Mohammad Pakpour e il segretario del Consiglio della Difesa iraniano, l'ammiraglio Ali Shamkhani.[1]
Su posizioni polemiche, decisamente polemiche verso l'Occidente, è l'editoriale del quotidiano Ettelaat nel ricordare che "al momento del suo martirio, [Khamenei]stava svolgendo i suoi compiti assegnati al suo posto di lavoro (ufficio), mentre i media stranieri avevano ripetutamente affermato che il Leader della Rivoluzione viveva in un luogo sicuro e nascosto per paura di un assassinio".[2]
Il generale Kowsari: l'Iran ha diritto di rispondere agli invasori
Nello stesso tempo, Ettelaat affronta il tema del dopo Khamenei e della difesa dell'Iran, rivolgendo la domanda "come dovremmo rispondere all'aggressione degli Stati Uniti e di Israele?" al generale Esmail Kowsari, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera del Parlamento. In primo luogo, l'alto ufficiale ha denunciato che "la guerra contro l'Iran è ripresa nel mezzo di negoziati, mentre si preparava la quarta sessione del dialogo". L'ex vice comandante della base di Sarallah ha così continuato: "Il fatto che la Repubblica Islamica distrugga le basi militari statunitensi situate nei paesi del Golfo Persico non significa uno scontro militare con i suoi vicini in Medio Oriente".
Del resto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, commenta Ettelaat, sono ben consapevoli che la Repubblica Islamica ha il diritto di rispondere al nemico invasore. L'Iran aveva già annunciato ufficialmente ai suoi vicini che avrebbe preso di mira le sue basi in caso di attacco degli Stati Uniti. In proposito, il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha dichiarato di aver intercettato due droni iraniani lanciati contro la base militare di Al Salam ad Abu Dhabi.[4]
Missili iraniani sulle basi statunitensi
Secondo fonti locali, le forze armate di Teheran avrebbero colpito almeno 14 basi statunitensi in Qatar, Bahrain, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, raggiungendo anche installazioni militari Usa in Arabia Saudita e Iraq. I servizi segreti iraniani avrebbero indicato le coordinate per distruggere le abitazioni di comandanti americani e israeliani e agenti dell'intelligence negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrain, ma di questa operazione non ci sono state conferme militari ufficiali.
Sulle affermazioni di Trump e Netanyahu, che premono per un cambio del governo, Kowsari ha replicato: "l'Iran non dovrebbe essere equiparato a un paese come il Venezuela. L'Iran è un paese dove c'è una sorta di unità e coesione tra la leadership e il governo, le forze armate e, naturalmente, il popolo".[3] Alla fine, Kowsari ha osservato: "Il fatto che la gente sia preoccupata è inevitabile. Tuttavia, è necessario restare fermi e saldi affinché, se Dio vuole, facciamo assaporare alla società il dolce sapore della vittoria". Una coesione sociale e politica che i media iraniani oggi traducono riprendendo le dichiarazioni del portavoce governativo Fatemeh Mohajerani, secondo cui il Paese ha piena disponibilità di beni primari alimentari, medicine, approvvigionamenti di carburanti, nonostante i combattimenti proseguano.
Intanto, a Teheran, dopo la conferma ufficiale della morte di Khamenei arrivano i primi messaggi di cordoglio. Tra i primi, a nome suo e di quello della sua nazione, è il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif che, come scrive il quotidiano on line Ettelaat, ha espresso anche preoccupazione per la violazione delle norme internazionali da parte degli Stati Uniti e del regime sionista prendendo di mira i leader mondiali".
Perdite Usa e israeliane
Sul piano militare, i media iraniani sottolineano che le operazioni sono concentrate sui siti israeliani e sui centri statunitensi attraverso il Golfo Persico, ampliando le operazioni all'Oceano Indiano. Secondo Tehran Times, la censura israeliana nega le informazioni sulla reale forza d'attacco della Repubblica islamica, alla stessa stregua di quanto è accaduto durante la guerra dei 12 giorni. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, sono "almeno nove persone sono state uccise in un attacco missilistico iraniano sulla città israeliana di Beit Shemesh"[5] Ma il bilancio è destinato a salire, scrive il quotidiano israeliano Haaretz, perché risultano disperse sei persone, e 70 sono rimaste ferite.[6].
Sul fronte statunitense, tre soldati sono stati uccisi in azione e cinque gravemente feriti dopo attacchi iraniani in tutto il Medio Oriente, secondo quanto riferito dal Comando Centrale USA. Sempre Al Jazeera riporta che "più di 40 membri delle forze di sicurezza iraniane, la maggior parte dei quali guardie di frontiere, sono stati uccisi in un attacco al quartier generale di un reggimento di confine nella città occidentale di Mehran, vicino all'Iraq.[7]
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