Centenario gobettiano. "Ada e Piero: un dialogo mai concluso"
- Piera Egidi Bouchard
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di Piera Egidi Bouchard

Ada e Piero abitavano nella stessa casa, a Torino, in via XX Settembre 60, e un giorno - 14 settembre 1918, lei ha 16 anni (è del 1902) e lui 17 (è del 1901) - Ada trova nella cassetta della posta un bigliettino, in cui il ragazzo, in modo simpatico e un po’ supponente, le comunica la decisione di “Fondare un periodico studentesco di cultura che si occuperà di arte, letteratura, filosofia, questioni sociali, ecc.. È fatto da soli giovani. Titolo: ”Energie nove”… Scopi: destare movimenti dì idee in questa stanca Torino, promuovere la cultura, incoraggiare studi tra i giovani ecc.”
Piero chiede ad Ada di comunicargli nomi e indirizzi di probabili abbonati, di indicargli possibili collaboratori, e di inviargli lei stessa degli articoli sugli argomenti che lui indicherà. Nasce così, in quella che è stata definita da Ersilia Alessandrone Perona - curatrice dello splendido epistolario “Nella tua breve esistenza, 1918-1926” (Einaudi, 1991), un unicum della nostra letteratura novecentesca - la loro “particolarissima educazione sentimentale”, che porterà a consapevolezze politiche e intellettuali profonde, all’opposizione al fascismo, alla straordinaria opera di Piero condivisa da Ada. Tre le riviste fondate: “Energie Nove” (1918- 20), “La rivoluzione liberale” (1922-25), “Il Baretti” (1924-28), che Ada continuerà dopo la morte di lui, e la Casa editrice (1923 ).*
Gobetti sarà in contatto e pubblicherà interventi e libri con i maggiori intellettuali dell’epoca, che spesso saranno stupefatti di avere a che fare con un poco più che adolescente: il suo carteggio, pubblicato da Einaudi e curato da Ersilia Alessandrone Perona, è composto da tre tomi di oltre mille pagine ciascuno ed è in preparazione un quarto. Gaetano Salvemini, non certo tenero nelle sue opinioni, notava: “Quei giovani là scrivono e pensano, come pochi padreterni del nostro giornalismo quotidiano. La loro iniziativa è degna di simpatia e di appoggio.” L’incredibile attività culturale di Gobetti attraversa gli anni del formarsi e consolidarsi del potere fascista, che lui analizza con acutissima attenzione: mentre i suoi maestri, come Benedetto Croce, pensano si tratti di una temporanea malattia, Gobetti scava più a fondo nella sua analisi, rivisitando la storia italiana, ed è sua la famosa, fulminante definizione del fascismo come “autobiografia della nazione”.
Nel 1923 ci sarà anche il matrimonio, e nel 1925 la nascita del figlio Paolo, l’esilio e la morte di Piero, il 16 febbraio del 1926. Ed ecco il loro ritratto: Carlo Levi, scrittore e pittore, autore dei famosi “Cristo si è fermato ad Eboli”, “Le parole sono pietre”, descrive Piero come un ragazzo “alto, magro, con una gran testa di capelli scarruffati biondo-castani, un paio di occhiali di metallo sul naso aguzzo, e occhi vivacissimi e penetranti dietro le lenti.” Un ragazzo noncurante del vestire, con tasche perennemente deformate dai libri, ”affamato di cultura”, come si definiva lui stesso. È di una famiglia contadina, divenuti poi proprietari di una drogheria.
Ada è, come la ricorda la scrittrice Barbara Allason nel 1919, una “minuta, deliziosa bimba con le trecce sulle spalle, i grandi occhi pieni di fuoco, e tutto fuoco la parola, tutto ardore per i libri che le piacevano, o per la musica”. Il padre, proprietario di un solido commercio di primizie, è fornitore della Casa reale.
Il 30 ottobre 1918 è il giorno del loro fidanzamento “segreto” (sono troppo giovani per parlarne ai genitori, e per non farsi leggere le lettere che si scrivono, imparano il russo, onde scriverle in caratteri cirillici). Piero considera Ada “la sua Beatrice”: ”Il mio ideale l'ho incarnato in lei - scrive Piero in un suo “Inizio di un diario”(in op.cit. p.XVI) - l'avevo incarnato in lei anche senza conoscerla, nella gentilezza del suo viso che parlava la voce del vero. Io sono stato tanto tempo un egoista… Ho dovuto rifarmi un senso morale, un senso forte di vita a 16 anni, in gran parte a 17, e siccome me lo son fatto pensando a lei gliene sarò grato sempre… mi pareva che il guardarla mi dovesse elevare sempre, e poiché la mia volontà non crolla sinché non raggiunge l’ideale, mi sono elevato sempre davvero in una conquista di verità instancabile”. E, in una pagina autocritica del 1922, Piero si analizza con crudezza nei suoi limiti e difetti: “Credo di poter riconoscere le mie qualità più innate in una fondamentale aridezza e in una inesorabile volontà (..) L’ambiente in cui sono vissuto non mi ha offerto comunicazioni, non ha alimentato i miei problemi; non devo nulla a nessuno. Se ho voluto la storia me la son dovuta creare io; se ho voluto capire ho dovuto vivere; il mio gusto si è formato per un duro proposito. Ho peccato per amore quasi infantile per la cultura, per la filosofia (...) Dovevo anche fare in fretta; se mi guardo ora vedo proprio il desiderio gretto e feroce del povero che vuol arricchire.” E si definisce: “Cinico perché arido, forte perché solo e spregiudicato”.
A sua volta Ada – che molto umilmente di firma didì, con la minuscola, definendosi spesso come “la tua bimba” – poco per volta molto femminilmente (e non dimentichiamo l'educazione delle ragazze in quegli anni d’inizio secolo ) rinuncia alla sua forte vocazione artistica per adeguarsi alle esigenze di lui. Eppure cerca di farla comprendere e accettare dal suo “fidanzatino segreto”, come in questa lettera del 17 agosto 1919 dalle sue vacanze in Liguria, a Finalmarina:
”L’altro giorno, quando ti ho scritto che vorrei cantare e suonare, non ho saputo resistere alla tentazione. Quando mi è parso che tutti fossero andati in spiaggia, ho aperto il piano e ho lasciato che qualcosa di me palpitasse nelle note immortali.” Sappiamo che Ada era una bravissima pianista e cantante lirica, avviata a questa carriera professionale. E l’anno successivo, dalle vacanze nelle montagne della Valsusa, a Ceres, Ada esprime anche la sua vocazione di compositrice: “C’era tanto silenzio: non si udiva neanche più il fiume. Mi sentivo sola, lassù. Ed allora è sorta nella mia anima una musica così bella, così dolce, quale non avevo mai udita.”(20 luglio ’20).
Ma Piero l’ha spinta allo studio severo della filosofia, e allora lei il giorno dopo scrive: ”Intanto nelle mie peregrinazioni per i monti, mi porto Platone. Mi metto in un bel prato al sole e comincio a leggere. Ma a poco a poco mi sale intorno l’odore della terra e del timo scaldato dal sole, il vento mi porta il fragore della Stura, ed allora debbo lasciare Gorgia per ascoltare soltanto più... (21 luglio 1920).
Ed ecco cosa pensa severamente, quasi in contemporanea, Piero: “La natura come tale, la campagna verde non mi fa esultare e non mi appassiona. C’è tanta bellezza da indagare in noi, c’è tanta dolcezza nella nostra intimità. Chi rinuncia alla serenità cosciente dell’autocritica per dissolversi nell’esteriorità irreale della natura è ben debole e dappoco! Siamo uomini in quanto critici...”.
Come si vede, un’impostazione mentale totalmente diversa. Ed ecco cosa annota a sua volta Ada, consapevole da subito di essere la compagna a fianco di un genio: ”Ti posso scrivere serenamente che sono calma e ferma, che ogni giorno più forte sento l’orgoglio di essere le tua Beatrice, che ogni giorno più chiara si fa in me la coscienza del mio dovere e della mia responsabilità per poter assolvere la mia missione: che è quella di avvolgerti in un’atmosfera di serenità perfetta dove il tuo pensiero si possa affermare e progredire, di darti la coscienza indistruttibile e sicura di una comprensione certa e amorosa, la certezza di un ardore, di una devozione infinita: di darti la fede, di darti la vita, di darti la felicità, tutto, insomma. È un compito ben grande e forte per una povera piccola bimba come didì.” (22 luglio 1920, Torino)
Ada si adatta poco per volta alle esigenze di lui, ma nel suo sforzo di adattarsi – molto femminilmente – al lavoro, agli interessi e alla personalità di Piero, amato con la totalità e la passione di cui solo sono capaci gli artisti, vive sempre più la sua inclinazione creativa come “tentazione”, e si convince a iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia nell‘autunno del ’20. Ma soffre, è un duro combattimento contro se stessa: “Tu mi devi perdonare – perché non mi abbandono a questa debolezza, ma la combatto e superandola, per te, la tramuto in atto d’amore” - scrive, il 1 marzo 1921. E in un momento di ribellione a quella vita di impegno totale, annota, a margine di un quaderno di lavoro: “Piero è un angelo iniquo”.
E due mesi dopo, nel maggio del ’21 ecco la sua lettera forse più drammatica: ”Ho tanto bisogno di cantare, Piero, di cantare con tutta l’anima mia, per poter vivere. Tu lo sai: per me ogni cosa è una canzone, una nota folle di gioia o di tristezza. Ho lottato tanto, tu sai anche questo, ho cercato di reagire contro questo mio stato d’animo: tutto è servito soltanto a confermarmi meglio in esso.(…) Ma se io canto invece, sento che creo qualche cosa: non voglio cantare per avere degli applausi o per qualche altro scopo finale. Voglio cantare, perché quando canto, canta tutta l’anima mia.(…) Per questo mi sono chiesta: ho il diritto di non scegliere quella via in cui c’è l’ esplicazione di tutta la mia attività? Sarebbe davvero una disorganizzazione se mi dedicassi soprattutto a questo studio, invece di trascurarlo e di lasciarlo per ultimo, disperdendo le mie forze in cose diverse, che non mi danno la pienezza della mia personalità? Così ho sentito il problema e ho pensato che era il mio dovere dirtelo, perché tu chiarissi l’anima mia a me stessa, come sempre, perché tu mi guidassi con la tua forza soave. E tu invece hai creduto a un mio capriccio, e mi hai lasciata libera di decidere. E lasciarmi libera così, vuol dire lasciarmi sola. E io non posso essere sola.”
Travolta dal superlavoro e da questa quotidiana lotta con se stessa - e anche dall’ansia per la malattia di Piero, che durante il servizio militare intrapreso, nel febbraio–marzo, fino a inizio aprile era stato ricoverato all’Ospedale militare per bronchite e forte deperimento organico - Ada nell’estate seguente si ammala per esaurimento, e a luglio scrive: ”La lunga lontananza dei mesi passati, l’ansia per la tua malattia, la fatica forse per lo studio, mi hanno sfibrata. E negli ultimi tempi non sono stata per te quella che debbo essere (…) L’amore nostro è come un’armonia perfetta, Piero, fatta dì infinite note: appunto perché è così perfetta basta una nota che cali o cresca perché l’armonia diventi uno stridere disperato. Ed è compito della tua bimba il conservare questa melodia perfetta, pur nel suo continuo mutare e svolgersi.” (Torino, 6 luglio 1922).
E ancora, qualche mese dopo, dalla vacanza a Ceres scrive: ”In questi ultimi anni io ho compiuto una continua, giornaliera violenza sulla mia natura. Creatura d’istinti selvaggi e vagabondi, assetata soltanto di risa e di canzoni, mi sono imposta ora per ora una disciplina di serietà e di lavoro, ho posto un freno valido alla mia esuberanza istintiva, e ho cercato (e in gran parte ci sono riuscita, tu lo sai) di civilizzarmi." [...] Piero, un giorno tu hai creduto in me, molto, quando hai chiesto a una piccola bimba inconscia di diventare la tua Beatrice. E anch’io ho creduto, accettando il compito”. (26 agosto 1922).
Ma le pagine più intense sono quelle in cui questa ragazza di soli vent’anni analizza il loro amore. ”Oggi vedo con una grande chiarezza la differenza che c’è tra il mio amore e il tuo.(…) (agosto 1922) Per te il mio amore è il solo conforto nei momenti sempre più rari di debolezza, è anche qualcosa di più, forse molto di più: ma è qualche cosa nell’organicità della tua vita. È un’esperienza, nel senso più alto della parola; un’esperienza eterna, infinita, ma sempre un’esperienza. Per me invece questo amore non è qualche cosa nella mia vita, è la mia vita stessa, è l’aria che respiro, è la ragione per cui vivo. In me non c’è nulla che non sia quest’amore e quando tu, caro, prendi il mio capo tra le tue mani, mi pare che l’anima mia passi come per un miracolo in te: come in questo momento in cui, nel pensiero di te, mi pare di scomparire. (Finalmarina,7 agosto 1922)
C’è quindi il matrimonio, l’11 gennaio del 1923, e necessariamente la corrispondenza si fa più rarefatta, ma abbiamo i diari di Ada (dal 1924 al 1926, all’esilio e alla tragica morte di Piero a Parigi). Nel ’24 gli sposi erano andati a vivere nella casa acquistata in via Fabro 6 (donata poi da lei al Centro Gobetti fondato con gli intellettuali torinesi nel 1961, e tuttora sede del Centro), e nel ’25 Ada, già incinta, si laurea con una tesi sul “Pragmatismo angloamericano”. Continua l’impegno intellettuale e politico con Piero, nonostante arresti, perquisizioni, sequestri e intimidazioni, le bastonature fasciste, e l’ostilità personale di Mussolini, che aveva scritto un famoso telegramma al prefetto di Torino, con l’ordine di “rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore Governo et fascismo” (31 maggio 1924). In seguito alle percosse, che mineranno la sua fragile complessione, Piero decide l’esilio, con l’intento poi che Ada e il bambino Paolo (nato nel frattempo, il 28 dicembre del 1925) lo raggiungano, e con il sogno di fondare un’altra casa editrice (dopo la precedente, fondata nel 1923), questa volta internazionale, un “centro di cultura europea”.
Di fronte a questa decisione, Ada annota: “Ora più che mai devo darti pace e non inquietudine, far tacere l’angoscia del mio cuore che vorrebbe urlare. Tu partirai, amore, quando vorrai: io ti darò fino all’ultimo il sorriso della mia fede”. E c’è ancora un bellissimo dialogo tra i due sposi: “Sei tu che mi hai creata.- scrive Ada- Tu mi hai dato tutto ,non io. Non ero che una piccola bimba un poco folle che correva nel vento, le mani piene di fiori, le labbra aperte a una eterna canzone”. E Piero a sua volta: “Che importa che tu fossi una piccola creatura ancora un poco inconscia? Tu mi hai insegnato una cosa che da solo mai avrei potuto imparare: il sacrificio (..) La mia esperienza era tutta intellettuale, libresca, e tu mi hai comunicato l’ansia degli affetti e il vittorioso palpito della vita: la mia volontà era rigida e fredda e tu l’hai illuminata col tuo ardore e la tua devozione; la mia anima era arida e vuota e con il tuo sorriso tu mi hai insegnato a benedire la vita.”
Il 3 febbraio c’è il dolore lancinante della partenza di Piero. “Nell’ora in cui tu sei partito - scrive Ada – una nevicata fitta, bianca, improvvisa. Quasi avesse voluto, gelida e chiara, irrigidire un poco lo strazio della separazione. Anche tu hai sofferto, lasciandomi: tremavano anche nei tuoi occhi le lagrime, quando hai rialzato il capo dopo aver baciato la fronte del piccolo che dormiva queto con le manine aperte e tese come a un saluto. Mi hai stretta al cuore appassionatamente, ma poiché un poco tremavo e non sapevo dominare l’angoscia, mi hai detto :’Non turbarti: il bambino non deve soffrire. Verrai presto anche tu e saremo tanto felici. Ma se ora piangi, come posso partire sereno?’ Ho compreso che il mio dovere era ancora di sorridere e ti ho sorriso baciandoti, vincendo la pena.”
E pochi giorni dopo, il 16 febbraio 1926, c’è la notizia della morte di Piero a Parigi a soli 25 anni, in una squallida camera d’albergo, e il grido straziato di lei non può se non esprimersi in frasi smozzicate, che sono naturalmente dei versi:
Non è possibile
Non deve essere possibile
Non pensare, non pensare, non impazzire
Il bambino non deve soffrire, non deve piangere cercando inutilmente il suo latte.
Tutta la vita ti resta per piangere, per soffrire.
Ma ora devi pensare a suo figlio.
La vita di Ada sarebbe ancora stata lunga e feconda, morirà nel 1968.
Durante la Resistenza tra Valsusa, a Meana, e Torino sarà - come le fu riconosciuto alla Liberazione - “commissario politico” delle formazioni di “Giustizia e Libertà”, poi decorata con medaglia d’argento, e scriverà - sotto impulso di Benedetto Croce che aveva conosciuto e stimato Piero, e che d’estate villeggiava a Meana - quel “Diario partigiano”, annotato giorno per giorno, che è un capolavoro della letteratura resistenziale. In Torino liberata sarà nominata dal CLN vicesindaco – la prima donna in tale incarico – e si occuperà in particolare dell’assistenza a quei soldati meridionali che l’8 Settembre del’43 si erano uniti ai gruppi partigiani (uno studio dell’Istoreto ne ha calcolati 6.000 in Piemonte) e che non potevano ancora rientrare immediatamente al Sud, a guerra finita.
Fonderà nel 1959 una rivista di pedagogia “Il giornale dei genitori”, che sarà continuata alla sua morte (1968) da Gianni Rodari. Scriverà di attualità giornalistica su varie riviste. Si occuperà di trasmettere la memoria, la biblioteca e gli scritti di Piero Gobetti, fondando il Centro studi a lui intitolato, e donando la casa in cui avevano vissuto giovani sposi, in via Fabro 6 a Torino, tuttora visitabile.
Nelle ultime pagine del suo diario, dopo la morte di Piero, aveva scritto: “Nella tua breve esistenza c’è stato tanto ardore, tanto lavoro, tanta gioia, da farla più ricca e felice di tante altre lunghissime vite: e non c’è stato in essa nulla di laido, di imperfetto, di malsicuro. È stata tutta luce: una parabola breve, dall’intensità luminosissima (...). E penso che tu non vorresti che ti si piangesse, ma che si considerasse la tua vita un capolavoro, e un esempio”
*Il testo è stato presentato dall'autrice alla Conferenza Un libro per voi che si è svolta a Varese il 17 ottobre 2025













































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