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Punture di spillo. "Gettiamo lo sguardo sul Mondo, non ci siamo soltanto noi"

a cura di Pietro Terna


Mentre scrivo sono successe cose tremende in Francia. All’assassinio a sangue freddo di un ragazzo da parte di un poliziotto è seguita una ricchissima colletta per la sua famiglia (quella del poliziotto, per evitare ogni equivoco): un segnale della confusione che regna nella mente di tante persone, soprattutto per la narrativa della scomparsa del predominio dei ricchi verso i poveri, dei bianchi verso le persone con la pelle colorata. Alcuni mesi fa, alla fine di una mia quieta conferenza sulla disuguaglianza nel mondo, almeno un paio di interventi – civilissimi, nella forma – in sintesi dicevano “se staranno meglio quelli, staremo meno bene noi”.

Sullo sfondo pare di sentire: “sono tanti, sempre di più, sono loro la popolazione che schiaccia il pianeta”, tra l’altro con l’esercizio di un ambientalismo del tutto peloso, dato che il consumo delle risorse proviene in modo assolutamente prevalente dall’azione minoranza più ricca. Apriamo allora due finestre sul Mondo: sulla demografia; sul cambiamento già in corso nei paesi terzi.


L'invecchiamento della popolazione

Per aggiornarci sulla demografia del Mondo utilizziamo l’articolo[1] Future Population Growth del serissimo sito[2] Our World in Data. Come mostra la figura che riprendiamo da quel sito, la popolazione globale non crescerò indefinitamente. Già ora la gigantesca Cina segnala poco più di un nato per donna; l’India, ora al primo posto come popolazione, è poco sopra 2. Certo, la Nigeria è ancora oltre 6 e crescerà ancora molto, ma c’è un momento in cui il diffondersi di un minimo di benessere e di conoscenza produce il cambiamento. Osserviamo l’Italia:[3] nel 1900 si registravano 4,5 nati per donna, le famiglie con 5-6 figli erano comunissime; ora siamo a 1,24. La diffusione del cambiamento nella prima parte del secolo scorso è stata lentissima, ora tutto muta a velocità straordinaria, anche in Africa.

Si vive di più e la popolazione diventa via via più anziana, facendo crescere il totale dei vivi; ma intanto aumentano anche le morti in ciascun periodo, sino a superare il numero dei nati che intanto decresce. Ecco allora che il numero dei viventi si stabilizza. Successivamente inizierà a decrescere, come già sta accadendo da noi, e allora il problema sarà altrettanto complicato da risolvere: se tutti sono anziani, chi produce cibo, cure, assistenza, organizzazione, macchinari e strumenti, sperando che intanto si sia abbandonata la produzione di armi? Si può anche provare a accelerare l’arrivo del punto di pareggio, come ha fatto la Cina con la sua feroce politica demografica[4] di un unico figlio per famiglia, introdotta nel 1979. Ora il peso degli anziani, e la mancanza di giovani, stanno gravemente compromettendo quella società.


I grandi parchi solari indiani

Seconda finestra, quella sul cambiamento già in corso. Molti tra i paesi che si affacciano al miglioramento economico e sociale, non ripercorrono il nostro cammino, ad esempio con l’uso quasi esclusivo del carbone, del petrolio e del gas per l’energia: percorrono la strada dello sviluppo a balzi, scavalcando ostacoli. Interessantissimo l’articolo[5] di Stefano Nespor, Uno sguardo sull'India: il leapfrogging salverà il mondo? uscito nella bella rivista online scienzainrete. Un esempio, cui si riferiscono le immagini qui riportate:

Nel Karnataka, uno stato del Sud dell’India, c’è il Pavagada Ultra Mega Solar Park. Si estende su oltre 6.000 ettari di terreno, più o meno l’estensione di Manhattan. È coperto da milioni di pannelli fotovoltaici. Nei momenti di massima esposizione solare (e lì il sole splende quasi tutto l’anno), Pavagata produce oltre 2.000 megawatt, sufficienti per fornire elettricità ad alcuni milioni di abitazioni: è un quarto dell’elettricità necessaria per l’intero stato. Pavagata è quattro volte più grande del maggior insediamento di pannelli solari degli Stati Uniti. Non è però il più grande insediamento in India: il primo posto è del Bhadla Solar Park, nel Rajastan, il più grande parco solare del mondo.

L’Economist, nella documentazione del suo sito https://impact.economist.com, presenta – anche in forma animata – l’analisi[6]Hydrogen: Why this time is different. La differenza sta nel grande disegno che vedrebbe protagonista una parte dell’Africa nella produzione di idrogeno, utilizzando risorse rinnovabili, con in primo piano il sole del deserto. L’idrogeno diventa così il mezzo per trasportare quell’energia nelle altre aree. Quel continente salverà la Terra? Esattamente come vi ha dato la vita? Certo siamo lontani dalla costruzione di quel complicatissimo sistema di produzione, trasporto, utilizzazione e di valorizzazione sociale e paritaria, ma iniziare a pensarci come opzione del futuro fa bene a tutti. Forse fa bene soprattutto a coloro che pensano di poter solo insegnare agli altri invece di saper anche imparare. In questo caso, quel che possiamo imparare dai nuovi paesi in arrivo allo sviluppo.

Come riflettere ancora sulla questione ricchi e poveri con l’aiuto della Musica? Il nostro privatissimo e misteriosissimo Maestro propone un pezzo magnifico[7] di Paul Simon, Diamonds on the soles of her shoes. I protagonisti sono un ragazzo povero, “empty as a pocket with nothing to lose” (vuoto come una tasca senza nulla da perdere), e una ragazza ricca, “she’s got diamonds on the soles of her shoes” (ha diamanti sulle suole delle scarpe). Ancora più però il protagonista è la musica. Un melting pot di suoni e colori, per concepire i quali Paul Simon andò in Sudafrica, lavorò con musicisti sudafricani e se ne lasciò sedurre ed influenzare. Ne venne fuori un capolavoro come Graceland.[8] Era il 1986, c’era l’apartheid, Nelson Mandela, noto ai suoi compagni di lotta come Madiba, era ancora in carcere. Ci furono molte polemiche, perché il paese era oggetto di un embargo. Oltre all’indiscutibile risultato artistico, il ponte fra culture gettato da Simon è stato un potente messaggio contro il razzismo.


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