Oggi come ieri la guerriglia spegne il diritto al dissenso
- Nicola Rossiello
- 10 ore fa
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Le forze dell'ordine schiacciate tra antagonismo violento e pulsioni del governo
di Nicola Rossiello

L'eco degli scontri a Torino che hanno scosso la giornata di sabato non accenna a spegnersi, lasciando sul selciato molto più che semplici cocci di vetro. A bocce ferme vale la pena di fare alcune considerazioni a proposito. Il 31 gennaio scorso ci siamo trovati di fronte a una scapestrata e arrogante élite del privilegio travestita da avanguardia rivoluzionaria. Chi sceglie di trasformare la piazza in un campo di battaglia calpesta la volontà della maggioranza dei partecipanti, esercitando un autoritarismo che non ha nulla di anarchico. A rendere il quadro ancora più desolante è la presenza dei cosiddetti Black Bloc, la cui azione rivela un agghiacciante cortocircuito di sapore nichilista.
La violenza sequestra la democrazia
Non c'è nulla di politico nel gesto di chi indossa un passamontagna per distruggere ciò che incontra: siamo in presenza di una guerriglia urbana estetica, un'esibizione di forza muscolare che serve solo a gratificare l'ego di chi la compie. Anche in questa occasione questi gruppi sequestrano letteralmente la protesta pacifica, oscurando con il fumo dei roghi i motivi reali che spingono migliaia di persone a scendere in strada. Una narrazione che si concentra esclusivamente sugli effetti degli scontri, cancella ogni istanza dei manifestanti. È un sabotaggio del dissenso che, paradossalmente, fa il gioco dei settori più repressivi del potere, offrendo loro su un piatto d'argento il pretesto per leggi ancora più restrittive.
Quello a cui abbiamo assistito è il riflesso fedele di una crisi profonda, dove il diritto a manifestare sembra essere diventato l'ostaggio di due estremismi speculari che si alimentano a vicenda. Da una parte, la politica della cosa pubblica si sta spostando dalla via della mediazione a quella della conflittualità sistematica. La maggioranza di governo pratica una polarizzazione che non è interessata a trovare soluzioni, ma solo colpevoli. Ogni genere di rivendicazione sociale si misura sul terreno dello scontro ideologico, alimentando un clima di perenne tensione che finisce per esasperare gli animi e impoverire il dibattito democratico.

Le strumentalizzazioni e il doppiopesismo del Potere
Non dimentichiamo che il 13 ottobre 2021, all’indomani dell’attacco squadrista alla sede nazionale della CGIL, l’allora parlamentare Giorgia Meloni replicò in questi termini alla titolare del Viminale Luciana Lamorgese, sostenendo che l’assalto alla CGIL fu volutamente permesso: “Ministro Lamorgese questa risposta è offensiva, delle forze dell'ordine, e anche nei confronti di chi vuole manifestare pacificamente. [...] La sua tesi è molto grave: quello che accaduto sabato è stato volutamente permesso e questo ci riporta alla strategia della tensione”. Tutto questo, noi non l’abbiamo dimenticato.
In questo scenario, il ruolo delle forze dell'ordine diventa paradossale e drammatico. Le nostre istanze di lavoratori del comparto diventano un grido d'allarme sulla tenuta democratica del Paese. Gli agenti di polizia si ritrovano a essere l'unico diaframma fisico tra un potere politico sordo e una rabbia sociale che esplode senza controllo. Le circostanze e il ferimento di così tanti operatori non sono un semplice dettaglio statistico, ma sono il segnale di una sottovalutazione e di una ferocia che ha superato i limiti della dialettica civile. Lavoratrici e lavoratori di polizia, sottopagati e con tutele inadeguate, vengono mandati in piazza come parafulmini di scelte politiche che non hanno condiviso, subendo l'odio di chi vede in una divisa il simbolo di un sistema ingiusto, quando in realtà dietro quel casco c'è spesso un cittadino che vive le stesse difficoltà di chi protesta. Mentre i rivoltosi tornano spesso alle loro vite protette, i cittadini, i residenti dei quartieri colpiti e gli agenti restano a fare i conti con i detriti e le ferite, sia fisiche che sociali.
L'uso controverso dell'informazione
Un aspetto trascurato richiede una riflessione profonda sulla scelta di pubblicare le generalità del collega rimasto ferito perché dietro l’uniforme e la cronaca di un momento drammatico esiste una dimensione privata che, a mio avviso, meriterebbe di essere protetta con estrema attenzione. Infatti non c’è ragione alcuna per diffondere il nome di quest'uomo, soprattutto pensando al fatto che ha un figlio ancora piccolo. Il web possiede una memoria indelebile e talvolta spietata: dovremmo chiederci quale impatto avrà su quel bambino, tra qualche anno, ritrovare il nome di suo padre associato a immagini o racconti di sofferenza estrema, facilmente accessibili con un semplice clic.

Queste scelte editoriali espongono la famiglia a un dolore che si rinnova ogni volta che quelle parole verranno digitate in un motore di ricerca, rendendo difficile l'esercizio del futuro diritto all'oblio e alla serenità, violando i diritti sanciti del minore. Alcune testate ritenute autorevoli come il Corriere della Sera hanno scelto di pubblicare titoli biografici molto dettagliati sull'agente, e persino apprezzati professionisti, criminologi, spesso ospiti in TV, hanno condiviso le sue generalità nei numerosi post pubblicati sui social. Pur nel legittimo esercizio del diritto di cronaca, va rispettato l'anonimato in casi simili non sia solo una questione di privacy legale, ma un atto di sensibilità e di civiltà verso chi sta già affrontando una prova durissima. Sostenere il lavoro di chi garantisce la nostra sicurezza significa anche proteggere la dignità dell'uomo che sta dietro la funzione pubblica e, soprattutto, tutelare il futuro dei suoi affetti più cari.
È doveroso recuperare la capacità di abitare lo spazio pubblico con il dialogo e l'organizzazione di massa. Il dato certo è che la violenza di questi giorni è un attacco alla partecipazione democratica e lascia campo libero a chi vuole una società sempre più divisa e controllata.













































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