L'Appuntamento di oggi. "Le radici ebraiche di Carlo Rosselli e del socialismo liberale"
- Tullio Monti
- 26 feb
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di Tullio Monti

L'antifascista, assassinato il 9 giugno 1937 insieme con il fratello Nello in Francia, a Bagnoles-de-l'Orne, dai "cagoulards", militanti di una formazione d'ispirazione fascista francese, sicari dei servizi segreti italiani, come si sospettò immediatamente all'epoca. Parliamo di Carlo Rosselli, intellettuale e politico fiero avversario della dittatura fascista, che sarà al centro di un dibattito pubblico alle 18 di oggi, giovedì 26 febbraio, presso l’Associazione Camis de Fonseca, con un titolo che va oltre l'orizzonte stesso della sua figura: “Le radici ebraiche di Carlo Rosselli e del socialismo liberale”. L'incontro è organizzato dal Circolo Liberalsocialista Carlo Rosselli e da altre associazioni, e avrà come relatori il presidente del Circolo Tullio Monti, autore dell'articolo che segue, lo storico Claudio Vercelli e Marina Calloni, docente di Filosofia politica e sociale all’Università di Milano Bicocca.
La storia della sinistra italiana è segnata in modo rilevante da figure di primo pano della cultura ebraica: nel Partito socialista Anna Kuliscioff, Margherita Grassini Sarfatti, Claudio Treves, Emanuele Modigliani, i fratelli Ugo e Rodolfo Mondolfo, Eugenio Colorni; nel Partito comunista Umberto Terracini, Emilio Sereni, Eugenio Cùriel; ma senza dubbio il partito di sinistra (la “terza sinistra”) più “ebraico” fu il Partito d’Azione, figlio poco legittimo e molto sfortunato del movimento rosselliano Giustizia e Libertà (fra cui annoveriamo, fra i tantissimi nomi ebrei, Antonello Gerbi, Mario Levi e Sion Segre): esponenti di primo piano di quel partito furono Leo Valiani, Franco Momigliano, Silvio Jona, Emanuele Artom, Riccardo Bauer, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Gino Luzzatto, Carlo Levi.
Sembra quindi di intravvedere nell’ebraismo italiano una predisposizione verso quello che Carlo Rosselli chiamò Socialismo liberale e che altri (in particolare Guido Calogero ed Aldo Capitini) definirono Liberalsocialismo. La storia della famiglia Rosselli è probabilmente proprio la chiave di lettura più chiara per tentare di comprendere i legami tra ebraismo e Socialismo liberale. Un socialismo laico e federalista a cui Lev Davidovic Bronstejn “Trockij” (anche lui ebreo, come Lev Borisovic Rosenfeld “Kamenev”, Greegorij Evseevic “Zinoviev”, Jakov Michajlovic “Sverdlov” e Moisej Solomonovic “Urickij”, 5 ebrei su 21 membri del Comitato Centrale del Partito Bolscevico che diresse la Rivoluzione) si oppose con forza, paragonandolo ai socialisti rivoluzionari russi e che Palmiro Togliatti, dall'Hotel Lux di Mosca, nel periodo delle "grandi purghe" staliniane, definì una variante del fascismo.
Ha scritto dei Rosselli Leo Valiani (nato Weiczen): “Carlo e Nello appartenevano ad un’importante famiglia ebraica toscana e veneta di insigni origini risorgimentali. Mazzini era morto nel 1872, a Pisa, a casa Nathan-Rosselli, prozii di Carlo e Nello”. La mamma di Carlo e Sabatino, detto Nello, la scrittrice veneziana Amelia Pinchèrle, li aveva cresciuti – secondo Valiani - “ebrei, ma soprattutto italiani: integrità e senso del dovere, oltre che amore per la patria secondo l’etica mazziniana, furono i capisaldi dell’educazione impartita ai figli”. Un ebraismo culturale e laico più che religioso, non sionista, che celebrava Pèsach (la Pasqua ebraica) innanzitutto come festa di libertà.
“Lo animava - scrive Valiani - un fuoco profetico assolutamente ebraico”, un attivismo frenetico ed incontenibile, frutto di una vitalità entusiastica e straripante, come dimostra il rapidissimo incalzare degli eventi della sua breve, ma intensissima vita adulta: dalla sua laurea a Firenze nel 1921 in Scienze sociali con una tesi sul sindacalismo. Di qui l’avvicinamento, senza iscriversi, al Partito Socialista Italiano ed al suo leader riformista Filippo Turati, con i suoi primi scritti politici su Critica Sociale. E ancora: il trasferimento a Torino nel 1922, e i suoi scritti sul giornale “La rivoluzione liberale” di Piero Gobetti, gli interventi al “Circolo di cultura politica”, cui diede vita a Firenze nel 1923 con Gaetano Salvemini, Piero Calamandrei, Ernesto Rossi ed il fratello minore Nello, fino alla seconda laurea a Siena in Giurisprudenza sempre nel ’23 e nello stesso anno, il viaggio in Inghilterra per meglio conoscere il laurismo inglese.
Anni intensi tra Milano, Genova, fondazione di giornali e riviste (primo il “Non mollare” con il fratello, Salvemini e Rossi), di partiti (il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani con Claudio Treves e Giuseppe Saragat), la fuga dall'Italia di Filippo Turati, organizzata con Italo Oxilia, Ferruccio Parri, Sandro Pertini ed Adriano Olivetti. Nel 1929 il confino a Lipari e poi l'evasione, l'arrivo in Francia, la nascita dei “Quaderni di Giustizia e Libertà” fino alla partecipazione nel 1936 alla Guerra civile spagnola, al comando della Colonna Rosselli, con il famosissimo appello radiofonico da Radio Barcellona agli antifascisti italiani: “Oggi qui, domani in Italia”. Nel giugno del 1937 i colpi di pistola dei sicari francesi della Cagoule lo colpiscono a morte a 37 anni, assieme al fratello Nello.
Scrive Amelia Rosselli nelle sue “Memorie”, a cura di Marina Calloni: “A proposito di religione: sapendo che siamo ebrei, qualcuno si domanderà se eravamo ortodossi e se avevo dato ai miei bimbi educazione religiosa (…). (…) le forme religiose esteriori, che potevano aver l’aspetto di un pericoloso isolamento nella nazione, furono eliminate. In una parola: si era in pieno periodo di assimilazione. Ebrei? Sì: ma prima di tutto italiani. Anch’io perciò, nata e cresciuta in quell’ambiente profondamente italiano e liberale, non serbavo della mia religione, che la pura essenza di essa dentro il cuore. Elementi religiosi unicamente di carattere morale: e fu questo l’unico insegnamento religioso – se così si può chiamare, e che piuttosto che insegnamento era ispirazione – da me dato ai miei figlioli". [...] Sostenevo che l’ebraismo è una religione, non una razza: non ammettevo l’esistenza possibile di due patrie. In una parola: negavo in pieno il problema (…). Oggi (…), condanno quella mia furiosa intransigenza. Sono stata costretta, attraverso un lungo e doloroso processo mentale, ad ammettere l’esistenza del problema ebraico (…). Malgrado tutto le idee sioniste andavano affermandosi anche tra di noi, seppure in modo marginale. Nel 1924 fu indetto a Livorno il Convegno Giovanile Ebraico. Nello ci andò e litigò ferocemente con Enzo Sereni di Roma. Per Nello, l’ebraismo non rappresentava il nodo cruciale della sua vita, anzi a suo parere obbligava a sentirsi più italiani degli italiani, ma Sereni prese la parola e lo attaccò: ‘I criteri che valgono per l’ebraismo di tutto il mondo valgono anche per noi’“.













































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