L'Appuntamento di oggi. Alle 17.30 a Vercelli, i misteri sulla morte di Piersanti Mattarella
- La Porta di Vetro
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Aggiornamento: 2 ore fa

L'Associazione Riflessione e Proposta di Vercelli ritorna su una delle pagine più oscure e controverse della storia del nostro Paese, con la presentazione del libro dello storico Miguel Gotor "L'omicidio di Piersanti Mattarella". Era il 6 gennaio, festa dell'Epifania, una domenica, quando il rinnovamento della politica siciliana fu bruscamente spezzato dall'efferato delitto del Presidente della Regione Sicilia. Allievo di Aldo Moro, Piersanti Mattarella aveva deciso di avviare una drastica politica di chiusura verso il fenomeno mafioso, partendo sia delle tradizionali alleanze con cui la Democrazia cristiana aveva fin allora guidato l'isola, sia dichiarando guerra al principale sistema di potere e di arricchimento del potere mafioso, gli appalti. Dunque, omicidio di mafia, immediatamente chiaro a caldo e nei decenni successivi, anche se le inchieste si intrecciarono con le complicità e presunti interessi tra Cosa Nostra ed estremismo neofascista. Ma è stata anche questa una narrazione che ha contribuito a consolidare nodi sulla verità mai definitivamente sciolti, nonostante i numerosi processi collegati direttamente o indirettamente al delitto. Insieme con l'autore, parteciperanno all'incontro che si tiene nella sede della Confindustria locale in via Piero Lucca 6, la giornalista Donata Belossi e il vice presidente dell'associazione Alessandro Bizjak. Sul libro di Gotor riproponiamo l'intervista allo storico realizzata da Alberto Ballerino.
Fu un delitto politico o mafioso? “La mia ricerca – spiega Gotor - spero che dimostri che si tratta di una falsa contrapposizione, alimentata da quanti, ancora oggi, non hanno interesse a che si faccia luce sui rapporti tra Stato e anti-Stato e sugli “ibridi connubi” - uso una espressione di Giovanni Falcone - che caratterizzano questa tragica storia. La pista mafiosa e quella neofascista non sono in contraddizione e si integrano a vicenda”.
Nel libro il delitto viene inserito in un contesto più ampio. Qual è il filo rosso che lo lega ad altre pagine oscure della Repubblica in questo periodo? “Se devo scegliere il colore del filo direi che era nero. Ho cercato di inserire l’omicidio di Mattarella che ha certamente una dimensione regionale, collegata al suo coraggioso contrasto a Cosa Nostra e alla sua battaglia politica e civile per una ‘Sicilia dalle carte in regola’, dentro una dimensione nazionale, legata ai neofascisti e alla P2 e alla ricostruzione del contesto internazionale, condizionato dalla decisione della Nato di installare proprio in Sicilia nel 1979 i missili Cruise. Questa scelta produce una destabilizzazione del fronte mediterraneo dell'Alleanza Atlantica e apre una significativa crisi con la Libia che si sentì minacciata da questa decisione”.
Il libro è un viaggio nella foresta del potere italiano. “Approfondisce le modalità con cui una certa borghesia, in particolare siciliana ma non solo, sa difendere se stessa e le proprie rendite di posizione. In generale colpisce una certa tendenza al sovversivismo dall’alto e una disponibilità a chiudersi in modo corporativo in consorterie occulte (che sono una forma di anti-partito). Ma nei casi più estremi anche la scelta di allearsi con la criminalità organizzata e a ricorrere alla violenza per difendere il proprio potere. Ciò avviene quando quella borghesia lo sente minacciato da una politica riformatrice, concreta ed efficace come quella rappresentata da Mattarella, il quale viene ucciso mentre stava spiccando il volo a livello nazionale dentro la Dc, come erede di Aldo Moro”.
In quegli anni ha un ruolo di grande importanza Giulio Andreotti. “Un ruolo decisivo perché è l’interprete dei governi di solidarietà nazionale che l’uccisione di Mattarella vuole liquidare definitivamente sia a livello siciliano sia nazionale. È una formula politica che non deve avere eredi con i suoi originali assetti di potere sia a livello interno sia internazionale nel contesto della guerra fredda. Ma una lettura di tipo politicista di questa crisi nazionale non basta perché ci sono anche grandi interessi economici-finanziari in gioco che riguardano i rapporti tra l’Italia, la Libia e gli Stati Uniti. Andreotti è stato il politico italiano che più di ogni altro si è posto il problema di governare gli “ibridi connubi” nazionali, che non sono una invenzione della politica, ma scaturiscono dalla società italiana e dalle sue originali e spregiudicate forme di auto-organizzazione e auto-tutela”.













































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