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Guerra e pace (?) in Ucraina. Quattro anni dopo a chi si deve chiedere il conto?

  • Vice
  • 24 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 9 ore fa

di Vice


Il 24 febbraio 2022 "l'operazione speciale" entrò nei vissuti del mondo dai teleschermi con l'annuncio alla nazione di Vladimir Putin. Erano le sei, ora di Mosca. L'invasione era cominciata per sostenere la Repubblica popolare del Donbass, spiegò il presidente russo con lo sguardo severo, ma sicuro, le mani poggiate sulla scrivania, le bandiere del suo Paese alle spalle. "Ci adopereremo per la smilitarizzazione, la denazificazione", specificò poi per dare corpo ideologico alle sue prime parole, [1] convinto di risolvere la pratica nel giro di pochi giorni, secondo lo stile della fu Unione Sovietica: ingresso dei carri armati nella capitale dello stato invaso, arresto dei suoi governanti sostituiti da controfigure fedeli alla Russia. Non aveva contemplato, grave e incredibile errore per un russo, gli effetti dell'inverno dell'est e, soprattutto, era evidentemente all'oscuro dell'assistenza fornita dalla Nato all'esercito ucraino, una vistosa falla della sua intelligence, incapace anche di realizzare e decifrare il grado di resistenza di un popolo.

Da Kiev il presidente ucraino Zelensky parlò senza mezzi termini di guerra, rivolgendosi direttamente nella loro lingua madre ai cittadini russofoni con una frase lapidaria che rovesciava i concetti del suo omologo aggressore: "Mosca è il male, decidetevi da che parte stare. La Russia è come la Germania nazista della Seconda guerra mondiale".

Quattro anni dopo, il pendolo della guerra non oscilla né avanti, né indietro. Il Putin non ha vinto. Zelensky, sostenuto militarmente ed economicamente dell'Occidente, non è stato sconfitto. L'orgoglio di Kiev non ha ceduto dinanzi alla prepotente potenza di Mosca. Non stupisce. Chi li conosce sa che le due capitali, anche se non parlano la stessa lingua, usano toni identici e si muovono con la medesima ostinazione, quando si arriva alle prove di forza.

Morale. Nel match più o meno pari, a perdere sono soltanto i cittadini ucraini e russi, anche se in misura diversa per il numero di morti ammazzati e feriti colpiti, distruzioni materiali e condizioni di vita, queste ultime sempre più precarie nelle città e nei distretti industriali ucraini.

Quattro anni dopo, è cambiato, oltre che lo scenario militare, con l'utilizzo di nuove armi, su tutti i droni e sistemi missilistici di impressionante precisione e gittata, lo scenario geopolitico. Gli Usa si sono sfilati da una guerra sostenuta con pervicacia per estromettere l'Unione Europea da un ruolo centrale sullo scacchiere internazionale e relegarla in una posizione periferica e debole. I leader europei, che in nome dell'Ucraina siamo noi si ritrovano il fardello di pesanti spese militari su bilanci già in rosso, cominciano a rendersene conto, ma sanno, paradosso della conseguenza, che se si vuole rientrare al grande e complesso tavolo da gioco delle superpotenze, la prima condizione è quella di aprire i cordoni della borsa e dare voce e corpo al cosiddetto riarmo. Zelensky lo ha compreso e vi attinge con inguaribile bulimia per sopravvivenza anche personale, ma scottato dagli scandali interni e dalla corruzione dilagante a cui cede endemicamente l'Ucraina, lo fa con maggiore discrezione e con minore arrogante teatralità, a lui congegnale, rispetto al passato.

Quattro anni dopo, sono scomparsi dai bollettini di guerra nomi che andavano di moda, diventati pretesti di accesa polemica da una parte e dall'altra delle trincee. Il famigerato battaglione Azov, composto da tipi tosti considerati nazisti e agit-prop del suprematismo bianco, su cui procedeva in accelerazione la propaganda russa per criminalizzare il governo ucraino, è scomparso opportunamente dalle cronache. I suoi miliziani ora sono inquadrati nell'esercito di Kiev che con un profondo lavaggio d'immagine ne ha ripulito il credo imbarazzante.

Un problema che Mosca non ha avuto con l'ingombrante Evgenij Viktorovič Prigožin, capo dalla sporca fedina penale del gruppo paramilitare Wagner, utilizzato dai russi su più terreni di fuoco, morto altrettanto opportunamente in un incidente aereo insieme al suo braccio destro Dmitrij Utkin il 23 agosto 2023, esattamente due mesi dopo la sua insubordinata e misteriosa marcia sul Cremlino.

Quattro anni dopo, alla Casa Bianca non c'è più Joe Biden, presidente modesto nella visione d'insieme dei cambiamenti mondiali e, probabilmente frenato da problemi di salute, succube degli interessi del complesso militare industriale degli Stati Uniti e di pessimi consiglieri. Ora nella stanza Ovale siede Donald Trump, che del mondo ha una visione primitiva e con cui si relaziona da primitivo, cioè la forza e la prepotenza, fattori inestinguibili umanamente, ma nel suo caso sostenuti da uno psichismo di cui i nostri progenitori, quando scesero dagli alberi, non avevano piena coscienza: il delirio di onnipotenza. Unito al narcisismo, che alla vigilia delle elezioni nel novembre 2024 lo ha portato a promettere che avrebbe chiuso in un giorno la guerra in Ucraina, che lui peraltro non avrebbe permesso.

I giorni però sono diventati settimane, poi mesi, ora siamo all'anno superato e non si vede ancora una ideale prospettiva di pace. In compenso, sul piano interno, il presidente Usa si è distinto per le minacce ad alcuni governatori democratici e provocato il caos in numerose città con l'intervento della Guardia nazionale; inoltre, ha generato un clima di paura e terrore con la sua politica anti-immigrazione sfociata nell'assassinio di due persone, vittime dell'intervento armato e incontrollato dell'ICE a Minneapolis.

In politica estera, l'autocandidato al Premio Nobel per la Pace, esautorato e mortificato l'Onu, marginalizzata l'Europa, ha negoziato una finta tregua nella Striscia di Gaza a favore unico degli interessi del Board of peace, interessi che coincidono con i suoi e del suo gruppo famigliare. Nell'estate del 2025 non ha esitato a bombardare l'Iran, uccidendo inermi cittadini iraniani, nella maggioranza contrari al deprecabile regime degli ayatollah che si dice di volere abbattere. Irrispettoso della sovranità nazionale, ha invaso con una scusa risibile, se non falsa, il Venezuela e rapito il suo presidente-tiranno con la esplicita e dichiarata intenzione di gestire i pozzi petroliferi di quella nazione. Non soddisfatto ora promette di aprire nuovi fronti di guerra, di invadere e impossessarsi delle risorse strategiche di altri stati, mentre copre le azioni violente che quotidianamente si registrano in Cisgiordania e in Palestina. In ultimo, ma non meno importante, ha devastato il commercio internazionale con i dazi, subendo anche la censura della Corte Suprema.

Quattro anni dopo, senza pregiudizi e preconcetti, siamo certi che i cittadini del mondo vorrebbero sapere a chi si deve chiedere il conto di questo orribile marciume.


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