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Pensieri dopo Vilnius. Guerra fredda e voglia di pace nell'azione di J.F. Kennedy


Il 29 giugno scorso, Robert F. Kennedy Jr, figlio di Robert Kennedy ucciso nel 1968 al termine di un comizio e nipote di John Fitzgerald Kennedy, 35° presidente degli Stati Uniti, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, ha tenuto una prolusione al Saint Anselm College in Goffstown nel New Hampshire dal titolo "Costruiamo un grande movimento per la pace". L'intervento lo si ritrova su https://youtu.be/5MyDmp3zKDM e la traduzione è a cura di costituenteterra.it con il titolo "Come Kennedy gabbò Dipartimento di Stato e Pentagono".

Il lungo quanto suggestivo racconto, che concilia spunti autobiografici e interpretazioni biografiche sulla politica dello zio JFK, il presidente assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963, comunica al lettore con una generosa carica di empatia il desiderio di superare luoghi comuni e ragionamenti animati da puro spirito del "muro contro muro" in Ucraina con cui la guerra da difensiva per l'Occidente si è trasformata in necessaria e ad oltranza. Tutto ciò è diventato ancora più palese dopo l'ultimo vertice Nato a Vilnius che ha disvelato, senza troppi giri di parole, quella che oggi è realmente il conflitto sul suolo ucraino: una guerra per procura, da praticare a costo di rasentare la strada dell'atomica, in una visione che fa leva unicamente sull'abbietta invasione russa, rifiutando però l'analisi delle complesse ragioni storiche che l'hanno determinata. Una forma mentis che produce come nel passato una divisione del mondo in "buoni" e in "cattivi" secondo un giudizio che deforma in ultima istanza il concetto della sicurezza letto e vissuto in maniera unilaterale, sempre e pericolosamente appannaggio dell'Occidente. La Porta di Vetro


"Come Kennedy gabbò Dipartimento di Stato e Pentagono" di Robert Kennedy Jr.


Per trattare con Krusciov ed evitare la guerra il presidente degli Stati Uniti dovette misurarsi con il complesso militare-industriale americano già denunciato da Eisenhower. Sessant’anni fa, mio zio John Kennedy ha fatto uno storico discorso all’American University di Washington Dc (10 giugno 1963). E quel discorso si ricorda come il “discorso della pace”. Vi darò un po’ di contesto di quanto stava accadendo in quel momento. L’autunno precedente egli era nella Stanza Ovale con il suo consulente scientifico, che io conoscevo molto bene da ragazzo; a quel tempo, ricordo, sulla copertina del New York Times e degli altri giornali apparivano le fotografie dei test nell’atmosfera sugli atolli del Pacifico: vedevamo solo le nuvole a fungo delle bombe atomiche, delle bombe all’idrogeno che stavano esplodendo in quella parte del mondo. Quel giorno mio zio era in riunione con il suo consulente Wiesner, e gli chiese che cosa succedeva del fallout radioattivo e Wiesner gli disse che circolava in tutto il mondo molto, molto velocemente, e che poi ricadeva sulla terra nella pioggia. Con la pioggia, spiegò, esso entra nel nostro pesce, nei nostri animali, nei nostri stagni, nei nostri fiumi, nei nostri ruscelli, nella nostra acqua potabile. E in quel momento stava piovendo.

Mio zio stette molto tempo a guardare fuori dalla finestra e disse a Wiesner: “Pensi che ci sia nella pioggia che sta cadendo anche in questo momento?” Gli rispose di sì. E Ted Sorensen, che era nella stanza in quel momento, e che era stato accanto a mio zio in alcuni dei momenti più difficili della sua vita, disse che da quando conosceva John Kennedy, non c’era mai stato un momento in cui lo avesse visto più turbato di quel giorno.

E Kennedy si risolse per una risoluzione che vietasse i test nucleari nell’atmosfera. Sapeva che il suo Dipartimento di Stato si opponeva, sapeva che il Pentagono si sarebbe opposto. In quel momento ha fatto tutto in segreto (con Krusciov). Hanno dovuto impostare la hotline così che potessero parlare direttamente tra loro. Hanno negoziato l’intero trattato attraverso quella linea, attraverso alcuni funzionari fidati all’interno della Casa Bianca e diplomatici che facevano la spola avanti e indietro sotto il naso del Dipartimento di Stato e finalmente hanno negoziato l’accordo con molta, molta velocità (fu firmato a Mosca il 5 agosto 1963). Quando lo annunciò, il suo Dipartimento di Stato e il Pentagono non reagirono con una rivolta aperta. Però il Pentagono stava facendo pressioni sul Congresso per vanificare questo trattato contro il loro capo, il Comandante in Capo. E credo che qualcosa come l’80% degli Americani inizialmente si oppose al trattato.

Ma lui era determinato a farlo passare. E questo discorso che fece ha girato il Paese. È stato un processo che ha ribaltato l’intero Paese. Questo discorso lo avviò verso quel percorso che poi seguì, andò in posti dove non aveva un sostegno politico, andò nel Sud, andò negli Stati occidentali, andò e tenne discorsi al Tabernacolo mormone a Salt Lake City che non sosteneva la sua presidenza, ma trovò un grande appoggio nelle strade da parte di tutti gli Americani per aver reso questo possibile. A quanto pare, l’apparato di Intelligence e i vertici militari volevano la guerra, ma il popolo americano no, e voleva farla finita.

E con questo discorso Kennedy fece qualcosa di straordinario, qualcosa che non era mai stato fatto prima. Per me, è stato il suo discorso più importante e uno dei discorsi più importanti nella storia americana. E quello che fece, che era così insolito in quel discorso, è che parlò al popolo americano e gli chiese di mettersi nei panni dei Russi. Tutti gli altri stavano facendo il contrario a quei tempi, demonizzavano e denigravano i Russi. E lui disse: “No, dobbiamo metterci nei loro panni, nei panni dei nostri avversari. Se vogliamo la pace, dobbiamo farlo. Questo deve essere un atteggiamento di norma”. E a quel tempo il senso comune, il presupposto dominante per la maggior parte degli Americani (io sono nato nove anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale) era che l’America aveva vinto la guerra e ora giustamente doveva dominare la pace.

E disse qualcosa di molto, molto diverso da quello che diceva l’America, che dicevano gli Americani, qualcosa che sfidava quella sorta di supposizione patriottica. E disse: “No, in realtà, sono stati i Russi che hanno vinto la guerra. Hanno indebolito Hitler e hanno reso possibile per noi di marciare su Berlino”. E parlò della sofferenza dei Russi durante la guerra, disse che si dovevano legittimare le loro preoccupazioni per la sicurezza, cosa che nessuno stava facendo. Qualunque esercitazione militare da parte dei Russi a quei tempi era descritta come aggressione. E quello che disse agli Americani fu: “No, hanno legittime preoccupazioni di sicurezza, come noi, e dobbiamo capire queste cose”.

E ricordò agli Americani la sofferenza che i Russi avevano sopportato durante la guerra, una sofferenza inimmaginabile. Un russo su sette fu ucciso durante la Seconda Guerra Mondiale. Disse: “Supponete” (chiese agli Americani di immaginarlo) “che tutto il Paese, che tutte le città dalla costa Est a Chicago, fossero state ridotte in macerie, che le foreste, i campi fossero stati bruciati”. E lui disse che è quello che era successo alla Russia durante la guerra. “Questo è quello che hanno sacrificato per noi, perciò hanno legittime preoccupazioni di sicurezza per fare in modo che non accada mai più.” E quel discorso scosse il popolo americano, e finirono per sostenerlo. Fu quello uno dei trattati ratificati più velocemente nella storia americana.

Parlo qui oggi perché il mondo è di nuovo ad un bivio molto simile come ai tempi di mio zio. Le tensioni nucleari sono ad un estremo e pericoloso livello, come ai suoi tempi. Abbiamo un’opportunità unica, non solo per attenuare queste tensioni, ma per prendere una strada radicalmente diversa, un cammino verso la pace.

L’impegno di mio zio per la pace diede i suoi frutti con il Trattato per il bando dei test nucleari dell’agosto del 1963. Ma il suo assassinio quel novembre deviò la Nazione verso un altro percorso. I suoi successori lanciarono una guerra dopo l’altra, assieme a un’incessante espansione del nostro esercito. Alcuni la chiamarono “guerra infinita”.

L’America una volta si presentava come una nazione pacifica. Infatti, i nostri fondatori che scrissero la Costituzione dissero che l’America credeva che la democrazia fosse incompatibile con un Imperium all’estero, dissero che se noi avessimo provato a essere una nazione imperiale all’estero, ci saremmo trasformati in uno Stato di sorveglianza, uno Stato di guarnigione, uno Stato di polizia in casa, e che avremmo distrutto anche la nostra economia: la prosciugheremmo, proprio come accadde con ogni Impero. Ogni Impero si dissolve da solo attraverso l’espansione dell’esercito, l’espansione delle sue forze armate all’estero, e i fondatori lo sapevano. John Quincy Adams parlò per tutti loro quando disse: “L’America all’estero non va alla ricerca di mostri da distruggere”. Oggi voglio evocare quel ricordo, perché questa guerra infinita che ha così prosciugato la vitalità della nostra nazione ora minaccia di far precipitare il mondo nell’indicibile orrore dell’Armageddon nucleare. E parlo ovviamente della situazione in Ucraina.

Io aborro la brutalità della Russia, la sanguinosa invasione di quella nazione. Noi dobbiamo capire che anche il nostro governo ha contribuito a tali circostanze attraverso ripetute deliberate provocazioni alla Russia. Fin dagli anni ’90, amministrazioni democratiche e repubblicane hanno spinto la NATO ai confini della Russia. Hanno violato la nostra solenne promessa dei primi anni ’90, quando abbiamo promesso che, se la Russia avesse fatto questa enorme concessione di spostare 400 mila soldati fuori dalla Germania dell’Est, consentendo così l’unificazione della Germania sotto un esercito della NATO, un esercito ostile, noi ci saremmo impegnati a non spostare la NATO di un pollice verso Est.

James Baker diede questa assicurazione, così come lo fecero gli esponenti del governo britannico e molti, molti altri. Eppure, oggi abbiamo messo alla prova la Russia. Non abbiamo spostato la NATO di un pollice ad Est, ma di mille miglia e di 14 nazioni. Abbiamo circondato la Russia con missili e basi militari, qualcosa che noi non avremmo mai tollerato se i Russi l’avessero fatto a noi. E ci sono le dichiarazioni dei nostri esponenti di governo, e i Think Tank che stabiliscono gli obiettivi per la guerra in Ucraina: il cambio di regime in Russia, il rovesciamento di Vladimir Putin. Questo è ciò che in pratica ha detto il presidente Biden: “Questo è il nostro scopo in Ucraina, la disarticolazione, l’esaurimento dell’esercito Russo e lo smembramento della Federazione Russa”. Nessuno di questi obiettivi ha a che fare con l’aiutare l’Ucraina, che ovviamente è stato il pretesto per il nostro coinvolgimento nella guerra. È stato allora che i nostri leaders ci hanno detto che eravamo lì per una missione umanitaria, ma da allora si è visto che c’è un’agenda geopolitica ben più ampia, e che l’Ucraina è semplicemente una pedina in una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia.

Come degli adolescenti che giocano a World of Warcraft (il videogioco a diffusione mondiale), questi guerrafondai che sono presenti nella leadership degli Stati Uniti, come nei giochi e negli scenari di guerra, fanno finta che una guerra nucleare possa essere vinta. Questa è una bugia pericolosa, è un’illusione che il segretario della difesa di mio zio, Robert McNamara, chiamava psicosi di massa. Questi individui non apprezzano quello che John Kennedy aveva capito quando aveva detto sulla guerra nucleare: “Tutto ciò che abbiamo costruito, tutto ciò per cui abbiamo lavorato, verrebbe distrutto nelle prime 24 ore anche con una sola esplosione nucleare”.

Potete immaginare la conseguenza di un pieno scambio nucleare? Il presidente Kennedy lo ha fatto in modo specifico quando disse: “Mentre difendiamo i nostri interessi vitali, le potenze nucleari devono scongiurare che ci siano scontri che mettano un avversario di fronte alla scelta tra un’umiliante ritirata e una guerra nucleare. Intraprendere una strada di questo genere nell’era nucleare rappresenterebbe il fallimento della nostra politica o un collettivo desiderio di morte per l’umanità”. Lasciatemelo dire di nuovo: le potenze nucleari devono scongiurare quegli scontri che mettano un avversario di fronte alla scelta tra un’umiliante ritirata e una guerra nucleare.

Il fatto vergognoso è che negli ultimi vent’anni i sostenitori di una politica estera militarista nella leadership degli Stati Uniti hanno fatto esattamente l’opposto. La loro strategia bellicosa di massimo confronto si estende oltre la Russia fino alla Cina, con lo stesso gruppo all’interno del nostro governo che spera di usare Taiwan come una pedina geopolitica, allo stesso modo in cui hanno usato l’Iraq e la Siria e ora l’Ucraina, perseguendo un’orgogliosa fantasia di dominio del mondo attraverso uno scontro violento.

Lasciamo ora la geopolitica per un momento e guardiamo la questione della guerra e della pace un po’ più nel profondo. Il presidente Kennedy aveva capito che la pace ha inizio con i nostri atteggiamenti e le nostre convinzioni di base. Ha parlato della futilità di aspettare passivamente l’aldilà per essere illuminati. “Noi”, disse, “dobbiamo esaminare i nostri atteggiamenti, come individui, come nazione, poiché il nostro atteggiamento è essenziale quanto quello altrui”. E dovremmo,” disse, “cominciare col guardare dentro noi stessi.”

Sì, nel 1963, un politico l’aveva detto davvero, un leader politico aveva espresso quello che oggi sarebbe considerato una massima spirituale o un principio spirituale; prendiamo quell’appello di 60 anni fa e chiediamo agli Americani, a tutti noi, di riesaminare il nostro atteggiamento. Siamo stati immersi in un discorso di politica estera che parla solo di avversari e minacce, alleati, nemici, e dominio. Siamo diventati dipendenti da narrazioni di bene contro il male, nello stile dei fumetti, che cancellano la complessità e ci accecano in modo da non riconoscere legittimi interessi culturali ed economici e legittimi problemi di sicurezza di altri popoli e di altre nazioni. Abbiamo interiorizzato e istituzionalizzato il riflesso di violenza come risposta a qualsiasi crisi. Tutto diventa una guerra: guerra alla droga, guerra al terrore, guerra al cancro, guerra al cambiamento climatico.

Questo modo di pensare ci ha predisposto a condurre guerre senza fine all’estero, guerre e colpi di Stato e bombe e droni e le operazioni di cambio di regime, e il sostegno ai paramilitari, ai guastatori, ai dittatori. Niente di tutto questo ci ha reso più sicuri e niente di tutto ciò ha reso più illustre la nostra leadership o la nostra autorità morale. Ancora più importante, dobbiamo chiederci: è davvero questo ciò che siamo? È questo ciò che vogliamo essere? È questo ciò che i fondatori americani avevano immaginato?

Ecco un altro principio spirituale a cui si riferiva anche mio zio quando disse: “Siamo entrambi coinvolti in un circolo vizioso e pericoloso, con il sospetto da una parte che coltiva il sospetto sull’altra, e nuove armi generano armi contrarie. Quando teniamo gli altri nella convinzione che siano nemici implacabili, tendono a modellarsi secondo la nostra percezione di essi, è una profezia, una predizione che si autorealizza, che proietta tutte le parti in un circolo vizioso di sospetti, contro cui mio zio ci aveva messo in guardia. Addebitando loro il ruolo di nemico, diamo potere ai “duri” in Paesi come la Russia, Cina, Cuba, Iran, li attraiamo nel dramma del conflitto, nel dramma della provocazione e contro-provocazione, di arma contro-arma. C’è da meravigliarsi che come l’America ha scatenato la violenza in tutto il mondo, così la violenza ci ha sopraffatto nella nostra stessa nazione? Essa non ci è arrivata da un’invasione, è arrivata da noi stessi, da dentro di noi. Le nostre bombe, i nostri droni, i nostri eserciti non sono in grado di fermare la violenza armata sulle nostre strade, nelle scuole, nella violenza domestica, nelle nostre case.

Vedo qui la stessa cosa che avevano visto sia mio padre che Martin Luther King nella guerra del Vietnam. Avevano visto quella guerra e ritennero che non avremmo potuto fare la guerra all’estero senza che riportassimo a casa quella violenza, senza riprodurla nelle nostre strade, nei nostri atteggiamenti, nelle nostre comunità. La violenza portata all’estero è inseparabile dalla violenza domestica, entrambe sono aspetti di un orientamento di base e di un complesso di priorità di base. Conducendo guerre senza fine, scatenando guerre senza fine all’estero, abbiamo trascurato le fondamenta del nostro stesso benessere. Abbiamo un deterioramento della salute fisica e mentale, abbiamo un’infrastruttura economica decadente, abbiamo un popolo demoralizzato e persone disperate, abbiamo tossine nella nostra aria e nel nostro suolo e nelle nostre menti.

Questi sono i costi della guerra. Cosa saranno i costi della pace? Dovranno essere curativi di tutti i sintomi del declino dell’America. Nessuno di questi è al di sopra delle nostre capacità di guarire. Possiamo riportare l’America alla fantastica vitalità dell’era originale di Kennedy. Mio zio lo disse bene: “Nessun problema umano è al di sopra degli esseri umani”. Ci avvertì che “troppi di noi pensano che la pace sia impossibile, troppi di noi pensano che sia irreale. È quella la pericolosa e disfattista convinzione che porta alla conclusione che la guerra sia inevitabile, che l’umanità sia condannata, che siamo attanagliati da forze che non possiamo controllare. Non dobbiamo accettare questo punto di vista. I nostri problemi sono creati dall’uomo e quindi possono essere risolti dall’uomo”. E come possiamo farlo? Effettivamente, iniziando col sostituire il circolo vizioso del sospetto con il circolo virtuoso della costruzione della fiducia, invertendo questa escalation. Ci vuole coraggio per fare la prima mossa verso la pace. Vediamo cosa succede quando fermiamo la provocazione, l’escalation, e offriamo invece un ramo d’ulivo. Ogni passo che faremo inviterà coloro che chiamiamo i nostri avversari a fare un passo in più. Forse la Russia non risponderà, forse non risponderanno in modo gentile o non risponderanno del tutto, ma almeno sapremo che ci abbiamo provato. E anche il mondo intero lo saprà. Quel passo deriva da un cambiamento di atteggiamento e dal coraggio.

Parlando nel bel mezzo della Guerra Fredda, John Kennedy ci chiese di “non vedere solo il distorto e disperato punto di vista dell’altra parte” ci chiese di non prevedere il conflitto come inevitabile, ma l’accomodamento come possibile, e di non vedere la comunicazione come non altro che uno scambio di minacce. Oggi, l’America ha praticamente rotto tutti i contatti diplomatici con la Russia, in tal modo che la comunicazione è di fatto diventata poco più che uno scambio di minacce e insulti. Roosevelt ha incontrato Stalin, Kennedy ha incontrato Krusciov, Nixon ha incontrato Breznev, Reagan ha incontrato Gorbaciov. Non può Biden incontrare Putin? L’abbiamo fatto, o possiamo almeno iniziare una conversazione?

Abbiamo ora un tale distorto e disperato punto di vista dell’altra parte che nemmeno ci parleremmo? Vedere il conflitto come inevitabile è diventato il fondamento della politica estera degli Stati Uniti. Due o tre decenni fa era lo scontro di civiltà tra Islam e Occidente. Oggi, una quantità di think tank che sono finanziate dall’industria della Difesa, ci esortano a prepararci per l’inevitabile guerra contro la Cina. Una guerra è inevitabile solo se la rendiamo noi Inevitabile. La guerra in Ucraina? Poteva essere evitata anche all’ultimo momento, fino a quando nella primavera del 2022 funzionari degli Stati Uniti hanno inviato Boris Johnson a Kiev per far naufragare i colloqui di pace tra l’Ucraina e la Russia, un accordo di pace che avevano già firmato. E non solo quello; la Russia aveva già cominciato a rimuovere le sue truppe dall’area di Kiev. Ora noi questo lo sappiamo. La guerra, questa guerra, non era inevitabile. Era stata creata però un’implacabile mentalità di guerra e di dominio. Al culmine della Guerra Fredda, Kennedy era disposto a vedere al di là dei prevalenti stereotipi della Russia e del suo leader Krusciov come l’epitome del male. I due uomini, in quel momento, si scambiarono tra di loro 26 lettere altamente personali e private.

Noi avevamo un russo, una spia del KGB e del GRU, che veniva a casa mia. Io ero un ragazzino e sapevamo che quello era una spia. Era il momento in cui uscivano i film di James Bond e noi consideravamo una cosa un po’ romantica e pericolosa avere una vera spia russa in casa nostra. Era un uomo molto affascinante, era piuttosto basso ed estremamente forte, faceva gare di arrampicata su corda con mio padre e delle gare di flessioni. Sapeva fare il ballo del cosacco, e ci ha insegnato a ballarlo. Ed aveva un grande senso dell’umorismo, ci faceva ridere. Mio padre e mia madre godevano molto dalla sua compagnia. Lo avevano incontrato la prima volta all’ambasciata russa, ad una festa. Il Dipartimento di Stato era inorridito che facevamo entrare una spia del KGB in casa nostra. Ma durante questo periodo mio zio voleva parlare direttamente con Krusciov.

La CIA non sapeva nulla su quanto stava accadendo al Cremlino e hanno sempre pensato al peggio. Ma lui ne sapeva abbastanza di politica per sapere che non poteva essere tutto proprio così male, e infine Krusciov gli mandò la prima di queste lettere nascoste nel New York Times. E queste lettere eludevano il controllo del Dipartimento di Stato. Sia mio zio che Krusciov si resero conto durante questa corrispondenza che erano entrambi circondati da un apparato di Intelligence e dai vertici militari che consideravano la guerra come inevitabile e desiderabile. E quindi che se avessero voluto mantenere la pace, avrebbero avuto bisogno di parlarsi, perché non potevano fidarsi delle persone intorno a loro, per ricevere consigli forti e disciplinati- E mio zio e Krusciov installarono una hotline, mai esistita prima. Quando ero un ragazzino, c’era un telefono rosso e un altro alla Casa Bianca. Da quel telefono dovevamo stare alla larga, e lo abbiamo fatto, perché quella era la cosa che ci dicevano: non toccate mai quel telefono. Ma noi sapevamo che se lo toccavamo, se avessimo preso quel telefono, avrebbe risposto Krusciov E i fili di quel telefono ancora oggi si vedono in giro per tutta la casa di mio fratello, che a quei tempi era la Casa Bianca estiva.

Ma loro sapevano che dovevano parlarsi se volevano salvare il mondo, come dicevano. In quella prima lettera Krusciov scrisse: “Siamo tutti su un’arca e non possiamo costruirne un’altra. La terra è un’arca e dobbiamo, dobbiamo preservarla”. E la domanda ora è: siamo disposti a fare qualcosa del genere oggi, o rimarremo bloccati in quella storia di superiorità che ci raccontiamo, in cui l’America è categoricamente buona e i nostri avversari sono irrimediabilmente malvagi? Se rimarremo bloccati lì, così lo sarà anche ogni altra nazione, e non è solo l’America che cade in questo pensiero semplicistico: bravi ragazzi, cattivi ragazzi. Questo è un esempio che abbiamo impostato noi per tutto il mondo. Non c’è da stupirsi che sia stato replicato ovunque, tra Israele e Iran, tra India e Pakistan, tra sciiti e sunniti, tra ebrei e arabi, tra Indù e musulmani, tra destra e sinistra, tra pro vita e pro scelta, tra fatti e qualsiasi fatto.

Questo tribale pensiero “noi contro di loro” ci sta lacerando e sta lacerando il nostro Paese e sta lacerando il mondo. Quindi, questi sono i costi della guerra. E quando faremo il primo passo verso la pace, diventeremo ancora una volta un vero leader mondiale, un leader morale, un’autorità morale. E il nostro esempio non richiede molto, è solo il primo passo, e la gente inizierà a guardare l’America diversamente, nel modo in cui ci guardavano quando mio zio era presidente.

Mio zio era così determinato che a uno dei suoi migliori amici, Bretton Bradley, che gli chiedeva cosa volesse come epitaffio sulla sua lapide, rispose: “Mantenne la pace”. E Bradley gli chiese di spiegarsi, e lui gli disse: “Il lavoro principale di un presidente americano è di tenere il Paese fuori dalla guerra”. È quello che ha detto. E durante il suo tempo alla Casa Bianca era circondato da falchi militari e dall’apparato di intelligence e da alti ufficiali che volevano, che lo esortavano costantemente ad entrare in guerra, in Laos, a Berlino, a Cuba, in Vietnam, ma lui non ha mai inviato una sola forza di combattimento all’estero durante il suo mandato. Alla fine volevano che inviasse 250.000 soldati in Vietnam, ed ha finito per inviare 16.000 consiglieri che non avevano, secondo le regole di ingaggio, il permesso di entrare in combattimento.

E fece andare un uomo di colore di nome James Meredith all’università del Mississippi che praticava la segregazione razziale. Un mese prima che lui morisse nell’ottobre del 1963, aveva sentito che un berretto verde era morto in Vietnam e chiese a uno dei suoi aiutanti di dargli un elenco totale delle vittime. E l’aiutante tornò con l’elenco delle vittime e lui disse: “Troppo”. Firmò l’Ordine di Sicurezza Nazionale 263 per il rientro a casa, a partire dal mese successivo, da novembre.

E poi morì. E nel mese successivo, una settimana dopo la sua morte, quell’ordine fu ritirato, e il presidente Johnson finì per inviare 250.000 soldati, e infine 570.000. e 56.000 non tornarono mai a casa, incluso mio cugino George, morto nell’offensiva del Tet. E abbiamo ucciso un milione di vietnamiti. E abbiamo cominciato a intraprendere questa strada con il complesso industriale militare. Eppure il presidente Eisenhower ci aveva avvertito, una settimana prima, o meglio tre giorni prima che mio zio entrasse in carica. Nel miglior discorso che abbia mai fatto e uno dei più importanti della storia, avverti l’America che se non ci fossimo dati da fare per evitarlo, il nascente complesso militare-industriale avrebbe divorato la nostra democrazia, distrutto i valori americani dall’interno. E mio zio lo sapeva, conosceva quel discorso, e ha trascorso i tre anni, ‘mille giorni in carica’, combattendo contro l’ascesa del complesso militare-industriale. Ma dopo la sua morte, abbiamo intrapreso quella strada, ed Eisenhower l’aveva predetto. Ed è qui che ci ritroviamo oggi, ed è ora di invertire la rotta. È tempo.

Come ho detto prima, la pace viene da un cambiamento di atteggiamento. Contro la mentalità bellica che getta il mondo in un dramma di nemici minacce e bugie, si pone la visione fondata sulla natura umana. Quando vedi gli uomini come fondamentalmente egoisti, e intere nazioni come fondamentalmente malvagie, tutto quello che hai a disposizione per cambiare i loro comportamenti sono minacce e corruzione. La pace viene da un atteggiamento diverso, inizia col guardare dentro agli altri e dentro noi stessi, ciò che non è egoista, ma è coraggioso e generoso e idealista e ha buone intenzioni. E non sto dicendo che dovremmo ignorare gli elementi fondamentali della natura umana o i pericoli del mondo. Ma se questo è tutto ciò che vediamo, rimarremo bloccati per sempre nella mentalità della guerra, ed è qui che il complesso militare-industriale vuole tenerci, e in tal caso raccoglieremmo per sempre i suoi frutti velenosi.

Per tracciare una rotta per il futuro della politica militare della nostra nazione, tornerò ancora una volta alle parole di John F. Kennedy. Disse: “Le armi americane non sono provocatorie, sono attentamente controllate, sono progettate per scoraggiare e capaci di un uso selettivo. Le nostre forze militari sono impegnate per la pace e disciplinate nell’autocontrollo. I nostri diplomatici sono istruiti per evitare provocazioni inutili e ostilità puramente retoriche”.

L’attuale amministrazione sarà al potere per un altro anno e mezzo, ma il pericolo di un’escalation sconsiderata e del rischio nucleare è reale e presente. Invoco quindi la nostra presente leadership perché adotti le massime del presidente Kennedy ed inizi a ridurre l’escalation immediatamente. La invito a realizzare la dichiarazione di John Kennedy. Invito l’establishment militare ad esercitare disciplina e autocontrollo. Chiamo il Dipartimento di Stato a evitare inutili provocazioni e retoriche.

Ma questa è la cosa più importante di tutte: chiamo tutti gli Americani ad unirsi in un nuovo movimento per la pace, per far sentire la loro voce, rifiutare la follia dell’escalation, e non celebrare più un presidente della guerra, ma un presidente che mantiene la pace.

E a che tipo di pace mi riferisco? Concludo con un altro frammento di saggezza di mio zio: “Che tipo di pace cerchiamo? Non una pace americana imposta al mondo tramite le armi da guerra americane. Non una pace della tomba o la sicurezza di uno schiavo. Sto parlando di una pace vera, il tipo di pace che rende la vita sulla terra una vita che valga la pena di essere vissuta. Il tipo che consente a popoli e nazioni di crescere, di sperare e di costruire per loro stessi e per i loro figli una vita migliore. Non semplicemente una pace per tutti gli uomini e le donne, non solo una pace per il nostro tempo, ma una pace per sempre”.






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