PIANETA SICUREZZA. Quando i poliziotti entrano a contatto con la realtà (dura)
- Nicola Rossiello
- 12 ore fa
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Aggiornamento: 3 ore fa
di Nicola Rossiello

Quello che è successo a Torino il 31 gennaio non è solo l’ennesima pagina di cronaca. È lo schianto contro un muro che qualcuno, da anni, vede avanzare senza mai spostarsi. Per chi quella sera indossava un’uniforme, la giornata era cominciata molte ore prima, ed era già infinita. Venti ore di lavoro, venti ore di strada, venti ore in cui il corpo chiede riposo e la mente chiede lucidità, ma entrambi devono tacere.
Non è un incidente. È il punto di caduta di un sistema che ha imparato a evitare le responsabilità. Chi lavora in strada lo sa bene: il "Documento di Valutazione dei Rischi" parla di tutto fuorché del pericolo vero. Parla di videoterminali, di posture, di movimentazione carichi. Non parla di che cosa significa trovarsi davanti a manifestanti aggressivi e violenti, di dover decidere in un secondo, di non avere un protocollo che ti dica cosa fare quando la teoria finisce e comincia la paura. Perché quel rischio, dicono i datori di lavoro delle forze di polizia, è "insito nella funzione": è il mestiere.
Si lavora con dispositivi che non proteggono davvero, talvolta con giubbetti scaduti, con mezzi che andrebbero rottamati da anni. È un ambito dello Stato che dispone di un ampio catalogo di deroghe, di norme che per chi indossa una divisa valgono un po’ meno. Ma chi quel giubbetto lo indossa ogni giorno, chi sale su quel mezzo ogni mattina, non cerca deroghe: cerca dignità. Cerca di tornare a casa dopo una giornata di lavoro.

E invece a Torino, quella sera, qualcuno non è tornato. Molti erano in piazza da venti ore. Venti ore di lavoro non sono lavoro, sono un corpo che chiede pietà. Eppure nessuno si è fermato a chiedersi se fosse giusto, se fosse umano. Lo straordinario è diventato la normalità, la stanchezza una variabile trascurabile, il sonno un lusso. E tutto questo mentre si parla ad ogni piè sospinto di pacchetti di sicurezza, di prevenzione, di tutela.
La verità è anche un’altra: molti operatori non conoscono i propri diritti. Non li conoscono anche perché la formazione è un adempimento frettoloso. E così si continua a lavorare, si continua a tacere, si continua a sperare. La tragedia di Castel D’Azzano rappresenta perfettamente questa realtà. Non si può più chiamarlo servizio. Non si può più nascondersi dietro la retorica del dovere. Lo Stato che chiede ai suoi dipendenti di rischiare la vita deve anche proteggerli. Deve smettere di considerare la sicurezza una voce di spesa da rimandare. Deve smettere di far firmare carte a dirigenti senza potere. Deve smettere di giustificare l’ingiustificabile con la parola “deroga”.
L’uniforme è una responsabilità per chi la indossa, ma prima ancora di chi la fa indossare.













































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