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Nel ricordo di Carlo Marletti: l'inizio di un'avventura negli anni Sessanta

di Angelo Pichierri

foto@UnitoNews.it

Quando mi è stato chiesto di scrivere qualcosa in memoria di Carlo Marletti ho dapprima esitato. Da molti anni mi capitava di vederlo solo occasionalmente: i casi della vita e la diversità delle nostre specializzazioni e occupazioni accademiche ci avevano separati. Ma poi ho pensato che non potevo rifiutare un modesto omaggio a una persona che ha contato molto in un segmento decisivo e ormai lontano della mia vita.

Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso, fresco di laurea e occupato in lavoretti di sopravvivenza, avevo cominciato a frequentare, sulla base di un bruciante anche se vago interesse per le scienze sociali, l’Istituto di Scienze Politiche, in via Po. Scienze Politiche, che per le scienze sociali nell’Università di Torino ha avuto un ruolo fondativo e variegati sviluppi, non era allora neanche una Facoltà ma un “corso di laurea” guardato con una certa sufficienza nell’importante Facoltà di Giurisprudenza. Lì Carlo Marletti aveva un modesto ruolo, quello di assistente volontario (o “cultore della materia”) presso una delle primissime cattedre di sociologia: in realtà era solo un “incarico”, ricoperto da Filippo Barbano, un’originale figura di studioso e di erudito.


Insieme con i maestri Firpo, Passerin d’Entrèves, Norberto Bobbio

All’Istituto era possibile vedere studiosi di grande prestigio come Luigi Firpo, Alessandro Passerin d’Entrèves, Norberto Bobbio. Numi di riferimento che guardavano con benevolenza al gruppetto di giovani spiantati che Carlo aveva messo insieme sotto il nome ambizioso di “Gruppi di ricerca di sociologia” (non ho mai saputo il perché del plurale). Almondo, Ancarani, Bravo, Fischer, Follis, Ferrero: tutti futuri accademici, tranne Bruno Ferrero che diventò un dirigente politico del PCI, segretario regionale del Piemonte ed europarlamentare. Il gruppo aveva rapporti anche con Beppe Bonazzi, fratello maggiore e già ricercatore vero, inquadrato nell’Ires, istituto di ricerca nato nell’ambito della Provincia.

A pensarci adesso, mi sembra miracoloso quel che Carlo riuscì a fare, senza mezzi e senza riconoscimento istituzionale, per giunta muovendosi in un ambiente un po’ snob: lui che aveva passato anni per fiere e mercati, al seguito di suo padre venditore ambulante non so di cosa. Frequentavamo insieme i seminari dell’Istituto, dove passavano illustri relatori accademici e non; altri per il nostro gruppo li organizzava Carlo, per discutere disordinatamente e appassionatamente libri che andavano dallo strutturalismo marxista al funzionalismo sociologico americano. Ci si trovava in Istituto, ma a volte addirittura si stava per qualche giorno nella casa di campagna di qualcuno. Alcuni seminari Carlo li organizzava con Carbonaro, che lavorava come sociologo all’Olivetti e che si rivelò per alcuni di noi una risorsa preziosa.


Le prime ricerche in Valle d'Aosta

Con la copertura di Barbano e con l’iniziativa e la capacità organizzativa di Carlo riuscimmo persino a ottenere qualche modestissimo finanziamento per ricerche sul campo che oggi rientrerebbero sotto l’etichetta di policy research: dal CNR, ma anche dal “Collettivo di architettura” di Torino, prestigioso, influente, e povero quasi come noi. Un’operazione veramente importante, gestita da Carlo con l’aiuto di Bruno Ferrero e delle sue relazioni valdostane, fu la partecipazione alla pionieristica programmazione regionale della Valle: due ricerche ormai professionali, una sul lavoro operaio alla Cogne e una sullo sviluppo rurale in Valpelline (la seconda sta alla base del primo libro di Carlo).

Inutile dire che l’impegno scientifico era per noi indissolubile da quello politico. Solo Ferrero ed io eravamo iscritti al PCI, ma anche in questo campo combinammo qualcosa che guardo oggi con meraviglia: una ricerca sull’organizzazione del partito, i cui risultati vennero discussi dal comitato regionale in un seminario di una giornata!

Poi arrivò il Sessantotto, e qui mi fermo. Restammo amici e poi colleghi, ma le strade e le opzioni scientifiche e politiche si diversificarono senza traumi. La morte di Carlo Marletti mi ha spinto a ripensare a un periodo che conteneva i semi di quel poco che ho combinato poi. Credo che lo stesso valga per gli altri, e credo che magari avremmo potuto combinare di più. Una volta che avevo mancato un’occasione e mi lamentavo della sorte Carlo mi disse, tra l’amorevole e lo sprezzante: “di giustificazioni ne abbiamo tutti a sacchi…”.



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