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L'Editoriale della domenica. Le strane amnesie di Cirio sul bilancio regionale del Piemonte

di Anna Paschero


Nel dichiarare la sua soddisfazione per l’approvazione da parte del Consiglio Regionale del bilancio 2026 il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio non ha tralasciato, secondo un costume inveterato della politica, e non solo, di attribuire a chi lo ha preceduto qualunque male che condizioni la propria azione. In questo caso, le sue critiche si sono rivolte alla Giunta regionale di centro sinistra che ha governato la Regione Piemonte dal 2005 al 2010, presidente Mercedes Bresso, per giustificare l’attuale e persistente affanno  delle finanze locali.

Ora, se non fosse che tale abitudine, identificata dalla psicologia come “sindrome del deresponsabilizzato,” contribuisce a travisare fatti e realtà storiche – e di esempi ne abbiamo moltissimi in più campi della vita sociale -  nel caso in specie, e cosa molto più grave, il Presidente Cirio non racconta l'intera verità. E non lo fa a dispetto della documentazione presentata all'epoca da attori indipendenti, quali la Corte dei Conti e il Collegio dei Revisori, organi amministrativi che disegnarono un andamento contabile opposto a quello descritto dall'attuale numero uno della Giunta regionale piemontese.

In particolare, nella sua replica a Palazzo Lascaris, Cirio ha asserito che la ragione del dissesto dei conti del Piemonte affonda nei "derivati" sottoscritti dal centro sinistra [1] che costano alla Regione mezzo miliardo di euro l’anno. Peccato che la lettura della Nota Integrativa al Bilancio 2026 (pag. 44), che è parte della copiosa documentazione che deve accompagnare la più importante legge regionale dell’anno, scopriamo, all'opposto, che viene dettagliato in una tabella il valore positivo per la Regione del “fair value” a luglio 2025 in oltre 334 milioni di euro su un valore obbligazionario complessivo di 1,8 miliardi di Euro. 

Nelle pagine successive, i dati forniscono altre interessanti considerazioni, una su tutte: l’operazione, in scadenza nel 2036, non rappresenta rischi immediati e futuri. Morale. I casi sono due: o il presidente Cirio non ha avuto modo, tempo, disponibilità per comprendere appieno i documenti del bilancio, o è scaduto nel più inveterato vizio , con cui ritorniamo a quanto detto sopra, di attribuire ad altri le proprie responsabilità.

Nella circostanza attuale, è opportuno ricordare che presidente sostiene che i Revisori dei Conti hanno approvato il bilancio dopo un primo parere negativo. Tuttavia, se si ha la pazienza di leggere il parere (74 pagine) è possibile verificare che i valori del bilancio (in diminuzione di oltre 3 miliardi rispetto al 2025, con pesanti tagli alla sanità) sono distanti dalla realtà, perché non contemplano partite di debito già ad oggi note come i disavanzi delle Aziende Sanitarie Regionali del 2025, ed entrate di oltre 150 milioni di euro che non si stanno incassando dai contratti di concessione. 

Preme sottolineare che la Giunta non ha messo a disposizione il parere dei Revisori dei Conti ai consiglieri regionali durante la discussione sul bilancio, ma lo ha fatto soltanto in un secondo tempo, quando il Collegio ha corretto il proprio parere con la locuzione "tendenzialmente in equilibrio". Espressione ambigua, prima ancora che singolare e inconsueta, almeno per chi, come chi scrive, svolge la professione di revisore dei conti da trent’anni. Vero, c'è sempre una prima volta, però, come diceva l'adagio di un vecchio politico della Prima Repubblica, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca...

Se poi si affonda lo sguardo sulla sua gestione, si potrà osservare che il Presidente Cirio (primo e secondo mandato) non ha riferito al Consiglio regionale un "piccolo", quanto suggestivo particolare: cioè di non aver mai chiuso un bilancio in equilibrio. Anzi. La Corte dei Conti ha certificato di anno in anno disavanzi sempre superiori al miliardo di Euro. E la stessa situazione, ben più grave e vera origine del dissesto del "profondo rosso" regionale, si è verificata nei quattro anni di gestione della giunta leghista di Roberto Cota (2010-2014) che, come si ricorderà, fu travolto da scandali giudiziari per spese ingiustificate, ma fondamentale fu costretta ad uscire di scena dal ricorso presentato da Mercedes Bresso sulle liste farlocche, con sentenza del Consiglio di Stato e successivamente del Tar Piemonte.

Di quei quattro anni la Corte dei Conti ha certificato un disavanzo sostanziale di oltre 8 miliardi di euro, che i cittadini piemontesi pagano e continueranno a pagare fino al 2043 con un’addizionale IRPEF maggiorata al 3,33%. Da quest’anno, la suddetta aliquota sarà applicata con un piccolo sconto (3,31%) anche ai cosiddetti redditi medi (da 28 a 50 mila Euro) che nelle intenzioni del governo centrale avrebbero dovuto beneficiare di uno sconto fiscale. Questa è la storia che raccontano i numeri. Potrà anche non piacere, ma in politica, come nella vita, non si può sempre piegare ai propri desiderata la realtà dei fatti.


Note

[1] Nel 2006 la Regione aveva emesso un prestito obbligazionario a parziale rinegoziazione di mutui già in essere, con un maggior indebitamento per  coprire spese decise dalla precedente Giunta Ghigo. E, allo stesso tempo, per rifinanziare investimenti in diversi settori regionali vincolati a risorse statali e comunitarie, utilizzate impropriamente in precedenza, per finanziare spese ordinarie .

L’ammortamento del prestito obbligazionario era previsto in “bullet” con swap, modalità che comporta la restituzione di tutto il capitale alla scadenza – nel caso il 2036 – con l’accantonamento, di anno in anno, di tale quota nei bilanci regionali. Il tasso, pari all’Euribor a sei mesi flat, era contenuto in un “floor” del 3,75% ed in un capitale del 6%.  La stessa operazione a tasso fisso avrebbe comportato all’epoca un interesse pari al 5%, mentre in questi anni si è corrisposto il 3,75% con un significativo risparmio a carico del bilancio regionale.

L’intera operazione era garantita da contanti (e non da azioni) e le sue modalità attuative rispettavano le norme vigenti consentite dalla legge finanziaria 2005. In più era stata supportata da una “legal opinion” e da un preventivo confronto con il Ministero dell’Economia. Una prima tranche del debito, pari a 56 milioni (su un totale di 1.853) si è già estinta nel 2013 senza esborso di oneri finanziari superiori a quelli stimati.

Per quanto riguarda il rinvio al futuro del debito riguardante il  prestito ancora in ammortamento, considerando, come è corretto fare, l’intera rata e non solo le quote capitali, è stato dimostrato che i flussi di cassa attualizzati dei pagamenti sono stati costanti e tendenti ad una leggera decrescita. La valutazione di un eventuale costo aggiuntivo si potrà  fare solo alla scadenza contrattuale del prestito, ovvero nel   2036 quando il “credit default swap” risentirà delle mutate condizioni di rischio del Paese che, all’epoca della sottoscrizione del contratto era al minimo. Il frazionamento del prestito tra più Istituti bancari ha offerto tuttavia ulteriori garanzie.

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