Dalle liturgie dell’Avvocato alla impersonalità di John Elkann
- Gian Paolo Masone
- 1 giorno fa
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La parabola del "c'era una volta la Fiat" a Torino
di Gian Paolo Masone

Parto da un breve riferimento autobiografico: il mio arrivo a Torino dalla Spezia nel 1988, non fu soltanto un trasferimento geografico, ma l’ingresso in una vera e propria teocrazia industriale. Nei primi anni il confronto con la mia città di origine era molto frequente. Ciò che subito colpiva non era solo la grandezza della presenza Fiat ma la sua capillarità anche simbolica. La città non condivideva semplicemente lo spazio con la fabbrica ma lo interpretava attraverso la lente dell’azienda e nella vita di tutti i giorni si riscontrava una forte sete di legami con il mondo Agnelli-FIAT
Nel commercio: entrare in un negozio di abbigliamento significava frequentemente sentirsi dire con un misto di orgoglio che lì veniva servito il tal direttore della casa automobilistica. Nel cercar casa: il mediatore non vendeva solo metri quadri ma, quando era possibile, ti indicava sul citofono un cognome anche solo lontanamente riconducibile alla galassia Agnelli. Nell’informazione: La Stampa, organo ufficiale del casato, veniva venduto ai caselli autostradali in un regime di monopolio con modalità, accettate con naturalezza quasi rituale, che sfidavano persino alle norme di sicurezza.
Si trattava di un ecosistema dove le gerarchie di fabbrica si riflettevano automaticamente sul contesto urbano e per chi come me, lavorava nell’industria, ma al di fuori dell’orbita automobilistica, questo clima poteva risultare irritante. Ma il patto sociale era chiaro: la città cedeva a un certo conformismo in cambio di benessere, notorietà e il sogno collettivo della Juventus. L’Avvocato era il totem di questa religione laica; la sua presenza nell’elenco telefonico riferita a un’abitazione in corso Matteotti non era un dato anagrafico, ma un potente segnale comunicativo: “io sono uno di voi”.
La desacralizzazione del simbolo
Oggi quel nome e quel mondo sono evaporati. Se la crisi industriale è un dato di cronaca, il vero trauma è il vuoto simbolico lasciato dalla nuova gestione. John Elkann appare non solo distante ma incurante della grammatica sentimentale di Torino. La scelta di mettere in vendita lo storico stabilimento di Corso Allamano -intitolato proprio Gianni Agnelli - su un portale web generalista, lo stesso dove tutti possono vendere anche un box o una cantina, rappresenta una profonda rottura semantica che non può essere ridotta a una questione di scarsa competenza professionale di qualche collaboratore ma deve essere considerata una vera e propria sciatteria simbolica: per i torinesi è stato lo schiaffo della desacralizzazione.
Quando poi la stessa modalità di vendita è stata replicata per la villa in collina dell’Avvocato, è apparso chiaro che non si trattava di un errore dello staff, ma di una precisa (e gelida) volontà di smantellamento del mito.
Il confronto: il teatro di Berlusconi, il silenzio di J. Elkann
Il distacco tra J Elkann e la città emerge con fragore in occasione delle vicende giudiziarie legate le eredità Agnelli. Qui il parallelo con Silvio Berlusconi, anch’esso a suo tempo indirizzato ai lavori socialmente utili, diventa illuminante sotto il profilo della comunicazione politica e umana.
Silvio Berlusconi scelse la spettacolarizzazione del sé, trasformò l’applicazione ai servizi sociali in un evento mediatico dando vita a un pellegrinaggio di fan che lo applaudivano lungo la strada e l’effetto sull’opinione pubblica fu quello della resilienza che trasformava la pena diventata martirio e poi in rinascita.
La scelta di John Elkann assume, invece, la cifra dell’ermetismo e della minimizzazione: uno staff impegnato a dipingere la vicenda (con l’ipotesi dei servizi sociali presso i salesiani) come una questione privata e di scarsa gravità). La conseguenza di una tale scelta è stata il distacco totale dalla città che fatica a percepire la vicenda come un (triste) affare di famiglia. Laddove il Cavaliere comprese che il potere deve essere sempre messo in scena per mantenere il consenso, J Elkann sembra ignorare che un leader, se vuol essere tale, deve abitare il proprio simbolo.
Un futuro preoccupante
Il recente drammatico crollo della capitalizzazione di borsa di Stellantis (-30% in un giorno) avrebbe richiesto, in un’ottica di rilancio e di appartenenza, un segnale forte quale un aumento di capitale. Mettere mano al portafoglio di famiglia avrebbe significato, simbolicamente, scommettere ancora sul futuro industriale e, di riflesso, su Torino. La scelta, invece, di ricorrere all’emissione di nuove obbligazioni sancisce il passaggio definitivo dall’impresa alla finanza.
Scegliere la strada del debito anziché quella del capitale proprio non è solo una manovra tecnica, ma un messaggio politico: l’onere del debito le obbligazioni non sono un investimento sul futuro, ma un carico che graverà sul bilancio per onorare gli interessi e rimborsare i sottoscrittori. Stellantis sarà costretta a una feroce disciplina finanziaria fatta di tagli e ottimizzazioni in un momento in cui urgono investimenti per recuperare almeno in parte il ritardo sui nuovi modelli.
Il cuore spezzato di Mirafiori
La rinascita di Mirafiori in questo scenario di sopravvivenza contabile e la speranza di una ripresa produttiva a Torino diventa un miraggio. La logica del debito mette in discussione sul nascere ogni investimento a lungo termine necessario per rilanciare uno stabilimento storico ma in affanno. Mentre l’Avvocato collegava il proprio destino a quello delle azioni Fiat (e quindi delle fabbriche), l’attuale governance sceglie di trasformare la società in un importante debitore verso il mercato.
Per Mirafiori, questo significa passare da essere il cuore produttivo a una possibile voce di costo da sforbiciare per garantire la solvibilità verso i creditori. La firma finale su un disimpegno che non è più solo comunicativo ma strutturale. Oggi è il momento che la politica smetta di drogare la domanda con incentivi ai consumi e destini le poche risorse a disposizione sul versante dell’offerta attirando sul territorio nuovi attori industriali con modelli intrinsecamente appetibili.
Solo così potrà essere restituita a Torino un ruolo nel settore automotive che non sia solo quello di un museo di un passato che i suoi stessi eredi sembrano voler disconoscere.













































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